FalceMartello n° 135 * 27-11-1999

Salario ai disoccupati
come e perché

Da anni oramai la crisi dell’economia, il debito pubblico, la massa crescente di disoccupati sono serviti al padronato per lanciare l’offensiva alle conquiste dei lavoratori: attaccano continuamente le pensioni giocando su presunte contrapposizioni generazionali; fanno passare il ricorso sempre più frequente alla precarietà del lavoro interinale, del part time, del tempo determinato, dei Cfl ecc, oppure del lavoro nero, come fatto inevitabile; hanno introdotto sempre più flessibilità oraria, salariale. Il tentativo è dividere il movimento operaio, per fiaccarne la resistenza.

di Giuseppe Letizia

I risultati di quest’offensiva sono evidenti a tutti: peggiorano le condizioni di vita e di lavoro, crescono negli ultimi anni la disoccupazione e la povertà. Di fronte a questa situazione proporre, come facciamo, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, il no ad ogni precarietà è più che giusto ma non può essere sufficiente. È sempre più chiaro che il capitalismo non è più in grado di garantire lavoro a tutti, data la crescita asfittica (quando va bene) dell’economia italiana. Dobbiamo qunidi unificare la vertenza generale del lavoro con quella per il lavoro, sempre più spesso pericolosamente e strumentalmente contrapposte. Ma per farlo bisogna necessariamente partire dalle condizioni materiali che spingono i disoccupati ad accettare ogni ricatto padronale. Da queste considerazioni e da questi obiettivi dichiarati nasce la proposta del salario garantito. Non certo le 200mila lire mensili per "famiglie bisognose con figli minorenni a carico" che rappresentano l’elemosina della legge Turco.

Si tratta invece di proporre il salario garantito come rivendicazione unificante del movimento operaio agganciandolo ad un contratto nazionale di lavoro, in una misura percentuale, come avviene per la Cassa integrazione. In questo modo ai lavoratori si offrirebbe una utilissima sponda per le loro rivendicazioni salariali e per il miglioramento delle condizioni di lavoro. E si offrirebbe a tutti i disoccupati lo strumento per potersi difendere dalla necessità del lavoro irregolare e non garantito, per poter aprire concretamente la vertenza per un lavoro vero, perché come dicevano i Disoccupati Organizzati di Napoli negli anni 70 "se l’obiettivo dei lavoratori è la Cassa integrazione, perché scioperano per il posto di lavoro?". E i soldi? In questi anni le imprese hanno realizzato enormi e inediti profitti a spese dei lavoratori; hanno avuto notevoli vantaggi fiscali dall’introduzione dell’IRAP; hanno avuto decine di migliaia di miliardi a vario titolo dallo stato, compresi quelli destinati alla riemersione del sommerso sempre nella logica del debito pubblico e profitto privato.

Il tutto senza alcun risultato sul piano della lotta alla disoccupazione. I soldi ci sono! Un ultima considerazione a quello che è lo spunto per quest’articolo, la presentazione della piattaforma del partito in cui si torna a parlare di salario. Rifondazione ha introdotto nel suo programma la rivendicazione di un salario per i lavoratori intermittenti (precari, interinali ecc.) e di un pacchetto di servizi gratuiti (cinema, trasporti ecc.) per i giovani. Certo può sembrare che si siano fatti passi avanti rispetto alle chiusure manifestate più volte sull’argomento dalla maggioranza del partito. Ma qual è l’obiettivo che ci si prefigge? In che modo queste rivendicazioni rispondono ai bisogni di chi è ricattato, sfruttato per un posto di lavoro? Come si intende dare ai lavoratori un’arma per difendersi dal dilagare del lavoro nero oramai non più fenomeno circoscritto al meridione, visto che i dati testimoniano di un 29,4% al nord e 49,7% al sud di lavoro nero sul totale occupati? Quale prospettiva si offre ai disoccupati o ai lavoratori che vedono sempre più come una minaccia l’ingresso di giovani sottopagati in fabbrica?

La rivendicazione del salario ai disoccupati non è in contrapposizione con la lotta per il "lavoro vero": ne è anzi una parte necessaria, come uinico mezzo per tagliare le gambe al lavoro nero.


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