Dopo la rottura con la Cisl Cgil al bivio L’assemblea nazionale del 20 novembre organizzata dalla Cisl al Palasport di Roma segna una data importante per il sindacato italiano. Lo strappo consumato da D’Antoni si lascia alle spalle quell’unità che in passato ha dato potere di veto nei passaggi più delicati delle lotte del movimento operaio. Ma quali sono le cause che hanno portato a un gesto tanto eclatante? Certo D’Antoni motiva la manifestazione del 20 novembre come lo sbocco naturale della protesta della Cisl alla legge finanziaria, e alla mancanza di autonomia mostrata dalla maggioranza della Cgil di Cofferati nei confronti del governo D’Alema su molti fronti, non ultimo quello delle pensioni, dove il segretario della Cgil pur di puntellare il governo è disposto a peggiorare la controriforma delle pensioni fatta con il governo Dini nel ‘95. di Paolo Grassi Ma la fine dell’unità sindacale ha una ragione ben più profonda, dietro questo scontro si esprime una crisi del sindacato che è la crisi della concertazione così come è stata concepita fino ad oggi. Sette anni di concertazione pesano come un macigno sulle spalle dei lavoratori che hanno visto peggiorare le loro condizioni mentre i profitti dei padroni sono continuamente aumentati. Questa concertazione ha potuto in questi anni reggersi grazie alla passività dei lavoratori e alla mancanza di una chiara alternativa alla linea di Cofferati e D’Antoni. Ma il livello di sopportazione è al limite, i dirigenti sindacali lo capiscono e si dividono nel trovare soluzioni per garantirsi lo spazio che hanno avuto fino ad ora. Anche Confindustria è pronta a rimette in discussione questa politica perché capisce che il governo e il sindacato non hanno l’autorità degli anni passati e vedono più ostacoli per il futuro nel portare avanti attacchi importanti. Tutto ciò comporta che la burocrazia sindacale cerca sbocchi diversi per uscire dalla propria crisi. Il programma di D’Antoni Da un lato D’Antoni vedendo la crisi di consenso del governo D’Alema si rende permeabile alle pressioni del centrodestra; dall’altro Cofferati, che pur di mantenere in vita il governo D’Alema è disposto a rischiare una crisi ancora più profonda nella Cgil. D’Antoni fa l’opposizione alla finanziaria e alle proposte di peggioramento delle pensioni, per creare una base sociale a un programma che, una volta consumata la rottura sindacale, ammicca al centrodestra, alla Confindustria e alla Banca d’Italia. Pur senza spingersi fino alla posizione estrema della Confindustria di annullare i due livelli di contrattazione (aziendale e nazionale), è disposto di fatto a svuotare di significato il contratto nazionale, limitandolo alla definizione di imprecisate "regole generali". Questo significa che la contrattazione vera e propria (salario, orario, flessibilità, ecc.) la si farebbe solo a livello aziendale, cioè per una minoranza dei lavoratori. Altro cavallo di battaglia è l’entrata del sindacato nei consigli d’amministrazione delle aziende, sul modello di quello che c’è negli Usa, cioè distribuendo tra i lavoratori una quota delle azioni delle aziende. Oppure facendo proprie le parole d’ordine sulla flessibilità di Fazio, governatore della Banca d’Italia e paladino degli interessi degli industriali, parole d’ordine che D’Antoni ha sempre coerentemente difeso con i patti territoriali (ovvero le gabbie salariali), l’apprendistato, e legando i salari alla produttività. Dietro la demagogia sulle pensioni e la finanziaria, quello a cui punta quindi D’Antoni è scalzare la Cgil dal centro della scena e porre la Cisl come sindacato pilastro di una nuova concertazione ancora peggiore di quella vista negli anni scorsi. Non a caso all’assemblea di Roma c’erano anche i rappresentanti dei sindacati di destra come la Cisal, della Compagnia delle Opere, ecc.. Si tratterebbe di una concertazione ancora più corporativa, perché "difenderebbe" (almeno in parte) solo i lavoratori dei settori più forti, o delle aziende che fanno molti profitti, abbandonando l’idea di lottare per garanzie e conquiste che difendano tutti i lavoratori senza distinzioni. Non a caso la Cisl sta anche aiutando ad affossare la legge sulle Rsu, che con tutti i suoi limiti andrebbe nella direzione opposta. Quale risposta dalla Cgil Le posizioni di D’Antoni possono affermarsi se non si imprime una svolta generale a tutta la politica della Cgil. Rispondere con argomenti come "D’Antoni non vuole misurarsi sui problemi concreti" è patetico e inutile. Serve una controffensiva a tutto campo. La nuova sinistra che va costruendosi nella Cgil si inserisce in queste contraddizioni. La nuova sinistra sindacale che si prepara a dar battaglia per il prossimo congresso della Cgil, sta svolgendo le proprie assemblee regionali in queste settimane che culmineranno nella convocazione di un’assemblea nazionale all’inizio dell’anno prossimo. I limiti della sinistra Cgil li conosciamo. Da quando nel congresso del 1991 la sinistra sindacale andava organizzandosi attorno a Essere sindacato molte cose sono successe. Il movimento contro gli accordi di luglio nel 1992, il movimento di massa contro Berlusconi e quello contro la riforma Dini nel 1995 solo per citarne alcuni. In questi frangenti Essere sindacato è stata incapace di porsi in alternativa alla politica della maggioranza, nonostante un seguito significativo tra i lavoratori (era il periodo in cui la sinistra sindacale riempiva i palazzetti dello sport con migliaia di delegati). Betti Leone, che venne messa a capo dell’area quando Bertinotti divenne segretario di Rifondazione, dimostrò che i dirigenti di questa area non erano minimamente degni del sostegno di cui godevano tra i lavoratori, come si vide nel congresso della Cgil del 1996, nel quale la Leone fini per appoggiare il documento di maggioranza, cioè rinnegando tutto quello per cui i delegati che avevano sostenuto Essere sindacato si erano battuti in quegli anni. A partire da lì si innescò una spirale di crisi che condusse alla separazione tra Alternativa sindacale e l’Area dei comunisti, che ha caratterizzato sempre più la sinistra sindacale come sinistra d’apparato. Senza la presenza della base sindacale quello che è prevalso in queste aree è stato lo spirito di autoconservazione dei gruppi dirigenti con l’adattamento alle politiche di Cofferati, a cui veniva contrapposta solo una opposizione sulle virgole, chiusa nei gruppi dirigenti, con risultati del tutto ininfluenti. Essere sindacato rifletteva il processo di critica dei lavoratori verso i dirigenti sindacali, l’esigenza di avere più democrazia, era propria di migliaia di delegati della base. Lo stesso vale adesso per dirigenti come Cremaschi, che sono disponibili a schierarsi più apertamente in opposizione alla linea di maggioranza perché avvertono il malessere che si è accumulato in questi anni tra i delegati più attivi nelle fabbriche. La contestazione ai vertici avvenuta in aprile all’attivo nazionale dei metalmeccanici in piena vertenza per il rinnovo del contratto, contestazione che impedì a Sabattini di gestire a piacimento quell’attivo, è stato solo uno dei primi segnali di questo malessere che continua a crescere. Non è per nulla scontato che Sabattini e altri alla fine appoggeranno realmente questo progetto, cioè rompere con l’attuale maggioranza per fare una vera battaglia per rilanciare il sindacato. Da comunisti l’unico modo che abbiamo per intervenire nel dibattito è quello di spiegare che, pur sostenendo quello che di giusto e condivisibile possano dire Sabattini o Cremaschi, non rinunceremo mai al nostro diritto di critica nei loro confronti e soprattutto non rinunceremo mai ai nostri obbiettivi. Obbiettivi generali, che devono essere per noi una serie di rivendicazioni irrinunciabili come la riduzione d’orario a parità di salario (e senza inserire flessibilità negli orari), difesa del sistema pensionistico pubblico, opposizione al lavoro precario, salario minimo garantito per i disoccupati, aumenti salariali sganciati dalla produttività, solo per citare alcuni tra i più importanti. Affiancando a questo una lotta per la democrazia sindacale. Elezioni democratiche delle Rsu (tutti elettori, tutti eleggibili, tutti revocabili, una testa un voto) e democrazia nel sindacato devono essere principi che dobbiamo difendere per avviare una svolta e dare rappresentanza ai lavoratori perché tornino ad appropriarsi dei loro sindacati.