FalceMartello n° 135 * 27-11-1999

Contro la distruzione della scuola pubblica

Contro la precarietà e lo sfruttamento

Studenti e lavoratori Uniti in un nuovo Autunno Caldo

1969-1999: verso un nuovo Autunno Caldo

Ricorre in questi giorni il trentesimo anniversario di quella grande stagione di lotte operaie, che molti lavoratori anziani ricordano con nostalgia e rimpianto confrontandole con la situazione odierna dove i lavoratori sono sulla difensiva. Molti di loro, quando andiamo davanti ai cancelli a vendere il nostro giornale o a raccogliere le firme contro i referendum della Bonino ci dicono "Quelli erano altri tempi. Oggi i dirigenti sindacali invece di promuovere le lotte le sabotano e la sinistra è al governo a gestire le politiche del grande capitale contro i lavoratori che dovrebbe rappresentare".

Come in tutti i momenti di riflusso nelle organizzazioni del movimento operaio (particolarmente nello strato dirigente) si è fatta strada la demoralizzazione, lo scoraggiamento, la frammentazione, la sfiducia nelle capacità della classe operaia di cambiare la società.

Gli intellettuali sono alla ricerca di "teorie nuove", originali, dichiarano il marxismo e il leninismo superati e si avventurano in mare aperto sprovvisti di bussola alla ricerca di qualcosa che non c’è.

Si parla tanto della fine del ciclo taylorista e dell’introduzione di nuove forme di produzione che provocano la parcellizzazione della classe operaia ormai incapace di opporsi ai giganteschi processi di ristrutturazione capitalista che un mercato sempre più globalizzato comporta.

Ci permettiamo di rispondere a questi dotti professori della "nuova sinistra" che le loro concezioni sono false da cima a fondo.

I sistemi di produzione sono cambiati molte volte nella storia del capitalismo e questo non ha mai impedito alla classe operaia di trovare la strada per lottare contro il padrone.

Ogni epoca dello sviluppo capitalista ha le sue peculiarità. Quando nacque, la fabbrica fordista con la catena di montaggio era la disperazione dei sindacalisti dell’epoca. Infatti i sindacati si basavano allora sugli operai-artigiani, altamente qualificati e istruiti, che consideravano gli operai di linea come una massa arretrata incapace di esprimere una coscienza di classe.

Eppure proprio quegli "operai comuni" divennero nella fase successiva i militanti più radicali del movimento operaio.

Guai a chi non sa guardare sotto la realtà quotidiana gli elementi di contraddizione che si accumulano!

L’elemento scatenante che provocò l’autunno caldo avvenne nella primavera del ‘68 con la lotta delle lavoratrici tessili della Marzotto, lavoratrici che venivano considerate incapaci di esprimere conflittualità sociale, integrate in una comunità profondamente cattolica dove il padre-padrone veniva rispettato con profondo spirito cristiano. Eppure di fronte a 400 licenziamenti quelle cattolicissime mamme di famiglia abbatterono la statua di Gaetano Marzotto situata al centro della città di Valdagno dove era situata la fabbrica tessile.

Come diceva Marx: "la vecchia talpa contina a scavare" sotto la superficie e le contraddizioni che si accumulano nel corso degli anni improvvisamente esplodono quando meno ci si aspetta.

Alzino la mano quei dirigenti sindacali che nel ‘65 o nel ‘66 avevano previsto l’esplosione imminente di un movimento di quelle proporzioni.

Oggi vanno di moda le teorie che prevedono la scomparsa della classe operaia, e il "policentrismo" che nega la centralità dei lavoratori nella trasformazione della società.

Non sono teorie nuove, le avevano già formulate Marcuse e i filosofi della scuola di Francoforte, già allora i movimenti studenteschi del ‘68 ne vennero influenzati.

Oggi come allora la classe operaia non è affatto in via di estinzione ma è globalmente in crescita (ci sono al mondo 1 miliardo e 300 milioni di proletari e si stima che nel 2030 saranno 2 miliardi e mezzo), e come dimostrò l’esperienza dell’autunno caldo, quando esplode la lotta operaia si rivela così forte da assorbire tutte le energie messe in campo da altri movimenti sociali canalizzandoli in direzione anticapitalista.

Questa realtà non è il frutto di un’astrazione di qualche filosofo, ma è stata ampiamente dimostrata dalla storia ed ha una ragione molto precisa, che non è morale, ma materiale e che attiene al ruolo che appartiene alla classe operaia nella produzione capitalistica.

È il ruolo decisivo che gioca nella produzione, nei trasporti, nel commercio, nelle comunicazioni, che dà al proletariato la possibilità di porsi come forza egemone nella società.

L’autunno caldo, come ogni altro movimento rivoluzionario, mostrò precisamente questo: che con la propria mobilitazione la classe operaia esercita un’egemonia sugli altri soggetti sociali (studenti, intellettuali, ecc.) che pure possono esprimere una spinta anticapitalista.

L’autunno caldo era stato preceduto dalle mobilitazioni del ’68 studentesco, che annunciavano la tempesta sociale che stava per scatenarsi.

I protagonisti dell’autunno caldo furono i cosiddetti "operai massa", quei lavoratori senza nessun tipo di esperienza politica e sindacale, in gran parte immigrati che entravano nelle fabbriche senza aver passato le sconfitte degli anni ‘50. Erano scettici verso il sindacato e le commissioni interne perchè queste contrattavano il cottimo, i ritmi di lavoro, gli orari a spese dei lavoratori. I ritmi di lavoro erano soffocanti e i salari bassi. Il movimento sorse su questioni elementari: "No al cottimo, riduzione d’orario, rallentamento dei ritmi, salari più alti, abolizione delle gabbie salariali, diritto democratico all’assemblea". Attorno al contratto dei metalmeccanici, dei chimici, degli edili e altre categorie si sviluppò un movimento generale di milioni di operai. Più cresceva il movimento e la repressione poliziesca dello Stato e più avanzavano le posizioni. Nelle fabbriche, anche grazie al contributo degli studenti che godevano di grande rispetto da parte degli operai e che tutti i giorni presidiavano i cancelli, non si discuteva più solo di riforme ma di come i lavoratori potevano prendere il potere e si praticavano forme di contro-potere che mettevano in discussione l’autorità del padrone e della struttura gerarchica all’interno della fabbrica.

Il movimento fu in grado di legarsi con la società e non si limitò a rivendicazioni economiche ma intervenne lottando contro ogni aspetto dell’oppressione sociale.

Per fare questo si diede degli strumenti come i consigli di fabbrica (organismi di rappresentanza diretta dei lavoratori) e forme adeguate di lotta (scioperi a scacchiera, a gatto selvaggio, cortei interni, ecc.) che danneggiavano maggiormente la controparte con la minima perdita salariale.

Ma cosa precedette l’Autunno caldo? Almeno 20 anni di arretramenti sindacali. Dopo la rottura della Cgil con la scissione della Cisl voluta e finanziata dalla Cia ci fu la repressione degli anni ‘50, che aveva ridotto di molto la forza organizzata del movimento operaio. La repressione aziendale era stata spietata (solo alla Fiat di Torino vennero licenziati oltre 3.000 operai comunisti e la Cgil era ridotta alla semiclandestinità) e aveva consolidato il potere dei settori sindacali più moderati nella fabbrica (incluso quello dei sindacati gialli come il Sida).

Quelle dure esperienze radicarono nella coscienza anche dei lavoratori più combattivi, che avevano scritto delle pagine gloriose nella Resistenza, un senso di rassegnazione e una disponibilità alla trattativa e alla concertazione con il padronato.

Ma i giovani operai che queste esperienze non le avevano fatte la pensavano diversamente. Le loro condizioni per certi aspetti erano peggiori dei loro compagni più anziani e il sindacato firmava accordi che a loro non piacevano. Mentre il sindacato trattava perchè il sabato gli venisse retribuito meglio, loro chiedevano di non lavorare il sabato. Mentre il sindacato discuteva con l’azienda di monetizzare i lavori più rischiosi loro quei lavori non volevano farli. Mentre si trattavano il cottimo e gli straordinari loro si rifiutavano di farli e chiedevano che il salario fosse slegato dalla produttività e dai profitti.

Non riconoscevano l’autorità della commissione interna e si spinsero a formare, con l’aiuto degli studenti, degli organismi di rappresentanza diretta.

In un primo momento i vertici sindacali restarono disorientati, tentarono di emarginare i cosiddetti "estremisti" ma quando gli estremisti diventarono un movimento di massa contagiando l’intera classe operaia, si sforzarono di cavalcare i Consigli di fabbrica che vennero riconosciuti al posto delle Commissioni interne come organismi di base sindacali (questo solo nel ‘72).

A differenza delle aspettative di certi gruppi di estrema sinistra che pensavano che i sindacati fossero ormai fuorigioco, un movimento che sorse fuori dal sindacato in alcune fabbriche importanti (alla Fiat sotto il nome di Lotta Continua, alla Pirelli di Milano nella forma dei Cub, a Porto Marghera con la sigla di Potere Operaio e in altre realtà sotto svariate altre forme) quando si estese e divenne un movimento di massa si orientò alle organizzazioni tradizionali del movimento operaio con l’obiettivo di democratizzarle, in una lotta senza quartiere contro le burocrazie sindacali. Altrimenti non si spiega perchè il livello di sindacalizzazione nei primi anni ‘70 raggiunse il suo massimo storico (52% dei lavoratori erano iscritti a Cgil-Cisl-Uil).

Oggi le cose si pongono in termini diversi, certo, e la storia non si ripete mai nella stessa forma, ma una serie di similitudini saltano agli occhi: la direzione sindacale è sempre più appiattita sulle posizioni della confindustria, con la svolta moderata dell’Eur e la sconfitta alla Fiat, gli anni ‘80 come gli anni ‘50 sono stati anni di arretramenti costanti e di controrivoluzione in fabbrica.

Negli anni ‘90 si sono visti elementi di ripresa delle lotte come negli anni ‘60, nell’autunno del ‘92 (contro gli accordi di luglio) e la manifestazione di un milione di lavoratori che ha fatto cadere il governo Berlusconi.

Il governo Prodi, come il primo governo di centrosinistra nel ’63, ha temporaneamente assopito la mobilitazione operaia, i lavoratori avevano delle aspettative (era il primo governo che vedeva la partecipazione in maggioranza dei Ds e del Prc, i due partiti sorti dal vecchio Pci). Queste aspettative sono state tradite, come aveva previsto ampiamente chi scriv,e e le condizioni in fabbrica sono molto peggiorate.

La percentuale dei lavoratori precari si è raddoppiata in questi tre anni (ora quasi il 70% delle assunzioni sono fatte con contratti precari) e si estendono le forme più spietate di sfruttamento e la flessibilità più selvaggia con la firma consenziente dei dirigenti sindacali.

La cappa soffocante della concertazione, come andiamo dicendo ormai da qualche mese, è entrata in crisi. La manifestazione della Cisl del 20 novembre contro la finanziaria ha sancito la rottura dell’unità (di vertice) sindacale.

È questo un elemento positivo che apre delle contraddizioni nel sindacato e degli spazi per la formazione di una più forte sinistra sindacale.

Gli effetti degli attacchi brutali scatenati dai padroni contro i giovani lavoratori che subiscono in molti casi condizioni di lavoro peggiori dei loro colleghi si faranno sentire.

Siamo stati in diverse fabbriche con questo giornale e ci pare che si respiri un clima diverso, cresce la voglia di riscatto, di farla pagare a chi ha determinato condizioni di lavoro sempre più soffocanti, alla Confindustria, alla Bonino, alle destre, e a queste sinistre che fanno una politica di destra. Il fatto che milioni di lavoratori si siano rifugiati nell’astensionismo alle ultime elezioni è la dimostrazione più evidente della rabbia che si è andata accumulando.

È un processo molecolare che ha i suoi ritmi e le sue oscllazioni, ma ci pare che delle lotte come quelle che si sono viste alla Terim (due settimane di sciopero a oltranza da parte dei lavoratori), alla Fiat Trattori di Modena, alla Necchi di Pavia, all’Op computers di Ivrea dove per la prima volta da anni viene fermata una ristrutturazione, mostrino che qualcosa si muove.

Siamo entrati in contatto con molti giovani lavoratori in questi mesi, che all’improvviso spinti dalla necessità e non da ragioni ideologiche hanno deciso di fare i delegati sindacali. Se gli si chiede perchè hanno deciso di diventare attivisti sindacali la risposta che se ne riceve nella maggior parte dei casi è: "i vecchi andavano via, nessuno se la sentiva e ho deciso che era necessario farmi avanti".

In trent’anni la ruota sembra aver fatto un giro completo: le conquiste del ’68 e dell’autunno caldo sono tutte sotto attacco, dalla scuola di massa allo Statuto dei lavoratori. Il centrosinistra al governo reintroduce precarietà e gabbie salariali contro cui quel movimento si era battuto. Il sindacato è più lontano che mai dai lavoratori, e proprio in questi giorni assistiamo a un ritorno in grande stile del gruppo dirigente della Cisl a un moderatismo che richiama gli anni ’50, gli anni della repressione anticomunista e della collaborazione fraterna fra Cisl e Confindustria.

Ma è proprio in periodi come questi, in cui apparentemente tutte le strade sono chiuse, in cui pare che niente possa scalfire dei rapporti di forza che sembrano schiacciare il movimento operaio, che i comunisti devono lavorare per gettare le basi delle future lotte.

Bruno Trentin, ex segretario della Cgil, responsabile di una delle peggiori sconfitte nella storia sindacale recente con l’abolizione della scala mobile il 31 luglio del 1992, ha dichiarato in una recente intervista : "Molte imprese cercano di utilizzare la flessibilità per diffondere un clima di frutrazione e di insicurezza. Non si può utilizzare questa flessibilità per costringere i giovani ad accettare un salario inferiore, o a fare i turni peggiori. Questa degenerazione rischia di far ritornare qualcosa di simile all’autunno caldo. Non è nè una speranza, né una minaccia, è un avvertimento. Le imprese stanno accumulando un carico di rancore fra i lavoratori. Finché la disoccupazione renderà pressoché inevitabile per molti lavoratori subire una serie di discriminazioni le cose potranno reggere. Dopo rischia davvero di scatenarsi una rivolta civile".

A questa "rivolta", che Trentin guarda maturare con preoccupazione, noi dobbiamo lavorare.

25 novembre 1999


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