Fermiamo con le lotte l’offensiva delle destre e dei padroni
NO ai referendum e alla concertazione
La Corte costituzionale ha ammesso al voto il più pericoloso dei referendum dei radicali, quello sulla libertà di licenziamento, cioè l’abolizione dell’obbligo di reintegrare sul posto di lavoro il lavoratore licenziato senza giusta causa.
Con questo referendum i radicali e la Confindustria sperano di poter dare la spallata decisiva a uno dei pilastri dello Statuto dei lavoratori, e di ripetere così con un referendum quello che in passato hanno fatto con la scala mobile (cancellata con un tratto di penna nel 1992) e nel 1995 con le pensioni d’anzianità (per le quali si è scelta la via della "morte dolce ma sicura" entro qualche anno).
Ci troviamo quindi di fronte a un’offensiva aperta del padronato, che nei referendum vede solo un momento avanzato, un grimaldello per scardinare quello che considerano "l’ultimo muro" dei diritti dei lavoratori.
In questi anni la maggioranza dei lavoratori, dei pensionati, milioni che hanno votato per il centrosinistra, hanno sperato che in un modo o nell’altro questo governo, con la collaborazione dei vertici sindacali, potesse per lo meno arginare questa offensiva, evitare che si giungesse al peggio.
Ancora una volta i fatti di questi giorni ci dicono che non è così. Il governo D’Alema vede nel referendum un ostacolo non per il suo contenuto reazionario e antioperaio, ma esclusivamente per il metodo. Si fanno sempre più forti nella maggioranza di governo e negli stessi Ds le voci di coloro che dicono "facciamo una legge" (prima o dopo il voto), per andare incontro alle richieste dei radicali. Un assaggio ce lo hanno dato con il decreto sul part-time che ancora una volta regala alle aziende più incentivi e più flessibilità (vedi articolo a pag. 4).
La loro opposizione ai radicali e alla Confindustria è sempre più problematica e ambigua, e apre la strada alla logica del "cavallo di Troia": per non combattere il mio nemico, gli apro direttamente le porte della città.
Se il governo già a gennaio aveva reso chiaro che non si sarebbe seriamente opposto al referendum, qualche speranza poteva averla destata Cofferati, che al congresso dei Ds aveva infiammato la platea chiamando il partito a una battaglia aperta contro i radicali. È vero
che quella presa di posizione ha scatenato le ire del settore ultra liberale dei Ds, che oggi insorge contro la "vittoria della linea della Cgil" e, con alla testa i vari Ichino, Salvati, Debenedetti, dichiara che è necessario fare una legge che vada incontro alla posizione dei radicale e che in alcuni casi (Debenedetti) giunge apertamente a schierarsi per il Sì
Tuttavia la presa di posizione dei vertici sindacali nazionali non sta producendo nessuna mobilitazione. La decisione formale di costruire i comitati per il No nei posti di lavoro rimane lettera morta, tranne in quei casi dove l’iniziativa dei delegati, o di strutture sindacali locali, riempie il clamoroso vuoto lasciato dai vertici.
È ormai chiaro che sia Cofferati che D’Antoni temono di più la mobilitazione dei lavoratori contro i referendum, di quanto non temano una vittoria del Sì. Sanno che aprire le porte alla partecipazione dal basso e a una campagna di massa e militante contro i referendum potrebbe aprire la diga a un diluvio di malcontento e di critica che in questi anni si è accumulato nei luoghi di lavoro.
All’offensiva del referendum si salda l’offensiva della destra, che vede ormai la possibilità di scalzare il governo dopo le elezioni regionali di aprile. Berlusconi salda l’alleanza con Bossi e preme sull’acceleratore per tirare anche la Bonino dentro l’alleanza.
L’offensiva della destra, tuttavia, non suscita nessuna risposta, neppure parziale, nel governo. Il "muro contro muro" avviene solo su temi come la legge sugli spot elettorali, mai su questioni che possano in qualche modo suscitare aspettative fra i lavoratori, i disoccupati, la stessa base elettorale del centrosinistra. Anzi, il ritorno offensivo del Polo apre un ulteriore spostamento a destra all’interno della maggioranza di governo. Ebbene sì, per quanto possa sembrare incredibile, anche D’Alema, con tutto quello che possa aver fatto il suo governo (dalla guerra in Kosovo in poi) viene giudicato troppo "a sinistra" per guidare il centrosinistra verso la campagna elettorale del 2001 (ammesso che a quella data si riesca ad arrivare).
I nomi di Giuliano Amato, del finanziere cattolico Bazoli, il commissario europeo Mario Monti e di chissà quanti altri circolano nei corridoi del potere che si preparano al dopo elezioni.
In questo contesto solo una ripresa decisa dell’iniziativa dal basso, dai posti di lavoro, dalle scuole, dalla base sindacale, può fermare lo smottamento verso destra. In tutti questi anni le posizioni della destra, dei radicali, della Confindustria si sono alimentate soprattutto dei cedimenti del sindacato e del governo. La concertazione ha spianato la strada all’offensiva attuale. Il padronato ha occupato posizioni su posizioni senza colpo ferire, attraverso gli accordi triangolari tra governo, sindacato e Confin-dustria, e ora, dopo aver spremuto per bene il centrosinistra, passano all’incasso.
La nostra lotta oggi è quindi necessariamente una lotta su due fronti: contro i referendum, contro l’offensiva della destra, ma anche contro la concertazione, per cambiare la linea e i gruppi dirigenti nel sindacato, per rompere una volta per tutte con questa gabbia che ci ha portato a questo punto critico.
In queste settimane abbiamo visto mobilitazioni significative dei docenti, dei portuali, degli autoferrotranvieri. Laddove localmente le strutture sindacali hanno realmente promosso la lotta ai referendum, c’è stata una risposta positiva nelle fabbriche.
Esiste un fermento e una voglia di organizzarsi, di non lasciar passare questa nuova offensiva, ma questo fermento il più delle volte non trova canali per esprimersi. È un terreno enorme su cui i comunisti devono impegnarsi in prima fila per provare a riempire questo vuoto e a trasformarlo in una mobilitazione cosciente che ponga le basi per invertire la tendenza di tutti questi anni.
Milano, 23 febbraio 2000