TERIM: Lezioni di due settimane di sciopero MODENA - Il 5 marzo ‘99, noi operai della Terim abbiamo dichiarato 4 ore di sciopero il pomeriggio appena saputo che l’azienda non intendeva rispettare l’accordo aziendale sottoscritto mesi prima in cui doveva saldare un premio (850mila lire) ai lavoratori. Dal lunedì successivo e per 2 settimane abbiamo picchettato davanti ai cancelli, dando prova a tutti i lavoratori di quale forza possiamo esprimere se scegliamo la strada della lotta senza compromessi. Il mancato rispetto degli accordi firmati da parte dell’azienda è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nel ’98 la Rsu, proponeva di estendere a tutti i reparti le pause collettive di 10 minuti al mattino e 10 minuti al pomeriggio; l’azienda voleva trasformare le pause da collettive ad individuali in modo di aumentare la produzione giornaliera mandando le catene di montaggio a ciclo continuo. Già da tempo l’azienda aveva aumentato i ritmi delle linee senza incrementare il personale creando gravi disagi a noi lavoratori che ci vedevamo arrivare multe di qualsiasi genere. Il clima tra noi operai era di netto rifiuto alla controproposta dell’azienda ma nonostante ciò la Rsu abbandonò la sua prima proposta. Si arriva così alla mattina del 5 marzo 1999 in cui l’azienda dichiara che non vuole rispettare il contratto. L’assemblea per decidere il da farsi era fissata per martedì ma già il lunedì spontaneamente tutti decidevamo di scioperare e avendo imparato delle precedenti esperienze di scioperi mal articolati, decidevamo di picchettare i cancelli, non facendo entrare nessun camion. Dopo poche ore arrivava la Digos vietandoci di impedire l’accesso in fabbrica ai camion, ma la fermezza dei lavoratori rendeva inutili tali richieste. Nell’assemblea di martedì il delegato sindacale iniziò a spiegare che bisognava muoversi con cautela e picchetti come quelli di lunedì potevano essere controproducenti perchè vi era il rischio di essere denunciati (!!!). Nell’assemblea i lavoratori, ancora una volta, si dimostrarono più combattivi dei propri rappresentanti sindacali votando lo sciopero ad oltranza. Si decise di lasciar passare i camion, ma una volta entrati li si accerchiava e si convinceva l’autista di lasciar perdere. Giovedì mattina assieme ad alcuni operai proponemmo alla Rsu di fare un’assemblea in cui fare il punto della situazione e decidere nuove iniziative. Una parte della Rsu era contraria a fare l’assemblea perchè sosteneva che si sapeva già cosa fare e non c’era bisogno di nessuna nuova iniziativa perchè continuasse lo sciopero. Ma affinchè lo sciopero sia un’arma efficace in mano ai lavoratori bisogna che sia organizzato e gestito democraticamente. Un’assemblea al mattino serviva a tastare l’umore giorno per giorno tra gli operai; se vi fossero stati dei cedimenti da parte di alcuni si potevano discutere insieme con la maggioranza per infondere loro fiducia. Infine si fece l’assemblea in cui venne fuori l’urgenza di allargare la lotta alle altre fabbriche. Ormai il nostro sciopero era diventato un esempio per tutti i lavoratori. Dopo una settimana di sciopero ad oltranza, era necessario raccogliere dei fondi. Per farlo avevamo stabilito di creare un volantino da distribuire davanti alle altre fabbriche. Il sabato mattina facemmo tale volantino. Ma il funzionario presente quella mattina promise di farne uno per lunedì firmato FIM-FIOM-UILM. Il lunedì mattina lessi il nostro volantino chiedendo che se non era pronto quello che promesso dal sindacalista procedessimo con questo e la maggioranza votò OK. Il sindacalista ci disse che non era pronto e che aveva in mente di crearne uno a livello provinciale e che ci volevano dei giorni per prepararlo. Perchè nel frattempo non procedere congiuntamente col nostro? Verso mercoledì il padrone chiese un incontro. Il giovedì mattina nell’assemblea i sindacalisti accusarono i partiti di essersi intromessi e provarono a intimorire i lavoratori proponendo di passare agli scioperi articolati. L’umore tra gli operai era ancora caldo ma era decisivo allargare la lotta, non solo per avere un sostegno economico, ma anche politico proponendo almeno un ora di sciopero a livello provinciale. La mia proposta di continuare lo sciopero ad oltranza allargando la lotta fu bocciata in assemblea. Nell’assemblea di venerdì mattina il sindacalista ci riportò le proposte del padrone: le 850 mila lire in cambio di rivedere il contratto aziendale riguardo all’assenteismo (20%). Ormai la lotta era rientrata quindi era più facile far passare tali proposte. L’obiettivo di produttività, passa da 145 cucine al giorno a 140, e aumenta il personale per affrontare l’assenteismo. Con questa operazione si lega il salario alla presenza, perchè se mancheranno 13 operai e non si raggiungeranno gli obiettivi di produzione prestabiliti perderemo il premio. Il nuovo personale non copre il 20% ma soltanto un 7,5% quindi rimane un 12,5% che saranno i lavoratori ad accollarsi. Negli ultimi anni in Terim si sono licenziati parecchi lavoratori che non sono stati rimpiazzati ma anzi a quelli che rimangono vengono raddoppiati i carichi di lavoro. Lo stress accumulato trova una risposta immediata nella Mutua. Nel prossimo periodo sarà utile fare tesoro di questa esperienza per capire chi sta dalla nostra parte e come utilizzare al meglio la lotta! di Piero Ficiarà (lavoratore della Terim e iscrito alla Fiom-Cgil)