New Holland Flessibilità in cambio di investimenti: un guadagno per i lavoratori? MODENA - La New Holland (gruppo Fiat) è uno dei maggiori produttori mondiali di trattori agricoli, con diversi stabilimenti in Italia. In uno di questi, a Modena dove lavorano quasi un migliaio di lavoratori, ha recentemente ha investito 60 miliardi per un capannone nuovo dove installare delle macchine utensili. È così iniziata la produzione prendendo da un reparto una ventina di giovani provenienti prevalentemente dal sud e poco sindacalizzati. di Luca Paltrinieri L’azienda con questi lavoratori ha sempre privilegiato un rapporto personale in modo da tenerli divisi. Verso ottobre, la direzione ha iniziato le lavorazioni a tre turni su sei giorni facendo sì che l’ultimo turno finisca alle sei di domenica mattina e che l’altro giorno di riposo sia a discrezione dell’azienda. Il tutto senza particolari aumenti di stipendio. Di fronte a questa proposta il malcontento dei lavoratori di tutto il reparto è stato molto grande. La reazione del sindacato è stata inizialmente quella di accettare i sacrifici per non scoraggiare gli investimenti Fiat a Modena. Poi di fronte alla protesta dei lavoratori ha cercato di spiegare che poteva proporre di scendere a 17 turni settimanali invece di 18 e usare le riduzioni di orario per accorpare i giorni di riposo. A seguito di questa proposta che sostanzialmente non cambiava nulla, il Cobas ha indetto uno sciopero con picchetto per il sabato, cercando così di coinvolgere non solo gli operai direttamente interessati, ma anche tutti quelli che andavano a lavorare per uno dei sabati straordinari obbligatori previsti da contratto. Di fronte alla linea intransigente dell’azienda a quel sabato ne sono seguiti altri di sciopero ai quali hanno aderito anche la Rsu della Ferrari (sempre del gruppo Fiat) e altre di aziende metalmeccaniche modenesi, capendo giustamente che l’introduzione di questi tipi di contratto alla Fiat significa poi l’estensione a tutte le altre. I problemi principali contro i quali si stanno scontrando i lavoratori sono principalmente la divisione che ancora esiste tra i lavoratori stessi, soprattutto tra i più anziani e i più giovani e il ruolo che sta giocando la dirigenza sindacale. Entrambi i problemi vanno discussi seriamente. Il potenziale dei lavoratori è altissimo. Anche un solo giorno di sciopero rallenta l’intera produzione dello stabilimento di Modena e di Jesi ma è evidente che fino a che la maggioranza non sente la necessità di lottare c’è il rischio di una sconfitta e se non si trovano sbocchi, i lavoratori saranno presto con l’acqua alla gola, soprattutto quelli che hanno il sabato come normale giorno lavorativo. Per loro scioperare significa perdere giorni di stipendio e le collette che si stanno portando avanti in sostegno alla lotta non saranno sufficienti. Nello stesso tempo la mancanza di una direzione con una posizione chiara rischia di stancare gli operai. La proposta alternativa dei Cobas non mette in discussione la flessibilità ma propone di fare 16 turni settimanali e un aumento di 100mila lire. E’ necessario dunque respingere la logica degli ultimi contratti e accordi aziendali, nei quali si incentivava la flessibilità, e aumenti irrisori. L’introduzione del ciclo continuo significa non solo attaccare le condizioni di vita dei giovani, ma anche di quelli più anziani che o accetteranno queste condizioni o saranno sostituiti da operai più sfruttati. Solo una reale riduzione dell’orario di lavoro settimanale con salari adeguati va incontro alle esigenze dei lavoratori e favorisce l’occupazione. E’ oggi più che mai indispensabile la mobilitazione dal basso di tutti i lavoratori per trasformare il sindacato e coinvolgerlo in una lotta contro i padroni.