I lavoratori Zanussi disobbediscono
agli ordini della concertazione
Se il buon giorno si vede dal mattino, per il padronato italiano non si preannuncia di certo un autunno sereno: le contraddizioni esplose fragorosamente in piena estate alla Zanussi hanno fatto scattare il campanello d’allarme per tutti i grandi gruppi metalmeccanici; essi, al rientro dalle vacanze, dovranno affrontare la gatta da pelare di una tornata contrattuale che, con buone probabilità, si svilupperà in un clima piuttosto acceso, e a livello locale e a livello nazionale.
di Gabriele Donato
Alla Zanussi, infatti, l’esito del referendum del 19 e 20 luglio sull’accordo contrattuale proposto dai vertici aziendali ha esplicitato la bocciatura da parte dei lavoratori non solo di un’irritante intesa, ma di un intero sistema di relazioni sindacali; attorno a tale accordo, lo ricordiamo, oltre alla Proprietà erano convenuti anche Fim, Uilm e la maggioranza dei delegati Rsu. Per i sostenitori della concertazione si è trattato di uno smacco clamoroso: la storia della Zanussi degli ultimi vent’anni, infatti, ha rappresentato quel modello di ristrutturazione innovativa di cui tanti "capitani d’industria" sono perdutamente infatuati. Esso fu approvato nel 1985, in seguito all’acquisizione del gruppo da parte della multinazionale svedese Electro-lux, che decise di superare la crisi di fatturato esplosa all’inizio degli anni ’80 tramite un progetto chiaramente ispirato alle tecniche di gestione del "just in time" e della "produzione snella".
Al centro di questo piano c’era la ricerca del consenso dei sindacati nei confronti di quella che la nuova direzione chiamava "strategia collaborativa": in altre parole il management pretendeva da coloro che rappresentavano la forza-lavoro un’aperta disponibilità ad accettare le nuove esigenze di flessibilità emergenti dal quadro delle innovazioni produttive. Per parecchi anni, perciò, la razionalizzazione ha potuto contare sul sostegno attivo di tanta parte del sindacato, sostanzialmente concorde con l’impresa nei confronti dell’esigenza di eliminare il conflitto dal panorama delle relazioni aziendali. Il fallimento di questa politica si può leggere tutto nelle cifre di un’indagine commissionata dalla Fiom veneta e pubblicata nel 1991 (a ristrutturazione compiuta): il 70% dei dipendenti dello stabilimento di Susegana (uno dei più importanti) risultava afflitto da forme significative di disagio e avversione per il lavoro; il 76% considerava il sistema di governo dell’impresa autoritario o paternalistico; il 63% si dichiarava insoddisfatto del sindacato.
Se allora il tono politico prevalente fra gli operai coinvolti dall’inchiesta risultava esplicitamente pessimistico, con il voto di luglio i dipendenti Zanussi, hanno iniziato a chiedere il conto alla controparte di tanti anni di arretramenti. Su più di 12mila aventi diritto, nelle 19 sedi del gruppo, hanno votato oltre 10mila lavoratori, il 67% dei quali ha respinto l’accordo, considerato inaccettabile per svariate ragioni. L’aggressione più arrogante ai diritti dei lavoratori prevedeva l’introduzione del "job on call", il lavoro a chiamata, innovazione grazie alla quale l’azienda puntava a garantirsi il diritto ad assumere giovani a tempo indeterminato e a chiamarli solo in caso di bisogno: nell’ipotesi finale di accordo si prevedeva un minimo di 500 ore lavorative all’anno, con un preavviso almeno di tre giorni. In sostanza, in cambio di tre mesi di occupazione, l’accordo avrebbe messo a disposizione dell’azienda un numero illimitato di lavoratrici e lavoratori, costretti in uno stato di perenne incertezza economica e "manovrabili" dall’impresa senza alcun rispetto per i propri ritmi di vita. Questa non era l’unica provocazione della Zanussi: in materia di produttività, infatti, si prevedeva un aumento dei ritmi del 15% in tre anni, completamente sganciato dagli investimenti e dalle innovazioni di processo, aumento al quale legare in maniera vincolante i premi salariali. Il testo interveniva in modo inaccettabile pure sui tempi di lavoro, proponendo una manipolazione della Banca delle ore in base alla quale sarebbe stata violata la libera gestione individuale di tale disponibilità, con l’obbiettivo di subordinarla ai recuperi di produttività. Infine l’accordo consolidava definitivamente i salari d’ingresso, rendendo strutturale la differenza retributiva fra lavoratori nuovi e vecchi che nel ’97 era stata introdotta come tampone temporaneo alla crisi aziendale. Lo scarto esistente fra lunghissimi periodi contrattuali di addestramento e mansioni che il 66% degli assunti (secondo l’inchiesta citata) dichiarava di aver imparato in una settimana ha creato un forte disagio: esso dapprima ha motivato un livello molto elevato di abbandoni, ed oggi sta alla base del fortissimo dissenso verso l’ipotesi di accordo emerso negli stabilimenti in cui più alta è la presenza dei giovani.
Un’altra novità significativa è stato lo schierarsi degli impiegati al fianco degli operai contro la direzione, novità manifestatasi clamorosamente presso la sede del centro direzionale di Pordenone, dove il No ha ottenuto il 54% dei consensi, esplicitando la solidarietà di tanti colletti bianchi per la resistenza delle tute blu alla precarizzazione più selvaggia (nonostante le fortissime pressioni esercitate dai capi-ufficio).
Questa saldatura fra le varie figure dei dipendenti Zanussi ha seriamente spaventato il direttore delle risorse umane Castro, il quale ha sfogato il suo nervosismo equiparando la battaglia per il No della Fiom ad una campagna di stampo terroristico ed ha proseguito affermando che gli azionisti saranno "costretti" a riconsiderare la presenza di strutture produttive in un Paese nel quale l’antagonismo operaio è così diffuso. Questi propositi hanno dovuto infrangersi sul muro eretto da tutti quei lavoratori che hanno rifiutato l’ennesima umiliazione. Non sono servite a niente le numerose intimidazioni di cui fanno regolarmente uso i vertici aziendali per piegare la resistenza operaia e che recentemente avevano colpito un nucleo di attivisti che stavano raccogliendo firme contro i salari d’ingresso fuori dai cancelli dello stabilimento di Susegana. Questo genere di comportamenti chiarisce il contenuto ottocentesco della fraseologia modernista della Zanussi, la quale tuttavia non appare più in grado di illudere i lavoratori: con il voto del 19 e 20 luglio si è chiusa l’epoca che ha visto i dipendenti di quel gruppo assistere passivi al deterioramento progressivo delle condizioni di lavoro. Si è diffusa la consapevolezza che le conquiste del passato non sono barattabili, e che cedere oggi su un diritto significa aprire le porte allo sfondamento complessivo del quadro di garanzie già a partire dal giorno successivo: ad attardarsi, come al solito, sull’illusoria prospettiva della concertazione rimangono ostinatamente i vertici delle confederazioni sindacali, che, sia a livello locale, sia a livello nazionale, continuano a propagandare i presunti meriti delle strategie collaborative. La vicenda Zanussi conferma questi ritardi colpevoli, non solo da parte di Cisl e Uil, completamente addomesticate ad una logica neo-corporativa, ma anche da parte della Cgil, che nelle settimane decisive ha mantenuto un riserbo tanto silenzioso quanto poco dignitoso. La stessa Fiom, subito dopo il referendum, invece di scendere risolutamente sul terreno del conflitto, ha preferito richiamare gli interlocutori al tavolo di discussione per riavvicinarsi in fretta ad una soluzione di mediazione. Non stupisce, d’altra parte, che la burocrazia sindacale non muova, se non costretta, un solo passo verso la direzione della lotta, vista la sua totale assenza di fiducia nelle potenzialità della mobilitazione della classe operaia, che pure pretende di rappresentare. Quello che è certo è che i lavoratori non sono disposti ad aspettare all’infinito i tentennamenti dei propri vertici: reagiscono perciò alla miopia ostinata delle confederazioni con una combattività che non può che sorprendere i "routinari" del sindacato. Ed è proprio di fronte a questi significativi episodi di combattività operaia che la nuova sinistra della Cgil (ancora in fase di gestazione) deve disporsi con umiltà, per imparare una buona volta che l’opposizione sindacale non si può fare nel chiuso degli apparati, ma nel vivo delle tensioni sociali che stanno preparando le lotte di domani.