FalceMartello n° 136 * 20-1-2000

Cosa succede ad Aviano?

Riarmo, attentati e repressione

Sulla base militare di Aviano le notizie escono col contagocce, e i giornalisti che timidamente osano pubblicarle, lo fanno, sulla stampa locale e nazionale, con evidente imbarazzo.

di Gabriele Donato

L’ultima in ordine di tempo ci ha informato, alla fine del ’99, che nel 1996 la base era pronta per sferrare un attacco atomico alla Libia: l’informazione (che cinicamente potremmo definire esplosiva) era contenuta nel Bollettino degli scienziati atomici, che solo pochi mesi prima aveva confermato tutti i sospetti relativi all’ingente presenza di testate atomiche nel sottosuolo della base "friulana".

E proprio al gennaio del ’96 risale la visita improvvisata di Clinton ad Aviano: la CIA a quel tempo si era convinta di aver individuato a 80 km a sud-est di Tripoli un deposito di armi chimiche; il presidente democratico si era fatto immediatamente prendere dalla mania di verificare le capacità della base di sferrare un attacco atomico ai libici. Gli spostamenti frettolosi di Clinton si spiegano anche con l’imminenza della firma di un accordo internazionale (quello di Pelindaba) che avrebbe teoricamente impedito al gendarme statunitense persino "l’innocente" minaccia dell’impiego di armi nucleari. L’accordo fu poi effettivamente siglato nell’aprile, con l’aggiunta tuttavia di alcune riserve, esplicitate da un consulente di Clinton (tale Robert Bell) che nella sostanza ne vanificavano il contenuto. L’attacco alla Libia non si è (per ora) concretizzato: ciò ci interessa poco; quello su cui è al contrario necessario riflettere è la centralità, sempre più chiara, della base di Aviano nella geografia del Mediterraneo.

"Aviano 2000"

Se ritorniamo per un attimo alle parole del Bollettino citato all’inizio, troviamo la conferma, da parte del suo autorevole editorialista Arkin, che oggi tale base è considerata "il quartier generale nucleare per tutto il sud Europa", e che il suo "carico di lavoro" è costantemente aumentato negli ultimi anni. Il Friuli-Venezia Giulia è un osservatorio privilegiato per la registrazione della crescente centralità attribuita alle strutture militari di Aviano: su questo giornale abbiamo già riferito della megalomania dei progetti del governo americano riguardanti la base. Durante l’ultima estate in particolare la Commissione regionale per le Servitù militari ha dovuto considerare numerose proposte di potenziamento del complesso militare di Aviano: nello specifico tale commissione ha discusso dei 20 miliardi di dollari che il governo USA intende stanziare per la ristrutturazione dell’apparato-radar e delle altre strutture fondamentali (si è parlato tra le altre cose della costruzione di un "laboratorio entomologico", che, dopo qualche richiesta di spiegazione, è diventato un "semplice" deposito di pesticidi, dal costo, tuttavia, piuttosto elevato: 850.000 dollari).

Si tratta di progetti che si sposano al già noto piano d’ampliamento denominato "Aviano 2000", che entro quest’anno dovrebbe portare da 1700 a 3000 i militari impegnati nella base, grazie a investimenti per 1000 miliardi, in gran parte finanziati dal "nostro" governo.

Quali le ragioni di quest’attività febbricitante di riammodernamento della base? Già dalla Guerra del Golfo gli esperti militari americani si lamentano delle insufficienze palesate dalle strutture a disposizione ad Aviano: la campagna primaverile di aggressione alla Federazione jugoslava sembra aver confermato la fondatezza di tali lamentele, imponendo perciò ai vertici politici e militari americani di correre ai ripari. Non poteva mancare, in questo quadro, la totale disponibilità da parte delle istituzioni italiane, nazionali e locali, ad accettare supinamente le indicazioni provenienti dallo zio Sam. Disponibilità d’altra parte non nuova, e che da sempre rende le autorità del nostro paese pienamente corresponsabili delle missioni di polizia internazionale con le quali gli USA si sono abituati a schiacciare ogni dissenso in grado di ostacolare le proprie ambizioni imperialiste di dominio mondiale. Che fra gli strumenti che le potenze imperialiste del 2000 intendono utilizzare ci siano anche le armi nucleari, è da tempo evidente a tutti: solamente in Italia il numero delle "B-61" da 300 kilotoni (20 volte più potenti dell’ordigno di Hiroshima) varia da 26 a 29 e, solo ad Aviano, nel 1996 sono stati ultimati 18 nuovi impianti sotterranei per lo stoccaggio dello stesso tipo di ordigni.

Le armi nucleari, dunque, come gendarmi efficaci del nuovo (dis)ordine mondiale, voluto (con entusiasmo) e imposto (a fatica) dall’Occidente vincitore della guerra fredda (non importa se governato dalla destra o dalla sinistra, dai conservatori o dai progressisti): ordine mondiale che sempre più spesso sarà destinato ad assumere i lineamenti orrendamente deturpati dei neonati iracheni, condannati dall’utilizzo sistematico, durante la Guerra del Golfo, dei proiettili anticarro a base di uranio impoverito, piovuti in massa anche sulle regioni aggredite della Federazione jugoslava.

Attentati e repressione

Il silenzio che copre l’ampliamento della base viene compensato da una rumorosa campagna "antiterrorista" messa in piedi dalla Procura di Pordenone e dalla Digos. Di fronte ai due micro-attentati rivolti contro le attrezzature di due ditte impegnate nei lavori della base, non si è esitato a ricorrere al più pesante armamentario delle leggi d’emergenza degli anni ’70, in particolare all’articolo 270 bis del Codice Penale introdotto alla fine degli anni ‘70, col famigerato decreto Cossiga, come strumento efficace per effettuare arresti di massa, per prolungare i termini di carcerazione preventiva e per autorizzare perquisizioni e fermi.

La Procura di Pordenone infatti ha emesso un’ordinanza di cattura, nel novembre scorso, a danno di cinque militanti pacifisti, considerati gli animatori dei "Gruppi partigiani per il sabotaggio", la sigla che ha rivendicato due azioni contro le strutture di due imprese coinvolte nel progetto "Aviano 2000". L’accusa è stata, oltre che di porto di ordigni incendiari e di danneggiamento, di vera e propria associazione sovversiva: oltre alle cinque ordinanze di custodia cautelare, la Procura ha fatto scattare una decina di perquisizioni in parecchie città del centro-nord. Non serve aggiungere che immediatamente la Digos ha parlato di legami con l’eversione rossa, in particolare con i Nuclei Territoriali Antimperialisti, protagonisti negli ultimi anni di una serie di azioni contro la base di Aviano.

La gravità spropositata delle accuse (in rapporto all’effettiva entità delle azioni) e il clamoroso dispiegamento di forze (per le indagini sarebbe stato utilizzato addirittura un radar satellitare!) ci paiono proporzionali solamente al timore che deve aver travolto le istituzioni del nostro paese per il clima di radicalizzazione generato dal dissenso espresso contro la guerra.

Si tratta chiaramente di una dura campagna di intimidazione che tenta di cancellare quanto costruito nel movimento contro la guerra in Jugoslavia la scorsa primavera.

Detto questo, resta il fatto che questi attentati non esprimono altro che una disperata confusione. Proprio perché solidarizziamo con chi, di fronte ai crimini dell’imperialismo, ha cercato un mezzo per tentare di opporsi e di resistere, non possiamo che criticarne apertamente i metodi e le scelte. Né uno, né mille attentati possono fermare uno spiegamento di forze come quello che la Nato ha messo in mostra nella guerra contro la Jugoslavia, o in quella del Golfo. Non serviranno né a spaventare i nostri avversari, né a "dare l’esempio", né a creare un movimento di massa. L’unico esito sarà quello di mandare allo sbaraglio qualche gruppo di giovani, gettandoli in bocca a uno Stato che non aspetta altro che questo per criminalizzare ogni opposizione alla Nato.

Si dica anche che gruppi che esprimono un tale livello di confusione politica sono da sempre vulnerabili di fronte a qualsiasi tentativo di strumentalizzazione, quando non di vere e proprie manovre di provocazione.

La lotta contro l’imperialismo, la guerra e il riarmo potrà essere vittoriosa solo quando si intreccerà con un movimento di massa dei lavoratori che metta in discussione tutta la struttura della società capitalista, e con essa la spinta sempre più forte verso il militarismo.

A questo occorre lavorare, ma questo obiettivo non verrà avvicinato nemmeno di un millimetro né da uno, né da cento attentati.


Home Page