FalceMartello n° 140 * 12-6-2000

Confindustria prepara lo scontro

Rompiamo con la concertazione!

Nel suo discorso di insediamento a nuovo presidente di Confindustria, Antonio D’Amato, il 25 maggio, ha delineato in modo chiaro e sintetico le linee del programma su cui i padroni vogliono rilanciare l’economia italiana. Il neo presidente di Confindustria, come i suoi predecessori, individua i mali del paese, nella poca flessibilità dei lavoratori italiani, in uno stato sociale troppo oneroso, e nel procedere a rilento nella privatizzazione del patrimonio statale.

di Paolo Grassi

D’Amato denuncia quelle normative e leggi che regolano i contratti di categoria e i diritti, come lo Statuto dei lavoratori, e che a suo modo di vedere sono un vero e proprio cappio al collo che soffoca la libertà d’impresa.

Sembra quasi che il referendum del 21 maggio l’abbiano vinto loro.

E nel lanciare un attacco a 360 gradi, sferrano un attacco anche ai dirigenti sindacali, e in particolar modo a Cofferati e alla Cgil, che viene individuata come principale ostacolo al raggiungimento degli obbiettivi confindustriali, chiarendo ancora una volta che il modello concertativo fino ad oggi utilizzato è giunto al termine.

I padroni rimettono in discussione l’intero impianto della concertazione così come era stato concepito con gli accordi di luglio del 1992 e 1993e si preparano a un’offensiva su tutti i fronti.

Concertazione al capolinea

In questi anni abbiamo perso quanto restava della scala mobile, che aveva il pregio di proteggere i salari dall’inflazione, sono state tagliate selvaggiamente le pensioni. Sono stati conseguiti un tale numero di accordi sul lavoro flessibile che ormai l’80% delle nuove assunzioni sono precarie.

I salari hanno perso potere d’acquisto, la disoccupazione è aumentata, hanno diviso i lavoratori sui posti di lavoro permettendo che a parità di mansione i giovani percepissero uno stipendio più basso, hanno istituito di fatto le gabbie salariali (con i contratti d’area), nelle "aree di crisi".

I contratti dei tessili, grafici editoriali, gomma plastica, autoferrotranvieri, solo per citare alcuni dei più recenti, mostrano quanto in basso sia caduta la concertazione.

L’aumento medio salariale raggiunto per il prossimo biennio oscilla tra le 58mila lire della Gomma plastica e le 86mila lire dei Grafici editoriali. Aumento medio ottenuto calcolato sulla base dell’inflazione programmata, 1,2%, (prevista dagli accordi di luglio ‘92), quando oggi l’inflazione è più del doppio.

Nel tessile durante l’anno le ore settimanali di lavoro potranno variare da 32 a 48 ore in base alle "esigenze di mercato" (cioè le esigenze del padrone), obbligando i lavoratori a lavorare anche il sabato e la domenica. Se servirà si lavorerà a Natale, Pasqua e agosto.

In tutti questi contratti è previsto un aumento del numero di lavoratori che si possono assumere con contratti precari. Nella Gomma plastica fino al 35%, mentre nei Grafici si arriverà al 30%.

Viene introdotta la domenica lavorativa obbligatoria, mentre prima l’utilizzo delle domeniche era compensato con riposi infrasettimanali, incentivi economici, oltre alle maggiorazioni del lavoro domenicale.

Anche l’accordo firmato nel settore degli autoferrotranvieri non è da meno. L’accordo prevede 20mila esuberi in tre anni, e una diminuzione dei salari del 20%, oltre a prevedere anche in questo settore in materia di assunzioni un utilizzo a pieno regime di apprendistato, interinali e lavoratori a tempo determinato.

Per farci digerire i risultati scadenti dei contratti nazionali firmati, ogni volta i dirigenti sindacali ci dicono che ci rifaremo con la contrattazione di secondo livello. Bisogna anche dire che da questo punto di vista i risultati sono altrettanto scadenti. Nelle regioni come la Lombardia, dove il sindacato è più forte, solo 1/3 delle aziende e meno del 50% dei lavoratori ha portato a casa un contratto integrativo. Se questo è il dato delle regioni più forti possiamo immaginare quale sarà quello delle regioni più deboli e nelle categorie più ricattabili. Nel settore del tessile per esempio l’85% delle aziende è sotto i 50 lavoratori e la stragrande maggioranza non sono sindacalizzate. Due terzi degli accordi raggiunti sul salario legano l’aumento al premio di risultato, cioè alla produttività e al numero di giorni di assenza per malattia.

Demandando ai contratti integrativi il compito di migliorare le condizioni di lavoro e i salari si sta ulteriormente svuotando di contenuto i contratti nazionali, gli unici in grado di coinvolgere tutti i lavoratori e in grado di esprimere la reale forza della classe lavoratrice.

Una vera opposizione sindacale

L’impasse raggiunto dai vertici sindacali inizia a creare delle reazioni tra i lavoratori. Nella Gomma plastica e tra i Grafici editoriali molte sono state le assemblee nelle medie e grandi aziende dove i voti contrari sono stati la maggioranza assoluta. Una novità rispetto al passato dove in mancanza di piattaforme alternative spesso gli accordi passavano a grande maggioranza.

Altro caso degno di nota è la vertenza aperta a Milano nel settore pubblico, più precisamente all’Atm. L’accordo raggiunto a livello nazionale nel settore prevedeva l’assunzione di lavoratori a tempo determinato anche per gli autisti. Quando il sindaco di Milano ha fatto richiesta di 200 nuove assunzioni interinali per far fronte alla mancanza di personale, la risposta ricevuta dal sindacato è stata che di fronte a circa 2 milioni di ore straordinarie fatte ogni anno la soluzione deve essere assumere lavoratori a tempo indeterminato.

I lavoratori del settore sono così esasperati che costringono i funzionari a rigettare gli accordi raggiunti a livello nazionale.

Le difficoltà sono così evidenti che i dirigenti nazionali contraddicono gli accordi firmati da loro stessi. Cofferati a Milano davanti a un sciopero deciso dei sindacati di base, che aveva palesemente aggirato la legge antisciopero, è stato costretto suo malgrado, a prendere le difese dei lavoratori contro l’attacco che Albertini gli aveva scatenato contro.

L’unica concertazione che i padroni sono disposti ad accettare per il futuro è una concertazione che può essere solo peggiore di quella passata. La Cisl si sta candidando a diventare il principale referente di questa nuova concertazione. La sua opposizione in autunno alla finanziaria del governo D’Alema e alle proposte di peggioramento delle pensioni di Cofferati sono state la scusa per ufficializzare la rottura dell’unità di vertice con la Cgil. Il Patto di Milano e Crotone, firmati dalla Cisl l’anno scorso, sono le prove generali del modello di concertazione che D’Antoni propone di estendere a livello nazionale. Concertazione più corporativa che vada nella direzione di abbandonare il concetto di contratto nazionale che difende i diritti di tutti i lavoratori, sostituendo a ciò una contrattazione aziendale su salario, orario e flessibilità per una minoranza di lavoratori (quelli delle grandi aziende), applicando agli altri lavoratori patti territoriali basati su contratti flessibili, apprendistato, interinali e legando i salari e gli orari di lavoro alla produttività.

Per fermare questo progetto dobbiamo opporci frontalmente alla concertazione e incominciare a sviluppare serie piattaforme alternative che abbiano il coraggio di invertire la direzione di marcia fino ad oggi percorsa dal sindacato.

La nuova sinistra sindacale, lanciata i mesi scorsi con iniziative nazionali, sta dimostrando che l’unificazione di vertice non è mai realmente partita. Nonostante le difficoltà in cui si trovano i dirigenti della maggioranza della Cgil, vediamo che la sinistra non interviene in queste contraddizioni per aiutare i delegati a orientarsi per opporre alla politica di Cofferati una reale alternativa ai lavoratori. Non un contratto alternativo o una battaglia coerente da proporre ai lavoratori. Denunciano i danni della concertazione ma sono incapaci di tradurre in pratica il loro dissenso, limitandosi alla fine a dichiarazioni sui quotidiani di sinistra o proponendo come alternativa nei contratti emendamenti ad alcuni punti delle piattaforme che non ne cambiano in nessun modo l’indirizzo generale.

Nessuna alleanza di vertice delle varie anime della sinistra sindacale è in grado di portare avanti una battaglia seria contro Cofferati.

Lottiamo per costruire un’opposizione che sia l’espressione più autentica dei lavoratori più avanzati e combattivi che si prepari ad accogliere le nuove generazioni che entreranno in lotta nel prossimo periodo per battersi con successo per conquistare il sindacato.


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