Intervista ad uno dei 13 imputati delle acciaierie di Clabecq FalceMartello: Fernand Fyon, nel luglio 1997, sette mesi dopo l’inizio della lotta portata avanti dai lavoratori delle acciaierie di Clabecq per la ripresa dell’attività della loro azienda, i poteri pubblici, i liquidatori, le organizzazioni sindacali, impongono un referendum sulle condizioni della ripresa. Quale era la posta in gioco dietro a questo referendum e quale era la domanda precisa posta ai lavoratori? Fernand Fyon: La domanda fatta ai lavoratori tramite il referendum era "Siete d’accordo con il rilevamento della fabbrica da parte del gruppo DUFERCO?". Posta in questi termini, una sola risposta era possibile: poteva solo vincere il SI. Era da otto mesi che i lavoratori si stavano battendo per far ripartire l’azienda aspettando qualcuno che la rilevasse. Il referendum non era necessario dato che i lavoratori avevano già risposto a larghissima maggioranza a questa domanda. FM: Dietro a questo quesito referendario, quale era l’accordo sociale che era stato negoziato? FF: Devo fare una precisazione importante: i delegati sindacali erano stati estromessi dalle trattative. Sono stati dunque i gestori politici, i liquidatori, il gruppo Duferco e i responsabili regionali e nazionali delle organizzazioni sindacali (Fgtb e Csc) che si sono seduti attorno al tavolo delle trattative. L’accordo prevedeva: 1. Una parte dei 850 lavoratori (su 1950) sarebbero stati ripresi tra gli ex-lavoratori di Clabecq, gli altri sarebbero venuti da fuori. (solo 400 sono stati ripresi) 2. Una diminuzione dal 15 al 20% dei salari (è stata applicata una diminuzione del 30%) 3. La rinuncia a qualsiasi nuova rivendicazione sindacale, in qualsiasi settore. (sono state cancellate tutte le misure di sicurezza, indispensabili in questo tipo di attività produttiva, dopo la ripresa del lavoro un lavoratore è morto a causa di un incidente e altri due sono stati gravemente feriti) 4. Cancellazione delle rappresentanze sindacali interne all’azienda. 5. Periodo di pace sociale (cioè annullamento di qualsiasi contestazione interna) per 5 anni. Tutto questo naturalmente senza nessun tipo di garanzia di perennità dell’azienda. Ecco, questo é quello che avrebbero dovuto scrivere nel quesito referendario. Queste questioni invece non sono state poste al vaglio dei lavoratori, da parte di chi ha portato avanti le trattative. D’altra parte per tutti i lavoratori che sono rimasti senza lavoro, non è stato previsto nulla. E nessuno dei militanti sindacali è stato ripreso. FM: Il referendum, che è stato spedito per posta ai lavoratori, ha visto una vittoria schiacciante dei voti favorevoli, malgrado i delegati sindacali avessero consigliato di non rispondere al quesito. Come si può interpretare il voto dei lavoratori? Pensate che abbiano delegittimato la delegazione sindacale e tutta la lotta? FF: No non penso ci sia stata una delegittimazione. I lavoratori hanno partecipato a tutta la lotta e a tutte le iniziative proposte dai delegati sindacali fino al momento della ripresa della fabbrica. Era questo l’obiettivo della lotta. FM: Come si spiega il fatto che i dirigenti sindacali non si siano battuti perché i delegati e i lavoratori più combattivi fossero ripresi in fabbrica? FF: Questo si spiega per la mancanza d’indipendenza dei dirigenti sindacali rispetto ad alcuni partiti politici. Bisogna ricordare che i gestori dell’azienda erano i responsabili del governo della regione Wallona, uomini politici del partito socialista e che i delegati sindacali hanno denunciato da subito il modo lassista e irresponsabile con cui era stata gestita l’azienda. È nel momento in cui abbiamo denunciato questi metodi che siamo stati abbandonati. FM: Quali sono le conseguenze di questo atteggiamento? FF: Si tratta di un messaggio chiaro per tutti i militanti sindacali delle altre fabbriche. Si potrebbe anche definirlo una minaccia. C’è una chiara volontà di ridurre l’esercizio del mandato sindacale. Nel momento in cui non si rimane più nel solco tracciato dai partiti al potere, c’è rottura. Non si tiene più in nessun conto l’interesse dei lavoratori. Se ieri si parlava di "giustizia sociale" oggi qualcuno lo ha trasformato in "pace sociale". FM: Questa situazione non è terrificante? FF: Lo è sicuramente, ma fortunatamente provoca delle reazioni da parte dei militanti sindacali. Attualmente sta nascendo, all’interno delle organizzazioni sindacali, un forte dibattito. I dirigenti cercano di soffocarlo, ma poco alla volta questo dibattito cresce sia all’interno che all’esterno. Noi l’avevamo già constatato durante il conflitto delle acciaierie di Clabecq. Molti delegati, militanti o simpatizzanti di altre aziende di tutti i settori, venivano a manifestare il loro sostegno ad ogni assemblea e venivano a discutere delle azioni da portare avanti e del tipo di sindacalismo da adottare per affrontare tutti i problemi che si trovano di fronte al mondo del lavoro in questo momento. È da qui che è nato il "Movimento per il rinnovamento sindacale" (MRS). FM: State costruendo un nuovo sindacato? FF: L’accusa che alcuni ci fanno è proprio quella di voler costruire un sindacato parallelo. È completamente falso, il MRS è un luogo di dibattito e di discussione per riportare il movimento sindacale ai suoi valori reali e ai suoi obiettivi che sono di difendere i lavoratori contro le ingiustizie e lo sfruttamento. Lo scopo del MRS è che i lavoratori si riapproprino delle organizzaioni sindacali. Gli appartengono. Bisogna scacciare quelli che occupano le cariche più alte per difendere interessi propri e di politici senza tenere conto dei lavoratori. Intervista Clabecq (II° parte) FM: ma questo dibattito non dovrebbe aver luogo all’interno del sindacato? FF: per rispondere a questa domanda devo fare un passo indietro. Quando i dirigenti sindacali hanno deciso di trattare loro stessi la vicenda delle acciaierie di Clabecq, hanno anche deciso di isolare i delegati di Clabecq dal movimento sindacale. Era da parecchi mesi che tentavamo di ottenere delle riunioni con i comitati sindacali ma questo ci era stato ripetutamente rifiutato. Un giorno, durante un congresso della federazione dei metalmeccanici della Fgtb, abbiamo chiesto al segretario regionale di riceverci. Ci ha risposto che non contavamo più nulla nel sindacato, che non eravamo più delegati e che, d’altronde, non avevamo più una fabbrica. Questo era inaccettabile. Alcuni militanti presenti non hanno accettato che fossimo trattati in questo modo, dopo la lotta che avevamo portato avanti. C’è stato un po’ di trambusto. I responsabili sindacali ne hanno approfittato per espellerci. L’unico modo per discutere e continuare il dibattito era dunque quello di organizzarci al di fuori delle riunioni ufficiali dato che a queste ultime non avevamo più accesso. Ecco il motivo dell’esistenza dell’MRS. Ma appena saremo reintegrati nel sindacato, dato che questo è uno degli obiettivi del MRS, questo tipo di organizzazione non avrà più motivo di esistere. FM: Si può dire che è stato il punto di arrivo di una situazione che stava degenerando, e se è così quali ne sono le cause? FF: Torniamo al discorso della dipendenza dei dirigenti sindacali rispetto al potere politico. Fino a quando esisterà questa situazione, ci troveremo confrontati all’espulsione di militanti combattivi dal sindacato. FM: Ci sono state altre conseguenze legate a queste espulsioni? FF: Appena sono state pronunciate queste espulsioni, 13 lavoratori e delegati sono stati immediatamente perseguiti dalla giustizia e trascinati davanti ad un tribunale correzionale. Il fatto di essere abbandonati dal sindacato è stato il segnale per indicare che potevano attaccarci anche su questo terreno. Nei fatti essere abbandonati dal sindacato significa che l’organizzazione sindacale non mobiliterà i suoi iscritti contro questo processo e d’altra parte i lavoratori accusati si trovano in una situazione ancora più difficile da un punto di vista finanziario dato che dovranno far fronte a imponenti spese processuali. Questi elementi ci indeboliscono. Questo comportamento da parte dei responsabili sindacali nei confronti di militanti che sono stati in prima linea in una lotta come quella ha un nome: il tradimento. FM: Di cosa siete accusati precisamente? FF: Ci sono 43 capi di accusa nei nostri confronti. Dalla ribellione in bande, a colpi e ferite, sequestro di agenti delle forze dell’ordine, tentativo d’incendio, etc. Quello che è estremamente grave è la legge sulla base della quale siamo accusati: "aver eseguito l’infrazione o cooperato direttamente alla sua esecuzione o, tramite un fatto qualsiasi, prestato per l’esecuzione un aiuto tale per cui senza la loro assistenza, il crimine o il delitto non avrebbe potuto essere commesso o, tramite doni, promesse, minacce, abusi d’autorità o di potere, macchinazioni o artifici, direttamente provocato il crimine o il delitto o per aver, sia tramite discorsi tenuti durante riunioni o in luoghi pubblici, sia tramite scritti, stampe, immagini o simboli qualsiasi, affisso, distribuito o venduto, o esposti agli sguardi pubblici, provocato direttamente a commettere il crimine o il delitto, anche nel caso che la provocazione non abbia avuto effetti". Si tratta di una legge che è stata votata nel 1887, in seguito a quelli che sono stati chiamati i "disordini della miseria", quando gli operai avevano incendiato una fabbrica e saccheggiato il castello dei proprietari. 20 lavoratori erano stati uccisi dalla guardia civile, diventata poi gendarmeria, che non aveva esitato a sparare sui manifestanti. I due leader dell’epoca furono poi condannati ai lavori forzate sono stati costretti ad emigrare verso gli Stati Uniti. Era l’epoca in cui i lavoratori non avevano rappresentanti in parlamento dato che il voto era basato sul censo. Questo mette in causa il semplice fatto di organizzare una manifestazione o qualsiasi tipo di assembramento. Una simile legge permette di perseguire chiunque abbia organizzato un’evento, se si verificano incidenti. I responsabili sindacali dovrebbero fare attenzione anche a questo. Per quanto riguarda le azioni che abbiamo portato avanti, non abbiamo inventato nulla. Si è trattato di azioni che altri metalmeccanici hanno organizzato, anche i lavoratori della Renault di Vilvorde, o qualsiasi altra delegazione sindacale in un conflitto. Fino ad ora non c’erano mai stati processi di questo tipo, anche quando ci sono stati danni per milioni di franchi. In questo caso si tratta quindi chiaramente di attaccare sindacalisti e lavoratori combattivi che hanno rifiutato la rassegnazione, la fatalità economica e che hanno denunciato i veri responsabili della miseria del mondo del lavoro. FM: Come si spiega che questa legge sia tuttora in vigore? FF: É la mancanza di attenzione che gli uomini politici dedicano agli interessi dei lavoratori. Prima di tutto vengono i loro interessi personali e gli interessi dei partiti. Così anziché abolire questo tipo di legge, la utilizzano per soffocare la contestazione. La cosa peggiore è che in tutti questi anni il partito socialista è stato spesso al potere e non ha mai fatto nulla per eliminare questo tipo di legge antisociali dal codice penale. Questo dimostra i pericoli della socialdemocrazia per il mondo del lavoro. FM: Oggi il processo è in corso al tribunale di Nivelles. Come si sta svolgendo? FF: Ci sarebbero molte cose da dire su questo processo. Mentre noi avevamo chiesto che ci fosse tutta la pubblicità possibile dato che riguarda almeno le 70mila persone che hanno partecipato alla marcia multicolore del 2 febbraio 1997, i giudici hanno deciso di fare un processo a porte chiuse. Le uniche persone autorizzate ad assistere alle udienze sono gli avvocati e i giornalisti che hanno la tessera accreditata del ministero degli interni. Una cosa del genere non si è mai verificata. Questo dimostra la paura dei magistrati, e dei politici che si nascondono dietro di loro, nel mostrare il modo in cui hanno scelto di giudicare dei lavoratori. Un altro fatto importante sono i diversi ruoli giocati dai protagonisti di questo processo. Prima di tutto c’è il ruolo della "giustizia". Ci troviamo di fronte a dei giudici ma bisogna sapere che fra gli accusatori c’è anche un curatore fallimentare nominato dal tribunale del commercio. Anche la gendarmeria gioca tre ruoli diversi: è parte civile, è incaricata di mantenere l’ordine durante le udienze (controlla l’entrata degli avvocati e dei giornalisti, unici autorizzati ad assistere alle udienze) e fa parte del pubblico. Le appartenenze politiche sono anch’esse importanti: il curatore fallimentare si presenterà come candidato del partito liberale alle prossime elezioni, l’avvocato della gendarmeria è candidato del partito cristiano sociale, e alcuni avvocati degli imputati che non sono stati espulsi dalla FGTB (sindacato socialista) sono membri del partito socialista. Le pressioni sugli imputati sono molto forti, gendarmi armati di casco e di scudi anti sommossa impediscono di avvicinarsi al tribunale e sono continuamente presenti durante le udienze. Durante un processo d’appello (diverso da quello principale) che si teneva nel tribunale di Bruxelles, 48 persone (tra cui alcuni dei delegati accusati ma anche le loro mogli e alcuni simpatizzanti) sono state fermate e imprigionate per più di 8 ore, solo perché volevano entrare nel tribunale per assistere all’udienza. Quando cose del genere avvengono in altri paesi si parla di fascismo. L’ultima cosa di cui si deve parlare è del ruolo della stampa. Gli articoli dei giornali non fanno mai riferimento alle reali implicazioni di questo processo ma si limitano alle questioni più spettacolari o a riferire questioni di procedura. FM: Nel corso di una delle prime udienze ci sono state testimonianze molto toccanti da parte degli imputati. Hanno fatto capire molto chiaramente quello che avevano vissuto nel momento della chiusura delle acciaierie di Clabecq. Pensate che i giudici abbiano inteso quello che gli avete spiegato? FF: Se i giudici hanno deciso di continuare il processo a porte chiuse è proprio perché hanno capito perfettamente che queste testimonianze permettono al pubblico di identificarsi a questa lotta e che tutti possono capire l’ingiustizia delle accuse che sono mosse contro di noi. Le persone che venivano ad assistere alle udienze e che ancora oggi ci sostengono sono della stessa classe sociale nostra. È da queste cose che si può capire che si tratta di un processo di classe. La classe operaia attaccata dalla borghesia. L’obiettivo deve essere quello di fermare questo processo. FM: Pensate che questo sia realizzabile? FF: Quando abbiamo detto che rifiutavamo la chiusura delle acciaierie di Clabecq, siamo stati visti come pazzi, idealisti o sognatori. Eppure oggi la fabbrica è ripartita grazie alla lotta che abbiamo fatto. Nulla è impossibile quando si rifiuta la rassegnazione e ci si impegna per organizzare la solidarietà. Questo è l’appello che vogliamo diffondere il più ampiamente possibile: che tutti quelli che si riconoscono nella nostra lotta la faccia conoscere attorno a lui e ce lo faccia sapere anche a noi. È il modo più sicuro di far fare un passo avanti al progresso sociale.