Ripresa economica, ma solo per i profitti
È ora di rompere la pace salariale!
"L’economia italiana va bene, marcia spedita verso una solida ripresa economica, a patto che gli sforzi dei prossimi mesi siano tutti rivolti ad abbassare il costo del lavoro, inserire più flessibilità nei contratti e ridurre la spesa sociale, direzione obbligatoria per sfruttare la congiuntura internazionale favorevole."
Questo è il ritornello che economisti e imprenditori ci hanno ripetuto più o meno in tutte le salse questa estate. E questo sembra il ritornello che ci accompagnerà anche per tutto l’autunno.
di Paolo Grassi
Produzione industriale che cresce del 5,5%, previsione della crescita del Prodotto interno lordo (Pil) per il 2000 del 2,7% (l’anno scorso era stata dell’1,4%) e del 2,9% per l’anno prossimo, 40mila miliardi di profitti netti nel 1999 (+78% rispetto all’anno precedente) per le principali 1800 imprese.
Tutto ciò è fondamentalmente legato al fatto che essendo l’economia italiana basata sulle esportazioni, l’andamento della congiuntura internazionale favorevole, e soprattutto la debolezza dell’euro nei confronti del dollaro rendono i nostri padroni e governo ottimisti sul futuro.
Nell’ultimo anno il rafforzamento del dollaro nei confronti dell’euro ha contribuito ad un aumento della competitività delle imprese europee del circa il 15% rispetto ai concorrenti americani. Questo sta consentendo alle aziende europee un vero e proprio boom delle esportazioni. Grazie all’euro debole riescono a comprimere i costi di produzione (in particolare quello del lavoro) e a mantenere prezzi più bassi.
MA I SALARI SONO FERMI AL PALO
Ben diverso è il bilancio per i lavoratori.
Nell’ultimo anno la crescita delle retribuzioni lorde è stata di quasi l’1% inferiore alla crescita dell’inflazione. Se estendiamo il confronto tra crescita delle retribuzioni e aumento dei prezzi al consumo al medio periodo (ultimi 5 anni) vediamo che l’aumento dei salari è superiore solo di un 0,3%. Questo risultato modesto va imputato principalmente all’aumento delle ore di straordinario, passate nell’ultimo anno dal 3,8% al 4,8% sul monte ore totale.
La situazione occupazionale del paese resta drammatica e a poco serve sbandierare cifre come quelle diffuse dal governo che tra il ‘98 e il ‘99 siamo passati da un tasso di disoccupazione del 12,1% all’11,7%, o che nei quattro anni di centrosinistra fin qui vissuti hanno trovato un lavoro 567mila persone.
Anzi proprio questi 567mila nuovi lavoratori sono il simbolo di questo sfruttamento. Nove decimi di questi posti di lavoro sono a tempo determinato, a tempo parziale e interinale. L’esperienza di questi anni ci dice che la flessibilità è servita solo a creare condizioni di precarietà senza fine tra i lavoratori e i giovani, soprattutto nelle basse qualifiche.
Il lavoro precario non è servito a creare nuova occupazione, semplicemente ha permesso di sostituire i lavoratori stabili con lavoratori più ricattati. Oggi ci ritroviamo con 4 milioni di lavoratori precari, cioè un lavoratore su cinque. L’aumento della flessibilità è un indice sintomatico della natura di questa ripresa: una ripresa trainata dalle esportazioni che incontra picchi di mercato a cui i padroni rispondono impiegando ritmi di lavoro più pesanti e nuovi occupati flessibili da rispedire a casa una volta terminato il picco.
AUMENTANO I PREZZI
L’aumento della benzina costerà alle famiglie mediamente oltre 300mila lire in più all’anno. L’aumento del petrolio e la svalutazione dell’euro nei confronti del dollaro significano anche un aumento di tutte le materie prime. La ricaduta negativa già comincia a farsi sentire sui prezzi alla produzione, in un anno aumentati del 6,6%. L’Adicon-sum (Associazioni di consumatori) ha calcolato che in media una famiglia spenderà nel prossimo anno 1.200.000 lire in più come effetto degli aumenti delle tariffe di gas, luce, trasporti, riscaldamento, ecc.
ROMPERE LA TREGUA SALARIALE
Questi dati parlano chiaro: la concertazione sindacale ha fallito tutti i suoi obiettivi. Non ha difeso né i salari, né l’occupazione, né le condizioni di lavoro, e questo in un periodo di crescita economica. È ora di cambiare strada, romprere la tregua nei posti di lavoro e rivendicare la nostra parte della ricchezza prodotta.
Questo è il momento migliore per alzare il tiro delle rivendicazioni salariali, ma anche sui diritti.
Quale momento migliore quando i padroni hanno bisogno di mano d’opera per sfruttare la fase economica positiva? Il Sole 24Ore del 2 settembre denunciava un numero crescente di imprenditori che dichiaravano come ostacolo principale all’aumento della produzione la scarsità di mano d’opera.
Se hanno bisogno di noi per poter aumentare il margine dei profitti significa che possiamo essere più forti.
Questa è la principale lezione che dobbiamo imparare da chi in questo momento si sta opponendo agli aumenti di carichi di lavoro sempre più pressanti. I lavoratori dell’Atm (Azienda trasporti milanesi) per l’inizio di settembre hanno convocato il 14esimo blocco totale dei trasporti per 4 ore dall’inizio dell’anno, scioperando uniti (arrivando fino al 90% delle adesioni) e riuscendo a dribblare le tanto odiate leggi anti-sciopero decretate dal governo.Si stanno opponendo a turni massacranti a cui sono sottoposti e alla volontà dell’azienda di assumere lavoratori precari anziché a tempo indeterminato.
I lavoratori della Zanussi a luglio hanno bocciato a grande maggioranza l’accordo integrativo che prevedeva il "job on call" (lavoro a chiamata) I padroni hanno tirato troppo la corda e quello che hanno ottenuto è stata una reazione dei lavoratori, che se anche per anni non si sono fatti sentire, in un momento in cui hanno visto un miglioramento della situazione generale hanno puntato i piedi sconfessando in un’ora una pratica di partecipazione che durava da 10 anni.
Questa risposta va estesa a tutti i lavoratori in tutte le categorie. Nei prossimi mesi oltre 5,5 milioni di lavoratori si troveranno a dover rinnovare il contratto nazionale di lavoro. Tre milioni nell’impiego pubblico, 113mila nelle ferrovie, 450mila nelle pulizie, 100mila tra gli autoferrotranvieri, 170mila postini e a dicembre scade il contratto per 1,5 milioni di metalmeccanici.
A questi di aggiungono tutti quei contratti scaduti (in alcuni casi anche da due anni) e non ancora rinnovati, e quelli che sono stati sottoscritti nei mesi e negli anni scorsi con aumenti salariali calcolati sull’inflazione programmata, 1,2%, mentre quest’anno con tutta probabilità quella reale non scenderà sotto il 2,6%.
Abbiamo bisogno di aumenti che corrispondano ai reali bisogni dei lavoratori, ora che i profitti si stanno facendo la tattica del "pianger miseria" dei padroni non può attecchire se non su dirigenti sindacali timorosi e pessimisti verso le possibilità di lotta dei lavoratori.
Abbiamo bisogno di un meccanismo adeguato, come era una volta la scala mobile, che difenda il potere d’acquisto dei salari in ogni momento, buono o brutto che sia l’andamento dell’economia, perché i padroni i profitti li fanno comunque, e perché il negoziante o la banca in cui andiamo a chiedere il mutuo lo sconto non ce lo fa.
Dobbiamo lottare anche contro la flessibilità in qualsiasi forma ci venga presentata, anche quella concessa dal sindacato negli anni passati, dal ciclo continuo ai contratti precari, perché divide i lavoratori, li indebolisce e rende più difficile la difesa degli interessi di tutti i lavoratori.
Sabattini (segretario della Fiom-Cgil) ha lanciato un avvertimento a Confindustria: i metalmeccanici nel prossimo rinnovo contrattuale chiederanno il pieno recupero del potere d’acquisto dei salari. Chiederanno il 5,5% d’aumento, il 3% per il futuro biennio e il 2,5% per quello perso negli ultimi due anni. Purtroppo di dichiarazioni infuocate prima durante e dopo le vertenze con i padroni ne abbiamo sentite fin troppe in questi anni.
Prendiamo atto delle intenzioni di Sabattini augurandogli di mantenere fede, anche se non abbiamo nessuna illusione che al momento della verità ciò avverrà, prepariamoci alla lotta sapendo, come sanno i lavoratori dell’Atm e della Zanussi, che l’esito positivo delle nostre battaglie dipende solo da quanto sapremo conquistarci con le nostre forze.