FalceMartello n° 136 * 20-1-2000

Con la lotta

possiamo battere la Bonino!

Le prime risposte dei lavoratori, alle dichiarazioni di Confindustria di sostegno ai referendum dei radicali non si sono fatte attendere. In decine di fabbriche i lavoratori sono scesi spontaneamente in sciopero, soprattutto in Piemonte e in Lombardia, con la mobilitazione di migliaia di lavoratori.

Confindustria è convinta di avere il vento in poppa, è convinta di vincere questi referendum e per questo motivo getta la maschera diplomatica tenuta fino ad ora e con sfrontatezza dà il suo appoggio ai referendum ancora prima che la Consulta si sia espressa sulla costituzionalità dei quesiti. Umberto Agnelli meglio di chiunque altro ha espresso la loro posizione "La scelta espressa da Confindustria non è una novità perché è coerente con le posizioni espresse da tempo sulla liberalizzazione del mercato del lavoro e sulla flessibilità" (Il Manifesto, 14 gennaio 2000).

I dirigenti sindacali invece di scandalizzarsi per la decisione dei padroni, dovrebbero rompere ogni tipo di concertazione e convocare uno sciopero generale contro i referendum della Bonino.

Cofferati ha infiammato la platea del congresso dei Ds e anche D’Alema ha dichiarato il suo impegno contro questi referendum, ma i tempi, i modi e soprattutto le parole d’ordine che stanno usando sono tutt’altro che una garanzia che vogliano fare questa battaglia nel modo giusto. D’Antoni (segretario della Cisl) in un intervista sul Sole 24 ore molto candidamente ha ricordato ai padroni che se l’80% dei nuovi posti di lavoro sono flessibili questo lo si deve ai sindacati.

La posta in gioco è ben più alta dei singoli punti contenuti nei referendum radicali, la Bonino e Confindustria vogliono approfittare del discredito accumulato dai sindacati per sferrare un colpo decisivo ai lavoratori. Per invertire la rotta non basta quindi costituire dei comitati e fare dichiarazioni in televisione, è necessario mettere in discussione tutto quello che è stato fatto fino ad oggi.

Gli avete dato la mano e loro vogliono il braccio. È così sorprendente?

La risposta sindacale di formare i Comitati per il NO è una risposta tardiva ma soprattutto istituzionale, va nella direzione di formare dei comitati che hanno come scopo fondamentale quello di avere garantiti in televisione e sui giornali gli spazi per portare avanti le ragioni del NO. I comitati devono avere radici nelle fabbriche e devono usare l’arma dello sciopero. Le assemblee nei posti di lavoro, che il sindacato dichiara di voler fare devono servire a questo scopo. C’è poi il problema politico di come si difende il NO ai referendum, non possiamo dire ai lavoratori, ai cittadini: "la flessibilità siamo stati noi a introdurla" o limitarci a dire che i referendum sono anticostituzionali e che sulla flessibilità del lavoro la legislazione italiana deve recepire le direttive europee. Questo vuol dire andare al suicidio, le politiche di concertazione hanno reso permeabili milioni di lavoratori, studenti, disoccupati alle posizioni della Bonino: così non li convinceremo mai.

Il Comitato per le libertà e i diritti sociali a cui hanno aderito attori, gente di teatro, giuristi, dirigenti dei Ds e di Rifondazione e qualche delegato di fama si limita a proporre come principale forma di lotta la stesura di un memoriale che spieghi l’incostituzionalità dei referendum, da consegnare alla Consulta, ultimo organo costituzionale chiamato ad esprimersi sulla ammissibilità dei quesiti.

Quello che vediamo nascere dalle proposte dei vertici sono tanti atti formali e poca sostanza.

Lo strumento dei referendum è un terreno sfavorevole al movimento operaio. Ai referendum votano, sulle condizioni operaie, anche i padroni, e milioni di cittadini che non sono lavoratori dipendenti.

Proprio per questo dobbiamo scendere sul terreno della mobilitazione e dello sciopero generale.

Giuliano Amato, ministro, del tesoro, recentemente ha invitato le parti sociali e il governo a trovare nei prossimi mesi iniziative legislative per evitare un voto che potrebbe avere grosse ripercussioni sulla pace sociale. Le "alternative" di Amato le conosciamo, sono quelle di portarci a piccoli passi sul terreno della Bonino e in questo momento hanno solo l’effetto di dividere il movimento operaio con l’illusione che esista una via di compromesso alla situazione attuale. Un gruppo di delegati, che questo giornale ha sostenuto fin dall’inizio (vedi pagina 7), da quattro mesi sta portando avanti una raccolta di firme davanti alle fabbriche per sensibilizzare i lavoratori della necessità di essere informati del pericolo che stiamo correndo e del bisogno immediato di organizzarci.

Le firme sono state raccolte con una lettera aperta indirizzata ai vertici sindacali a cui si chiedeva di abbandonare la linea del silenzio fin qui adottata e impegnarsi in modo deciso contro i referendum. Sono stati derisi e accusati di "basismo" e "avventurismo" da tanti dirigenti del sindacato e di Rifondazione comunista. Ma avevano ragione loro.

È positivo che ora tutto il sindacato e i partiti di sinistra capiscano, anche se in ritardo, la centralità di questa questione, ci sono le forze per vincere a condizione che si usi contro la Confindustria. Tutta la forza organizzata di cui dispone il movimento operaio. Trasformando una lotta difensiva in una riscossa dei lavoratori tesa a riconquistare i diritti persi in questi anni.


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