Il nostro NO ai referendum radicali
Fermiamoli!
"I referendum in materia di lavoro non sancirebbero la libertà di licenziare e per questo, dire che i referendum sono un’iniziativa contro i sindacati e i lavoratori è una grande sciocchezza oltre che una risposta politica inadeguata". Con queste parole il presidente di Confindustria, Giorgio Fossa, esordisce sabato 15 gennaio sulle pagine del Sole 24 ore.
I quesiti dei radicali, in particolare i 6 legati a questioni del lavoro, e i 5 sulle questioni sociali, rappresentano il concentrato dei desideri dei padroni, i quali hanno dato immediatamente il loro appoggio.
di Paolo Grassi
Lavoro in ritenuta d’acconto, in affitto, a tempo determinato, para subordinato, ormai infinite sono le forme contrattuali che i lavoratori sono costretti ad accettare. A queste si aggiunge il fenomeno massiccio delle fusioni e delle esternalizzazioni che sono un utile strumento per i padroni anche per portare a casa licenziamenti collettivi.
Vediamo allora cosa si nasconde dietro a questi controversi referendum, considerando che ai lavoratori e ai giovani in cerca di occupazione non importa assolutamente nulla delle normative europee, a cui tanto i nostri dirigenti si appellano, quando si tratta di trovare un posto di lavoro.
Libertà completa di licenziamento
Sicuramente il più controverso dei quesiti è quello che chiede l’abrogazione dell’articolo 18 della legge 300 (statuto dei lavoratori), da anni obbiettivo dei padroni. L’abrogazione di questo articolo in parole semplici significa abolire la giusta causa di cui ha bisogno il padrone che licenzia un lavoratore, estendendo a tutte le aziende la totale libertà di licenziamento che già esiste nelle imprese con meno di 15 dipendenti. I padroni sostengono che l’abrogazione di questo articolo non vorrà dire automaticamente libertà di licenziamento. Certo, infatti i padroni dovranno, se il pretore del lavoro riscontrerà un abuso di potere da parte dell’imprenditore, versare ai lavoratori licenziati una somma pari a due o tre mensilità di stipendio. Quello che conta per loro e che non saranno costretti a reintegrare il lavoratore. Ringraziamo commossi per tanta generosità. (vedi box)
L’istituto Ares 2000, che ha condotto uno studio sui referendum, ha calcolato che sarebbero 10mila i lavoratori che ogni anno perderebbero il lavoro se questo articolo venisse abrogato. (Liberazione 18/01/2000).
Flessibilità e precarizzazione completa
Il contratto nazionale del commercio e quello dei bancari, gli ultimi contratti nazionali firmati sono già un esempio sufficiente di che cosa significa l’applicazione concreta della flessibilità. L’orario di lavoro subisce veri e propri stravolgimenti, vengono tolte le pause e ogni limite allo sforamento delle 40 ore settimanali. Viene introdotto per i part-time il cosiddetto orario multiperiodale, cioè l’aumento da 25 a 48 ore settimanali per 4 mesi nei periodi in cui l’azienda lo richiederà. Vengono introdotte 50 ore di flessibilità più 100 di straordinario.
La precarizzazione e la diversificazione delle condizioni di lavoro mette in discussione l’esistenza stessa dei contratti nazionali, visto che dilagano anche i contratti d’area (le nuove gabbie salariali) che prevedono accordi speciali e deroghe agli accordi nazionali nelle aree "di crisi occupazionale" minandone le basi fondamentali di unità tra i lavoratori.
I referendum sui temi della flessibilità del lavoro non vanno nella direzione di inventare nuove forme di precarizzazione, più semplicemente si pongono l’obbiettivo di usare meglio, per i padroni, la flessibilità che già esiste. Superando quelle normative che si proponevano di limitare contratti di questo tipo.
La totale libertà nell’utilizzo del part time, con lo scopo di imporre le esigenze aziendali a prescindere dai reali bisogni dei lavoratori e delle loro famiglie, la richiesta di abrogare le norme che limitano il lavoro a domicilio permettendo alle aziende di estendere tale utilizzo a ogni mansione e puntando a reinstaurare il cottimo, per quanto ne dicano non significano più occupazione, ma solo dare alle aziende la possibilità di assumere in base esclusivamente alle loro esigenze per poi sbarazzarsi dei lavoratori più facilmente quando questi non servono più.
Anche la liberalizzazione del collocamento privato, avere cioè la possibilità di imporre le assunzioni dei lavoratori con una selezione ancora più arbitraria e discriminatoria di quella che gia c’è ora, va in questa direzione. Le agenzie interinali che già esistono (grazie al governo Prodi) sono agenzie che selezionano i lavoratori per le aziende non solo rispondendo a criteri di professionalità, ma anche di sottomissione. Il lavoratore in affitto (che già esisteva con l’abbondante utilizzo delle cooperative) non può unirsi alle eventuali richieste dei lavoratori nella stessa azienda senza essere scaricato dall’agenzia. Si inserisce un grave elemento di divisione e di fatto si instaurano gli stessi principi del caporalato.
Sempre la ricerca dell’istituto Ares ha quantificato in 300 i miliardi all’anno la somma a carico dei disoccupati, qualora passi il referendum che liberalizza il collocamento e l’abrogazione del divieto di far pagare al disoccupato la spesa per l’attività richiesta all’agenzia.
Previdenza e contributi
Non potevano mancare le pensioni in questi referendum. Dopo le controriforme di Amato e Dini, dopo i ritocchi peggiorativi di Prodi, ora Bonino e Pannella si ripropongono di fare quello che non è riuscito a portare a termine Berlusconi, grazie alla mobilitazione di milioni di lavoratori, nell’autunno del 1994. Il quesito in questione infatti chiede di abrogare le pensioni di anzianità portando da subito a 57 anni di età e 40 di contributi i requisiti minimi per la pensione.
La responsabilità dei vertici sindacali in questo continuo attacco alle pensioni ci sono e sono gravi. L’aver accettato i fondi pensione privati come inevitabile strumento per integrare le misere pensioni aiutano la borghesia ad aprire un varco in questa direzione, oltre che mostrare chiaramente la poca fiducia e la poca disponibilità dei vertici sindacali a portare avanti una vera battaglia su questo sacrosanto diritto.
Infatti, invece di difendere una pensione pubblica e dignitosa per tutti, le confederazioni lanciano nei contratti nazionali propri istituti previdenziali privati, come ad esempio il fondo Cometa per i metalmeccanici, e si battono per l’obbligatorietà dell’utilizzo del Tfr (la liquidazione) nell’investimento in questi fondi.
Propongono di eliminare l’obbligo per le aziende di assicurare i propri dipendenti all’Inail contro gli infortuni, rivendicando la libertà di poter scegliere istituti privati. Libertà di scelta in questo caso, significa dare alle aziende ulteriori opportunità di sfuggire ai controlli e avere totale libertà di decidere cosa è pericoloso per i lavoratori e cosa no. In un paese dove ci sono oltre 1200 morti all’anno e oltre 800mila infortuni, quello che avremmo bisogno non è aumentare gli spazi di manovra dei padroni, ma caso mai aumentare realmente il potere dei lavoratori nel controllare e prevenire i lavori pericolosi.
Anche su questo punto i vertici sindacali hanno parecchie responsabilità. Inserire nei contratti nazionali, come ad esempio quello della gomma plastica, la richiesta di istituire fondi di assistenza sanitaria integrativa a quella pubblica.
A questi referendum se ne aggiungono altri, come la proposta di versare ai lavoratori tutto il proprio stipendio comprese le trattenute, in modo che poi sia il lavoratore a pagarsi autonomamente i contributi, piuttosto che quello di abrogare la sanità pubblica dando a tutti la possibilità di scegliersi l’ente che più gli aggrada. Dietro lo specchietto per le allodole di avere più soldi in busta paga si nasconde la totale distruzione dello Stato sociale, poiché questi soldi prenderebbero immediatamente la strada di fondi privati per pensioni, assicurazioni, sanità, ecc., fondi che non garantirebbero affatto delle tutele decenti per tutti. Sarebbe l’applicazione del modello Usa, dove decine di milioni di persone non hanno servizi sociali, e dove un ammalato viene trattato differentemente a seconda del tipo di assicurazione che ha scelto.
I finanziamenti pubblici ai sindacati
Un discorso a parte meritano i referendum che taglierebbero i finanziamenti pubblici ai patronati sindacali, strutture che oggi offrono servizi come la dichiarazione dei redditi, o il controllo dei versamenti Inps.
Noi crediamo che questi finanziamenti abbiano contribuito alla burocratizzazione del sindacato, sia per motivi economici (dipendenza dai soldi pubblici), sia perché orientano sempre di più la struttura sindacale, a partire dai delegati Rsu, a compiti di servizio distogliendoli dal compito di organizzare i lavoratori. Tuttavia, anche qui è decisivo il contesto del referendum.
I radicali puntano a strumentalizzare la sfiducia dei lavoratori verso l’apparato sindacale per poter nascondere il vero contenuto dei loro referendum, che come abbiamo visto rappresentano un vero e proprio massacro sociale. Non intendiamo affatto chiudere gli occhi sul funzionamento burocratico del sindacato, e neppure sugli abusi che possono verificarsi in settori come i patronati che sono sottratti a un reale controllo degli iscritti e dei lavoratori. Questa battaglia non può avere niente in comune con dei referendum che dietro alla demagogia sul finanziamento a Cgil-Cisl-Uil nasconde il suo vero obiettivo che è quello di distruggere il sindacato nel suo insieme.
Ma anche su questi quesiti è necessario dare una risposta precisa. Sarebbe sbagliato pensare che in qualche modo è giusto che i dirigenti sindacali vengano puniti attraverso i referendum per le loro malefatte. Non basta dire che è sbagliato che il sindacato dipenda finanziariamente dallo Stato. Questo è uno dei tanti aspetti della crisi e della involuzione dei sindacati in questi anni, ma l’unico modo per combatterlo è con la partecipazione cosciente dei lavoratori alla vita sindacale e con una battaglia per la democrazia interna e contro la concertazione. Lottare contro questo attacco significa anche lottare per cambiare radicalmente le linee del sindacato. I padroni non avrebbero trovato tanto spazio per un attacco cosi aperto ai lavoratori se non fosse per l’infinita serie di cedimenti commessi ai danni dei lavoratori dai vertici sindacali. La nostra difesa del sindacato e delle conquiste dei lavoratori deve essere tanto decisa quanto decisa deve essere la nostra critica ai vertici. Mentre ci mobilitiamo contro chi vuole distruggere pensioni, sanità e diritti, non possiamo non mobilitarci contro chi nel governo e nel sindacato apre la strada alla stessa politica sotto la parola concertazione.
I quesiti "sociali"
Dei 20 referendum dei radicali 11 quesiti trattano di rapporti tra imprese e lavoratori, previdenza, sanità e finanziamenti ai sindacati. Eccone un breve riassunto.
1 - Disciplina dei licenziamenti: abolizione dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori sulla giusta causa. Viene cancellata la reintegrazione nel posto di lavoro.
2 - Tempo determinato: Liberalizzazione dei contratti a termine eliminando i vincoli alla stipula di questo tipo di contratti (lavori specializzati, sostituzione lavoratori assenti ecc).
3 - Part time: Si vuole liberalizzare i contratti di lavoro a tempo parziale abolendo gli ostacoli alla diffusione di questo tipo di rapporti.
4 - Lavoro a domicilio: Liberalizzazione dei contratti di lavoro a domicilio. Secondo i radicali la legislazione attuale è superata rispetto ad un’organizzazione del lavoro più flessibile.
5 - Collocamento al lavoro: Liberalizzazione completa del collocamento privato per "facilitare l’incontro" tra domanda e offerta di lavoro. Al momento è possibile la mediazione di privati nel mercato del lavoro purché questa sia esercitata a titolo gratuito nei confronti dei lavoratori e ci sia un’autorizzazione del ministero dl lavoro.
6 - Pensioni d’anzianità: Il quesito referendario prevede l’abolizione delle norme sul regime transitorio della riforma Dini. I requisiti minimi sarebbero quindi elevati da subito a 57 anni di età o 40 anni di contributi.
7 - Servizio sanitario nazionale: lascia ai cittadini, fermo restando l’obbligo di assicurazione, libertà di scelta tra un’assicurazione privata e il servizio pubblico.
8 - Monopolio Inail: Si vuole abolire l’obbligo di stipulare l’assicurazione contro infortuni con l’Inail, lasciando la possibilità di sceglierne un’assicurazione privata.
9 - Patronati sindacali: Il quesito vuole abolire il finanziamento pubblico ai patronati.
10 - Trattenute sindacali: Si chiede l’abolizione delle trattenute associative sindacali effettuate alla fonte dagli enti previdenziali.
11 - Abolizione della ritenuta d’acconto: Il quesito chiede l’abrogazione del decreto 600/1973 che istituiva la ritenuta alla fonte.