Legge Rsu Solo la mobilitazione farà cedere i padroni! Quella sulle rappresentanze sindacali doveva essere una legge che, anche se di poco, doveva migliorare i diritti dei lavoratori. Legge modesta che se una cosa aveva di buono era che permetteva di portare più agevolmente il sindacato nelle piccole aziende (sotto i 15 dipendenti che sono fuori dallo statuto dei lavoratori), ovvero nelle aziende dove ci sono circa il 50% dei lavoratori. La legge ormai in discussione da due anni in parlamento ha subito l’ennesima battuta d’arresto. di Antonio Forlano Sembrava che questo autunno sarebbe stato quello decisivo, 9 articoli sui 12 di cui è composta approvati alla camera, e invece ancora una volta si è arenata, per l’opposizione oltre che del centrodestra anche dei partiti borghesi che compongono la maggioranza del centrosinistra come Udeur e Ppi. Non sono bastati tanti cedimenti da parte dei Democratici di sinistra (Ds) e dei Comunisti italiani su quello che doveva essere il disegno di legge iniziale, non è bastata neanche la continua disponibilità del sindacato a peggiorare i singoli punti pur di arrivare a un’accordo. Così mentre i Ds, che controllano la commissione lavoro del parlamento (commissione delegata a stendere la legge), i Comunisti italiani, e i dirigenti sindacali continuano a fare appello ai padroni perché si trovi un accordo, qualunque esso sia, Confindustria e i partiti borghesi approfittano delle loro debolezze per alzare la posta, come sta succedendo per l’autonomia scolastica e il finanziamento alle scuole private. Il loro obbiettivo non è alla fine semplicemente svuotare di contenuti la legge, il loro obbiettivo è impedirne l’approvazione. Questo perché come per i referendum della Bonino (di cui ben 11 su 20 quesiti sono per l’abolire i diritti dei lavoratori, referendum a cui Confindustria ha dato il proprio sostegno), vogliono avere totale mano libera nel gestire e controllare i lavoratori. Il bisogno di avere lavoratori sempre più ricattabili nasce dal fatto che la concertazione applicata in questi anni sta giungendo al capolinea. La rottura di D’Antoni con la Cgil, le fragili basi su cui si regge il governo D’Alema, le divisioni interne ai Ds, sono i segnali che portano Confindustria a essere più determinata che mai nell’affossare leggi come questa, consci del fatto che nulla si gestirà più in futuro come è stato fatto in passato. Se inoltre consideriamo che da anni i padroni stanno cercando di svuotare di contenuti la contrattazione nazionale per avere solo un livello aziendale di trattativa (in modo da indebolire la forza dei lavoratori che potrebbero conquistare dei miglioramenti solo ed esclusivamente grazie alla propria capacità di lotta interna all’azienda), abbiamo un altro valido motivo per cui i padroni si oppongono a questa legge. Legge che alla fine avrebbe dato qualche possibilità in più a quei milioni di lavoratori che non sono organizzati sindacalmente nelle proprie aziende, per potersi difendere su questioni fondamentali come avere una mensa, o fare rispettare le più elementari norme di sicurezza e d’igene. I nostri dirigenti sindacali hanno solo da imparare dalla determinazione con cui i padroni stanno cercando di affossarla definitivamente. Una legge che difenda realmente gli interessi dei lavoratori è possibile solo se i rapporti di forza nelle fabbriche sono tali da imporre una legge di questo tipo. È proprio questo che si doveva e si deve fare. Non dimentichiamoci che se lo statuto dei lavoratori nel 1970 è stato conquistato non lo si deve alla buona volontà dell’allora ministro del lavoro Donat Cattin, ma alla determinazione con cui milioni di lavoratori hanno costretto l’allora governo a guida democristiana ad accettarlo considerandolo il male minore per la borghesia italiana. Non possiamo aspettarci regali dal gioco parlamentare, nel parlamento non si riflette altro che quello che succede nella società, e se nella società la borghesia è più determinata a difendere i propri interessi di quanto i dirigenti del movimento operaio lo sono nel difendere i lavoratori, allora la spunteranno. Quello che bisogna fare non è organizzare convegni e commissioni per convincere i padroni ad accettare le legge, bisogna andare davanti e nelle fabbriche, organizzare assemblee con i lavoratori e discutere di cosa c’è in gioco. Partendo magari da quei delegati di Brescia, Torino, Milano, Bologna (solo a Brescia sono state raccolte oltre 16mila firme tra i lavoratori anche delle piccole aziende su questa questione) che in questi anni si sono mobilitati per fare si che più lavoratori sapessero di cosa si stava discutendo e creare le condizioni perché ci sia una mobilitazione in sostegno della legge se i padroni non fanno marcia indietro.