OP Computers (ex Olivetti) L’unica strada è la nazionalizzazione Il 16 settembre il tribunale di Ivrea ha formalizzato, respingendo la proroga d’affitto presentata dall’Eurocomputers, la crisi irreversibile in cui versava da tempo quella che fu la Silicon Valley italiana. di Gianni Grosso La vicenda dell’OP Computers di Scarmagno, culminata con la chiusura e l’attuale occupazione dello stabilimento da parte dei lavoratori, è emblematica rispetto allo stato del capitalismo italiano ed è da rapportarsi all’ultima impresa verificatasi nel nostro mercato, la scalata vittoriosa di Olivetti a Telecom tramite l’Offerta pubblica di acquisto lanciata da Colaninno. Impresa realizzata con il beneplacito del governo nazionale e che comporta il sacrificio ora di 1200 posti di lavoro all’OP computers e ne mette a rischio 13000 nell’immediato futuro alla Telecom. La chiusura dello stabilimento di Scarmagno anche sotto l’aspetto emozionale ha comportato un brusco trauma. Il mito dell’informatica italiana è definitivamente tramontato. La fabbrica, che era arrivata ad occupare oltre ventimila lavoratori, divenendo uno dei poli principali dell’informatica europea e costituiva l’emblema del pensiero paternalista di Adriano Olivetti, non sono ormai che un ricordo. Il settore dei personal computers è stato sottoposto a un forte ridimensionamento, con i drastici tagli agli investimenti nella ricerca negli anni ottanta ed in special modo quando, durante l’ultimo periodo dell’amministrazione De Benedetti, fu preferito all’informatica il settore della telefonia mobile che presentava prospettive decisamente più allettanti per quanto riguarda guadagni e speculazioni finanziarie. Nel ‘97 il settore dei P.C. fu definitivamente ceduto a una società lussemburghese. Da allora si sono succeduti una pletora variopinta di managers tutti accomunati dalla vana ricerca di "partners affidabili" per finanziare piani industriali che presentavano come dati caratteristici: - tagli alla produzione (nell’ultimo biennio si è passati da 750.000 macchine/anno a 450.000); - ricorso sempre più frequente alla cassa integrazione (al momento della chiusura interessava ben 400 lavoratori). Unificare le lotte Stante questa situazione di estrema difficoltà i dirigenti del movimento operaio si sono contraddistinti per la loro pavidità avallando tali piani di ristrutturazione e provvedimenti come la cassa integrazione spacciandoli come necessari per salvare l’informatica italiana. Non si è voluto far comprendere alla classe lavoratrice che, nonostante le vuote promesse dell’Esecutivo riguardanti gli incentivi e la rottamazione dei P.C. e il piano di informatizzazione della Pubblica amministrazione il settore dell’informatica veniva coscientemente abbandonato al proprio destino. Oggi i lavoratori dell’Op Computers sembrano per molti versi stanchi e senza prospettive, se non quelle che ha fornito loro il ministro del lavoro quando ha auspicato un ritorno in campo dell’Olivetti, che vanta tutt’ora il venti per cento delle azioni Op. La manifestazione del 4 ottobre ad Ivrea che ha visto la partecipazione di 20mila tra lavoratori e studenti dimostra tuttavia la volontà di tutta la popolazione del Canavese di difendere il proprio futuro. Ma l’atmosfera surreale a cui si poteva assistere quel giorno, l’assoluto silenzio rotto di tanto in tanto da qualche slogan contro Colaninno, è la conseguenza dei compromessi passati e della mancanza di prospettiva che la direzione sindacale sta fornendo alla lotta. Anche la Teksid di Carmagnola, fonderia della Fiat sempre in provincia di Torino, è a rischio di chiusura, ma nulla si propone per unificare le lotte. Il giovedì si convoca uno sciopero a Carmagnola (ben riuscito), il lunedì ad Ivrea, in maniera del tutto scoordinata.. Uno sciopero generale di tutto il Piemonte, come primo passo per una vertenza nazionale contro la chiusura delle fabbriche in crisi e a difesa dell’occupazione, è un’esigenza che nessuno si può ostinare a negare. Nazionalizzazione: unica via d’uscita. Bisogna spiegare la verità ai lavoratori: se tutto va bene non più di 400 lavoratori verranno impiegati dai futuri acquirenti (mentre scriviamo sono arrivate tre offerte d’acquisto); che è necessario liberarsi dalle illusioni che molti ripongono negli investitori privati; che bisogna finirla di appellarsi a generici finanziamenti dello stato per risollevare l’azienda, i quali potrebbero al massimo andare come gentile omaggio nelle casse di qualche manager-speculatore di turno. Se la proprietà rimane privata i soldi pubblici servirebbero solo a ripianare qualche debito e in seguito a lanciare nuove ristrutturazioni e tagli del personale. In Italia abbiamo assistito a casi, negli anni settanta-ottanta, dove le aziende venivano rilevate dallo stato, come l’Alfa Romeo o Montedison, solo per venire ristrutturate e rese appetibili ai profitti dei privati. I vari governi a maggioranza DC erano a servizio del capitalismo privato, come si è dimostrato pure l’attuale governo D’Alema. L’unica possibilità per salvare l’OP computers, per mantenere gli attuali livelli occupazionali ed evitare lo "spezzatino" dello stabilimento è quella che venga nazionalizzata e posta sotto il controllo democratico dei lavoratori, che dispongono di tutte le competenze necessarie per gestire e amministrare l’azienda. Ciò deve essere inserito in un piano di sviluppo tecnologico di questo paese, di cui si può fare portavoce solo il movimento operaio, attraverso la nazionalizzazione e la gestione dei lavoratori delle altre principali aziende del settore informatico e delle telecomunicazioni. Solo attraverso un completo cambiamento di rotta della politica economica si può difendere l’occupazione oggi dei lavoratori dell’OP, domani di altre aziende che saranno poste sotto attacco.