FalceMartello n° 138 * 24-3-2000

Perché cala il silenzio sui referendum antisociali

Quando la Bonino e i radicali iniziarono la loro campagna "contro i comunisti e i sindacati di regime", cioè contro i lavoratori e i loro diritti, si innescò nel paese una vera e propria reazione a catena. La Confindustria, con una certa precipitazione, dichiarò il suo appoggio ai referendum prima ancora che venissero ammessi al voto; ne seguirono numerosi scioperi locali, organizzati da singole Rsu o da strutture locali del sindacato, e pochi giorni dopo Cofferati fece da mattatore al congresso dei Ds invitando il suo partito a scendere in campo e a combattere apertamente la minaccia di un massacro sociale.

Comitati di lotta contro i referendum dei radicali

Da allora in poi, però abbiamo visto una vera e propria congiura del silenzio calare sui referendum, in particolare su quelli più chiaramente antisociali.

Tanti interessi convergono in questo, e c’è stata una gara a gettare palate di sabbia per disinnescare il rischio di un vero e proprio incendio.

A dare il la è stato il governo, che in particolare per bocca di Amato e D’Alema, ha cominciato a spingere sulla "soluzione legislativa": niente referendum, ma facciamo una legge che ne accolga i punti principali, evitando così i pericoli del voto.

A ruota segue la decisione della Corte costituzionale, di cassare tutti i referendum sociali, tranne uno, che però è chiaramente il più velenoso: quello sulla libertà di licenziamento.

Al governo si accodano rapidamente i vertici sindacali, che salutano la sentenza della Corte come una "vittoria" e mettono rapidamente la sordina a tutte le iniziative che pure avevano rumorosamente annunciato nei giorni precedenti. Né fa di meglio la sinistra sindacale, incapace più che mai di rompere i propri vincoli nei confronti dell’apparato.

Sull’altro fronte, altri elementi spingono nella stessa direzione. Berlusconi, che aveva giocato un ruolo chiave nel dare spazio ai radicali (ricordiamo gli spot sulle reti Mediaset) non riesce a concludere l’alleanza con Pannella e la Bonino, e cambia a sua volta rotta. Il discorso che implicitamente rivolge ai padroni è questo: mi va bene quel programma, ma se volete vederlo applicare, prima devo tornare al governo.

Cosa è cambiato da gennaio? A nostro avviso non sono cambiati né i propositi dei padroni, né la loro determinazione a ottenere un nuovo e significativo peggioramento nelle nostre condizioni di lavoro e nei nostri diritti. Solo, hanno capito una cosa: lo scontro frontale, sia pure su un terreno ambiguo e a loro favorevole come quello referendario, è pieno di incognite. Non solo i sondaggi davano un 60% di potenziali NO al quesito sulla libertà di licenziamento. C’era anche il rischio di aprire la strada a una mobilitazione dal basso, di cui alcuni segnali si erano già visti, che avrebbe inevitabilmente costretto i sindacati a dare una copertura e una legittimazione, rischiando di aprire la strada a un processo a catena dagli esiti imprevedibili.

Così, constatata una volta di più l’arrendevolezza del governo e la disponibilità a discutere "da gentiluomini" sull’argomento, hanno deciso di intraprendere un’altra strada: arrestare la dinamica di scontro frontale, far sparire l’argomento dalle pagine dei giornali e dalle Tv. Lo scopo è fin troppo chiaro: creare un clima di disimpegno, fare il vuoto attorno a chi, fossero essi comitati, singoli lavoratori, Rsu, strutture sindacali, si stava preparando a una campagna a tappeto su questo fronte.

La campagna astensionista

È in questo clima generale che prende quota la campagna per l’astensione, promossa da larga parte del sindacalismo di base. Il ragionamento che fanno questi compagni è semplice: ormai del referendum si parla sempre meno, è più facile aggiungere con le nostre forze una piccola quota di astensioni a quelle che già spontaneamente ci sarebbero, piuttosto che mobilitare un numero molto maggiore di lavoratori per votare NO. In questo modo, faremo saltare il quorum e il referendum verrà sconfitto.

Discorso allettante, dobbiamo riconoscerlo, ma che a nostro avviso rischia di portarci a un vero e proprio disastro.

Il limite principale che vediamo nella posizione astensionista è il seguente: che tutto viene ricondotto all’esito del referendum, senza considerare né quello che avviene prima, né soprattutto quello che avverrà dopo. Per la borghesia il voto del 21 maggio è solo un passaggio in un lungo conflitto. Un mancato quorum non li fermerebbe affatto, ma semplicemente ributterebbe la palla nel campo del governo, che non avrebbe alcuna difficoltà a fare un nuovo accordo al ribasso approvando una delle tante proposte di legge in materia di licenziamenti che hanno già approntato.

L’astensione "militante" e "politicamente motivata" dei sindacati di base si perderebbe nel mare dell’indifferenza e non bastano le parole, per quanto infiammate, per permettere di distinguere nel mare dell’astensionismo quello orientato "da sinistra". Qui si vuole, dietro delle dichiarazioni altisonanti, elevare a principio la passività e la sfiducia.

La nostra proposta era e rimane quella di organizzarci e di votare NO, e questo è tanto più valido se oggi i vertici sindacali abbandonano il campo. I motivi che ci spingono sono semplici:

1) È necessaria una proposta che mobiliti e aggreghi chi si vuole opporre all’attacco, e che oggi non trova alcun punto di riferimento.

2) Il 21 maggio i NO dovranno essere contati per quello che sono: voti di opposizione non solo al programma della Confindustria, ma anche a chi, come il governo, vuole arrivare agli stessi risultati con metodi "meno rozzi" del referendum; al contrario, nel pentolone dell’astensionismo risulterà ben difficile determinare un raggruppamento di coloro che sono stati motivati dall’astensione "di sinistra".

3) Nè ci convince l’argomento che siccome Cofferati è per il NO, allora ci deve essere un qualche inghippo. Ci siamo battuti contro la politica di Cofferati fino ad oggi, e continueremo a farlo domani; proprio per questo, se Cofferati dice una cosa giusta non solo la appoggiamo, ma siamo i primi a metterla in pratica e a mostrare con i fatti tutte le ambiguità, le reticenze, quando non il vero e proprio sabotaggio, dell’apparato sindacale.

Nonostante la situazione attuale, non è affatto scontato che il 21 maggio il quorum venga a mancare. Lo stesso scontro che si sta aprendo sulla legge elettorale potrebbe avere un effetto di trascinamento sugli altri referendum. Ma al di là di queste considerazioni, vale per noi un principio decisivo: dobbiamo opporci sul campo a chi vuole creare un clima di disarmo, di "tutti a casa", a chi semina l’idea che bisogna abbassare il capo e far passare la tempesta, insoma a tutti quelli che, prima e dopo il 21 maggio, vogliono vedere i lavoratori dispersi e divisi.

 

Continua la campagna contro i referendum

Continua l’attività dei Comitati di lotta contro i referendum. Abbiamo prodotto un secondo volantone di quattro pagine, oltre all’adesivo che vedete riprodotto in questa pagina, che stiamo distribuendo in decine di posti di lavoro. Se sei interessato a ricevere materiale o a organizzare attività (presidi, incontri, volantinaggi), contattaci allo 02-66225622 oppure per e-mail all’indirizzo

stop_bonino@libero.it

Il Comitato in difesa della Scuola Pubblica (Csp) porta avanti da sempre la ricerca dell’"unità tra studenti e lavoratori". Il motivo di questa unità è semplice: difendiamo la scuola pubblica per difendere i diritti dei figli dei lavoratori e difendiamo i diritti dei lavoratori per difendere il nostro futuro. Per questo il Csp ha preso una chiara posizione contro la libertà di licenziamento voluta dai referendum della Bonino. Nonostante grossa parte degli studenti non siano ancora in età di voto, possono affiancarsi ai lavoratori incoraggiandoli a proseguire sulla linea del netto rifiuto di questi referendum.

Per questo il Csp nel mese di marzo ha svolto diverse attività contro i referendum. A Milano è stata svolta un’assemblea pomeridiana con circa 50 studenti e con la presenza di una delegata sindacale dell’azienda Ups, perché spiegasse gli effetti dei referendum radicali. Alla fine dell’assemblea è stato distribuito il materiale dei "Comitati di lotta contro i referendum radicali" perché fosse distribuito nelle scuole. A Crema il Csp ha convocato una giornata di lotta contro i referendum, con un presidio di circa 400 studenti davanti ad un’azienda: la Borsch. Gli studenti hanno incontrato il delegato sindacale principale manifestando tutta la loro contrarietà ai referendum. Questo è stato solo il primo passo di un percorso che ha portato il Csp a dialogare con la Fiom locale per verificare le possibilità di un’azione unitaria.


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