Assemblea nazionale Rsu contro la guerra Apriamo la lotta per lo sciopero generale! Per troppo tempo la classe operaia italiana è stata relegata dentro le proprie barriere nazionali, per troppo tempo l’unico ruolo che ha giocato è stato quello di esprimere una solidarietà formale e testimoniale attraverso appelli alla pace nelle assemblee e raccogliendo aiuti umanitari. La responsabilità principale di ciò è da attribuirsi al ruolo dei dirigenti del movimento operaio che in tutti questi anni hanno difeso attraverso la concertazione gli "interessi nazionali" del paese, offrendo più disponibilità ai padroni e ai governi, sulla flessibilità o sui tagli ai salari, per difendere la competitività dell’impresa italiana. di Antonio Forlano (direttivo Filt - Cgil lombardia) Oggi, a causa di questa nuova guerra scoppiata alle porte del paese, gli attivisti e i militanti sindacali possono e devono recuperare questo terreno. I lavoratori hanno tra le mani lo strumento migliore, più efficace per fermare questa guerra, lo sciopero generale. Il compito degli attivisti in questo momento è spiegare che questa guerra è contro i lavoratori iugoslavi, albanesi, italiani, come quelli di tutto il mondo. La posizione che difendono Cgil Cisl e Uil sulla guerra non aiuta a capire cosa realmente sta succedendo nei Balcani. Cofferati e compagni quando sulla guerra esprimono parole prive di contenuto stanno pensando non tanto alla tragedia che si consuma in Kosovo, ma a come tenere in piedi questo governo confondendo i lavoratori e distraendoli dai loro reali interessi. Dovrebbero denunciare che alla Nato non interessa assolutamente nulla dei kosovari, ma che l’aggressione alla Jugoslavia è un atto per impadronirsi di nuove zone di influenza. Dobbiamo rompere con la posizione ipocrita di chi vuole dichiararsi contro la guerra, ma non vuole disturbare i governi che la conducono. Per risolvere il problema si fa appello a sostenere le raccolte di fondi per i profughi. Questa posizione è sbagliata per due motivi. In primo luogo perché fa leva sul giusto orrore per la guerra non per alimentare l’opposizione a questo sistema che sulla guerra fa affari d’oro, ma per incanalarla su un binario morto che purtroppo non sposta di un solo millimetro il problema; in secondo luogo perché oggi il governo italiano strumentalizza scandalosamente la questione degli aiuti per giustificare l’invio di truppe in Albania; non ci stupiremmo se nelle prossime settimane con lo stesso argomento (far giungere gli aiuti in Kosovo) si tentasse di giustificare un intervento a terra. Il compito dei lavoratori italiani deve essere quello di dare una risposta di classe a questa guerra come a tutte le altre, impugnando come parola d’ordine gli interessi dei lavoratori di qualunque nazionalità, etnia, religione essi siano contro gli interessi dei padroni che in quella regione piuttosto che in un altra gettano nel baratro della disperazione milioni di esseri umani esclusivamente per i loro interessi politici e economici e in casa propria sfruttano i propri lavoratori per gli stessi motivi. Ora che la guerra non è dall’altra parte del mondo ma a poche centinaia di chilometri da casa nostra, il movimento operaio italiano ha l’occasione per riscoprire il suo ruolo come unico e reale difensore dei diritti dei popoli oppressi. È necessario perciò avere estrema chiarezza sul da farsi. I nostri nemici principali sono la Nato e il governo del nostro paese che la sostiene. Dobbiamo dirlo chiaramente, questo governo che sviluppa i contratti d’area, emana leggi antiscioperi, che attraverso accordi come il Patto di Natale regala incentivi per miliardi di lire ai padroni e più flessibilità ai lavoratori, è del tutto coerente quando poi nella politica internazionale appoggia attivamente la guerra. Lottare contro la guerra significa lottare anche per i nostri interessi concreti qui in questo momento. La guerra non è nell’interesse dei lavoratori, ma ai lavoratori ne sarà presto presentato il conto. Conto salato che solo nelle prime quattro settimane è di circa 15 miliardi di dollari. Presto ci presenteranno una finanziaria bis per coprire le spese di questa guerra, poi ci chiederanno un nuovo patto sociale, sui contratti e sui salari ancora più impegnativa di quello che abbiamo concesso in questi anni. Ci diranno che la posizione dello sciopero generale contro la guerra non solo è insostenibile, ma anzi e avventurista perché cosi facendo apriamo la strada alla destra. Questo è falso. È proprio non contrastando gli interessi dell’imperialismo, difesi dal governo D’Alema, che noi facciamo il gioco delle destre. Se oggi il governo entrasse in crisi sulla questione della guerra, questo sarebbe un enorme passo avanti anche sugli altri terreni, a partire dalla ripresa delle trattative sul patto sociale. Per uscire dalla guerra dobbiamo organizzare una lotta che pieghi padroni e governi. Lo sciopero generale di Massa Carrara del 19 aprile, sciopero che ha visto un importante partecipazione non solo dei lavoratori ma anche degli studenti, è un esempio che può condurci sulla giusta strada. Domani, a causa delle forti pressioni che provengono dal basso (dai delegati e dai lavoratori) potrà anche succedere che il sindacato convochi uno sciopero contro la guerra o che ancora peggio ci chieda di non scioperare e dare i soldi che avremmo perso con gli scioperi alle missioni di pace. Ma se non c’è una preparazione dal basso, se non c’è un lavoro cosciente di quei lavoratori che da subito si sono mossi contro la guerra, non cadendo nella propaganda guerrafondaia, nell’organizzare assemblee nelle singole fabbriche, iniziative che possono alzare il livello di comprensione su quello che sta succedendo, se non c’è un coinvolgimento cosciente di tutta la base operaia allora la mobilitazione contro la guerra rischia di essere inconcludente. L’assemblea del 22 aprile convocata a Milano dalle Rsu è in passo importante su questa strada. La questione dello sciopero generale deve diventare il fulcro della campagna contro la guerra, per impedire che la protesta si disperda in mille iniziative senza collegamento che finirebbero con lo stancare i militanti e farli sommergere nel clima bellico che il governo e la televisione continuano a montare. Da questo punto di vista troviamo sbagliato il fatto che la Direzione nazionale di Rifondazione, che è l’unico partito che si oppone chiaramente alla guerra, non abbia impegnato il partito su questo obiettivo. Uno sciopero generale non si può costruire in un giorno, sia perché è necessario un grosso lavoro di spiegazione fra i lavoratori, sia per l’opposizione ostinata dell’apparato sindacale; ma le condizioni per cominciare esistono in Italia più che negli altri paesi, e abbiamo il dovere di aprire questa battaglia con assemblee di fabbrica, facendo discutere e votare le Rsu, i delegati, le strutture sindacali locali, con iniziative come quella di Massa, e coinvolgendo in questa campagna tutti gli altri settori, a partire dagli studenti, che si sono mossi contro la guerra