FalceMartello n° 134 * 15-10-1999

Scontro Cofferati - D’Antoni

Si rompe la concertazione?

Lo scontro tra D’Antoni e Cofferati prodottosi negli ultimi mesi desta grandi preoccupazioni nella compagine governativa. La ragione è molto semplice: la conflittualità interna alle confederazioni può comportare delle rotture che rischiano di chiudere una fase contrassegnata della concertazione sindacale iniziata con gli accordi di luglio del ‘92.

di Alessandro Giardiello

Questa crisi di rapporti non è casuale, nella classe operaia cresce sempre più la consapevolezza dei danni che questa politica ha comportato, lo stesso dicasi per la Confindustria dove si fa strada l’idea che gli accordi triangolari, che pure hanno permesso profitti d’oro, non bastano più per garantire i livelli di competitività che un mercato sempre più frenetico richiede.

Sullo sfondo c’è un governo di centrosinistra che non ha più la stabilità necessaria e il credito sufficiente per farsi garante di questa politica. Si preparano dunque a lanciare un’offensiva. I referendum della Bonino si prestano bene a questa necessità padronale.

Cofferati subordina la politica sindacale alla stabilità dell’esecutivo. La sua linea è la seguente: "Caschi il mondo, ma viva il governo D’Alema".

Ne deriva il sostegno alla finanziaria, la disponibilità a rivedere in peggio l’accordo sulle pensioni estendendo a tutti il contributivo e a fare l’eco al presidente del consiglio nella sua ode alla flessibilità.

D’Antoni da parte sua è disponibile a una flessibilità ancora più selvaggia (come mostrano gli accordi che la Cisl ha sottoscritto a Crotone e a Milano senza la firma della Cgil) ma sulle pensioni e la Finanziaria dice altre cose sviluppando una forte conflittualità verbale con il governo.

Il settore pubblico

Il primo terreno di scontro c’è stato nel settore pubblico, in 40 anni di governi Dc, la Cisl aveva costruito una fitta rete di clientele, che garantivano una serie di privilegi a chi si tesserava (avanzamento professionale, assunzione di figli e nipoti, trasferimenti, permessi, ecc.). In certi casi come avveniva alle Poste, la Cisl aveva un ruolo determinante nei consigli d’amministrazione. Questo sistema con i tagli alla spesa e la privatizzazione del settore pubblico sta entrando in crisi, e l’apparato Cgil (grazie al governo "amico") è sempre più in grado di condizionare le scelte dei Consigli d’Amministrazione a scapito del sindacato di D’Antoni, che perde terreno.

La Cisl non è più quella di Carniti degli anni ‘70; con il crollo della Dc si è aperta una fase nuova, settori significativi del suo apparato si sono legati alla destra (An, Forza Italia, Ccd) o hanno aderito a quei partiti di centro dell’Ulivo che agiscono con l’obiettivo di rompere la supposta egemonia dei Ds. La discussione, ovviamente non si sviluppa su linee politiche, ma sulle poltrone e la spartizione tra le diverse componenti.

Al di là delle personali aspirazioni politiche di D’Antoni di cui molto si è detto ci pare che conti molto di più, la crisi di un sistema di relazioni sindacali (la concertazione), che si combina alla crisi del governo D’Alema che va avanti per inerzia, ma che è sempre più debole, diviso e con un destra che si prepara a ritornare con forza a governare il paese.

Chi si oppone alla linea di Cofferati e D’Antoni deve utilizzare queste contraddizioni proponendo che siano i lavoratori a decidere quale politica il sindacato deve assumere su pensioni, flessibilità e altro. In questo però ci si scontra con i limiti dell’attuale sinistra sindacale.

Quale sinistra sindacale?

A metà ottobre si è tenuta la riunione nazionale di Alternativa sindacale a Napoli. In quell’occasione, sono state criticate le posizioni dei segretari generali di Cgil e Cisl ma quando un delegato ha presentato un OdG critico con il governo D’Alema c’è stata una levata di scudi. Patta è intervenuto contro e l’Odg è stato respinto.

La verità è che Alternativa sindacale in questi anni non si è mai attivata in una battaglia a tutto campo tra i lavoratori ma ha circoscritto la sua azione in ristretti ambiti sindacali in una logica perdente di accomodamento alle posizioni di Cofferati.

Si è finiti con l’accettare dei contratti vergognosi, a tergiversare sulle leggi antisciopero, a contrattare la flessibilità. Pochi lavoratori in questi anni avranno visto una diversa gestione delle trattative tra un funzionario della maggioranza della Cgil e uno di Alternativa sindacale o dell’Area dei comunisti. Anche in quelle categorie o Camere del lavoro dove la sinistra sindacale aveva una certa forza ed esprimeva dei segretari non c’è stata una sola vertenza che ribaltasse la logica della concertazione. Non un contratto alternativo da sottoporre ai lavoratori, non una battaglia coerente e coordinata rivolta alle fabbriche contro gli accordi a perdere firmati dalle segreterie nazionali.

Questo di per sè basta a condannare le due minoranze della Cgil che si sono distinte più che altro per uno spirito di conservazione delle proprie posizioni nell’apparato.

Tuttavia all’ultimo direttivo nazionale della Cgil, è stata presentata una mozione alternativa a quella di Cofferati (sostenuta tra gli altri da Patta, Danini e Cremaschi) che si oppone all’estensione per tutti del contributivo e alla legge finanziaria, mentre Sabbatini e altri si sono astenuti.

Sembra così profilarsi una "nuova sinistra sindacale", composta dalle due vecchie minoranze (Alternativa e Area dei comunisti) più una parte significativa del gruppo dirigente dei metalmeccanici (Sabbatini, Cremaschi e altri).

Diciamo sembra, perché mentre l’Area dei comunisti è in via di scioglimento nella prospettiva della confluenza, Alternativa per bocca di Patta ha recentemente dichiarato che non esistono le condizioni per la riunificazione con l’Area, e non è affatto detto che Sabbatini e Cremaschi non trovino un "accordicchio" con Cofferati come è già avvenuto in altre occasioni.

No alla logica di vertice

Quello che è grave è che con il sostegno di Bertinotti, come è emerso chiaramente nel Comitato nazionale del Prc del 3-4 luglio, l’Area dei comunisti per non scontrarsi con Sabbatini (segretario della Fiom) abbia dato una valutazione positiva del contratto dei metalmeccanici, dando sostegno a un accordo non valutandone il contenuto sociale ma per convenienze dettate da una logica di vertice.

Da queste beghe i lavoratori sono molto distanti, anche se è vero che la presentazione da parte di Sabbatini e Cremaschi di un documento alternativo a quello di Cofferati, al prossimo congresso della Cgil, rappresenterebbe una novità che non mancherebbe di suscitare certe aspettative (soprattutto tra i metalmeccanici).

Si potrebbe dire che questa speranza è ingiustificata, visto il comportamento altalenante tenuto dai due dirigenti in passato, ma questo elemento non è fondamentale; quello che conta per molti lavoratori è che in un periodo di arretramenti così pesanti si formi una "sinistra sindacale più ampia" che contrasti la linea di maggioranza.

Ciò non significa che l’Area dei comunisti debba essere sciolta, nè che debba necessariamente sottoscrivere il documento di Sabbatini o Cremaschi. I comunisti, devono, in primo luogo, difendere alcuni punti fondamentali assolutamente irrinunciabili (riduzione d’orario a parità di salario, difesa del sistema di pensionamento pubblico, no al lavoro precario, salario sociale, aumenti salariali sganciati dalla produttività, rifiuto della concertazione, lotta per la democrazia sindacale e contro le leggi antisciopero, solo per citarne alcuni) e solo in un secondo momento avviare una discussione sulle eventuali articolazioni tattiche nella gestione della battaglia congressuale.

Ovviamente nessun congresso di per sè, può trasformare la Cgil in un sindacato conflittuale e rivendicativo che si batta per difendere gli interessi dei lavoratori. Uno scenario del genere sarebbe possibile solo se alla resistenza dell’apparato venisse opposta una forte pressione dalla mobilitazione di massa della classe lavoratrice.

In quelle condizioni i comunisti potrebbero battersi con successo per conquistare il sindacato a un programma di classe, ma solo se negli anni precedenti avranno costruito un’opposizione coerente radicata nelle fabbriche, espressione autentica dei lavoratori più avanzati e combattivi.

I protagonisti di un nuovo ciclo di lotte, con tutta probabilità sono i giovani entrati in fabbrica in questi anni, con condizioni di lavoro nella maggioranza dei casi peggiori dei loro colleghi più anziani, sfruttati e ricattabili vittime della "flessibilità" contrattata dal sindacato. Proprio per questo sono diffidenti verso Cgil-Cisl-Uil e solo con riluttanza, spinti dalla necessità, diventano attivisti sindacali. Anche se la metà dei lavoratori iscritti al sindacato ha meno di 40 anni, solo una minima parte di loro decide di fare il delegato sindacale.

Ma è in corso un cambio della guardia che lascerà il campo a una nuova generazione che avrà meno esperienza ma certamente non porterà sulle spalle il fardello di tante delusioni e sconfitte subite dai lavoratori negli ultimi 20 anni.

E sarà questa la nuova classe operaia che con le sue lotte può trasformare il sindacato trasformando con esso la società intera.


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