100mila docenti in piazza
Lo sciopero dei docenti del 17 febbraio ha visto un’alta partecipazione, con circa 100mila partecipanti nei cortei in tutta Italia, nonostante il ministro Berlinguer avesse ritirato la provocazione del "concorso-quizzone". Esplode così il malcontento accumulato negli anni nella categoria.
di Dario Salvetti (Comitati in difesa della scuola pubblica - Csp)
La propaganda ministeriale ha sempre dichiarato che "i salari dei docenti sono più bassi in Italia, perché in Italia è più basso il costo della vita". Il Ministero della Pubblica Istruzione si conferma così il Ministero della pubblica disinformazione visto che anche a parità di potere d’acquisto i docenti italiani rimangono il fanalino di coda europeo: per ogni ora lavorata gli insegnanti olandesi guadagnano +69,5%, i tedeschi +57,4%, +30% i francesi ecc. ecc. (calcolo dell’Ocse in dollari-equivalenti).
Il blocco dei pensionamenti, la chiusura delle scuole, la fusione delle classi, il blocco delle assunzioni hanno comportato un taglio continuo del numero dei professori e un aumento di quelli precari. Nel ‘97 i docenti di ruolo erano 764.000, nel ‘98 sono scesi a 671.000. Nello stesso periodo i precari sono aumentati da 40.000 a 66.000. Oggi, mettendo insieme tutti i docenti precari (supplenze annuali, temporanee, insegnanti di sostegno) si raggiunge la cifra di 150.000.
Le risorse per chiudere il contratto ‘98 ammontavano a 2700 miliardi, di cui ben 800 derivanti dal taglio del personale. In pratica i docenti hanno ottenuto aumenti derivanti dai tagli dei posti dei propri colleghi. La tattica dei vertici dei sindacati confederali di contrattare aumenti in cambio di esuberi è semplicemente suicida. Una categoria che subisce continui tagli non avrà mai la forza di imporre un contratto decente alla propria controparte.
Secondo il responsabile scuola di Confindustria: "Il contratto innova radicalmente: finalmente si è rotto il principio dell’egualitarismo retributivo". Detto in parole semplici si sancisce l’esistenza di lavoratori di serie A e di serie B.
Concorsone e casta di super-docenti
Il Ministro Berlinguer spande a piene mani demagogia sulla "correttezza della meritocrazia". Il suo ritornello è questo: "più soldi a chi se lo merita". Qua sorgono i problemi, però. Innanzitutto la meritocrazia sancisce una malsana competizione tra i docenti. Il lavoro d’insegnamento può essere basato solo sulla collegialità dove tutti i docenti "alla pari" possano decidere insieme quali scelte fare. Questo viene a cadere nella misura in cui ogni professore ritiene i propri risultati uno strumento da utilizzare per competere con i propri compagni di lavoro. Il compito dello Stato non è più quello di aggiornare tutti i propri docenti, per raggiungere una buona qualità dell’insegnamento. Infine, in base a che cosa è stabilito "il merito"? Mentre è in atto un processo di privatizzazione della scuola pubblica, il merito non può essere altro che stabilito in base a questo processo. Non viviamo sulla luna. I docenti non saranno considerati più bravi in base ad un’astratta idea dell’insegnamento ma in base alla loro compiacenza nell’appoggiare i progetti di Autonomia Scolastica, cioè di privatizzazione della scuola.
Gli aumenti salariali sono miseri per tutti i lavoratori della scuola, calcolati su un recupero dell’inflazione programmata del-l’1,5%. Non c’è dubbio che il reale costo della vita sia aumentato molto di più.
All’interno di questi aumenti minimi, vi era poi il concorsone-quiz. Il concorsone avrebbe dovuto selezionare il 20% dei docenti con più di 10 anni di anzianità (circa 150.000 docenti) a cui assegnare 6 milioni lordi. Il concorso è stato rimandato ma Berlinguer ha tenuto a specificare che "la meritocrazia rimane", magari con un concorso diverso. Questi 6 milioni di aumento sono una beffa perché sono una dichiarazione implicita che c’erano soldi sufficienti per dare aumenti maggiori e generalizzati a tutti.
Il preside manager-padrone
Si crea infine una casta di super-docenti che svolgeranno funzioni quali: "coordinamento delle attività di scuola-lavoro, coordinamento delle attività con formazione-professionale, coordinamento dei rapporti con enti-pubblici o Aziende anche per la realizzazione di stage formativi". Questi insegnanti, che diventano nei fatti i promotori della privatizzazione della propria scuola, prendono un ulteriore aumento di 3 milioni annui e avranno compiti di direzione e controllo dei propri colleghi.
Con la privatizzazione dell’istruzione, il preside diventa manager e sviluppa verso gli insegnanti un rapporto di tipo padronale.
I presidi-manager saranno la leva d’appoggio del Ministero all’interno delle scuole. Proprio ai presidi sono stati concessi gli aumenti salariali maggiori. Non a caso questo è l’ultimo contratto che li vede assieme agli altri lavoratori della scuola.
Dalla prossima scadenza contrattuale i presidi saranno considerati nell’area della "dirigenza amministrativa". L’obiettivo è quello di renderli sempre meno permeabili alle esigenze dei docenti e della didattica.
Dal prossimo contratto, si aggiungerà un ulteriore livello di contrattazione con i presidi, diventati dirigenti-manager, a contrattare con gli insegnanti nel ruolo di datori del lavoro.
La volontà è quella di distruggere il contratto nazionale dei lavoratori della scuola e costringere il singolo lavoratore a contrattare individualmente le proprie condizioni di lavoro.
Gli insegnanti erano sempre stati una categoria tenuta nell’ovatta da parte dei vari Ministri della Pubblica Istruzione. Mantenere un consenso tra la massa degli insegnanti era fondamentale per avere un contrappeso nella scuola alle lotte degli studenti. Oggi però le necessità del capitalismo spingono per uno smantellamento della scuola pubblica. Questo non poteva che influire anche sugli insegnanti, aprendo la strada a un recupero della combattività.
La Cgil si è presentata a questo appuntamento completamente immobile e screditata. I vertici della Cgil-scuola sono completamente avvolti nell’abbraccio del "ministro-amico Berlinguer". La linea della concertazione si dimostra sconfitta nei fatti. Cgil-scuola non deve accettare un minuto di più il proprio ruolo di stampella delle politiche ministeriali. Ogni docente iscritto alla Cgil ha il compito di aderire ai prossimi scioperi e di dare battaglia nella propria organizzazione contro la linea concertativa dei vertici.
L’immobilità della Cgil ha dato un enorme spazio ad altri sindacati. I sindacati extra-confederali, pur rappresentando il 6% di tutta la categoria, hanno condotto allo sciopero 1 insegnante su 2. Questo dimostra quale scontento aleggi nelle scuole. Il compito di ogni attivista nelle scuole è quello ora di creare un fronte di lotta allargato ad ogni sigla sindacale ponendo come unica discriminante il rifiuto dell’Autonomia Scolastica.
Per la prima volta dal ‘93 gli studenti vedono concretamente la possibilità di una lotta fianco a fianco con i lavoratori della scuola. Come Csp lavoreremo per questo.