FalceMartello n° 129 * 3-2-1999

Metalmeccanici: contratto al bivio!

Dopo mesi di trattative tra sindacato e Federmeccanica non c’è un accordo sul contratto nazionale dei metalmeccanici. Ora che la moratoria (il periodo di pace forzata che impedisce al sindacato di intraprendere iniziative di lotta) è scaduta siamo arrivati al dunque.

di Paolo Grassi

Il primo febbraio sindacato e Confindustria sono stati a Palazzo Chigi a firmare il patto per il lavoro, patto che dovrebbe sancire ancora una volta la validità della concertazione a scapito del conflitto di classe. Qui però vi è la contraddizione, perché proprio il giorno dopo i sindacati si sono riuniti per convocare attivi e assemblee in preparazione di uno sciopero per forzare Federmeccanica a fare più concessioni sulla già misera piattaforma in discussione?

I mesi di moratoria diciamocelo chiaramente sono uno strumento utile solo ai padroni. Il sindacato non ha indetto un solo minuto di sciopero, mentre i padroni hanno continuato a licenziare e a mettere in cassa integrazione i lavoratori. Non ci si è neppure presi la briga di organizzare un blocco degli straordinari. L’unica cosa che siamo stati capaci di fare è stato un discutibile spot radiofonico dove una voce rivendicava la serietà e la responsabilità dei metalmeccanici che nonostante il contratto fosse scaduto da mesi continuavano a lavorare per il bene del paese. Possiamo immaginare le grasse risate che si saranno fatti i padroni sentendo questo spot.

La trattativa è stata una presa in giro. Tante sono state le riunioni in cui le parti si sono incontrate e in tutte le occasioni (fin dal primo incontro all’inizio dell’autunno) Federmeccanica ha risposto con un secco no su tutti i fronti. I vertici sindacali tenevano all’oscuro i lavoratori e molto spesso i delegati apprendevano dai giornali quello che stava succedendo.

Ma questo non è tutto, il problema arriva ora. Era dall’inizio di gennaio che nei vertici si diffondeva la convinzione che gli ultimi ‘tour de force’ per arrivare a un accordo sarebbero falliti, infatti l’ultima serie d’incontri è durata meno del previsto. Ma a nessuno è venuto in mente di incominciare a tastare l’ambiente tra i lavoratori con assemblee per informarli sullo stato della trattativa e per preparare le lotte da convocare dopo la rottura delle stesse. Anzi si è fatto di peggio, si sono interrotte le trattative a fine gennaio e si convoca uno sciopero a distanza di quasi un mese, per lasciare il tempo per arrivare ad un accordo in extremis. L’11 febbraio è stato fissato infatti un nuovo incontro.

Sorge a questo punto una domanda. Quali sono i motivi di questo comportamento dei vertici sindacali? La questione è che dopo aver propagandato per anni la concertazione, cioè la convinzione che sempre e su tutto si può mediare, ne sono ora prigionieri. Questo, sommato alla sfiducia che hanno nelle capacità di lotta dei lavoratori, li porta a non voler proporre le lotte come strumento per risolvere in positivo i conflitti. Non vogliono proporle perché sono succubi in partenza della loro stessa pratica sindacale. Per cui qualsiasi lotta diventa un ostacolo che impedisce la concertazione. Da cui le parole di Cofferati degli scioperi virtuali (cioè lavorare anziché scioperare e devolvere i soldi delle ore lavorate in beneficenza). Avanti così il padrone diventa sempre più arrogante e il lavoratore incomincia chiedersi che senso abbia scioperare per chiedere così poco e soprattutto guidato da questi dirigenti.

La situazione è dunque difficile, da una parte c’è un padronato arrogante e sicuro di sè, dall’altra una piattaforma difficile da difendere (votata solo in una minoranza dei posti di lavoro dove comunque ha prevalso l’astensione), su cui moltissimi delegati pensano che sarà difficile convincere i lavoratori a scioperare.

Il punto è che se entri nella logica della compatibilità non c’è più limite al peggio. Il pericolo più grande che si vede, da come si è gestita la trattativa, è che il vertice sindacale voglia far fallire questo sciopero per tornare al tavolo delle trattative e accettare le proposte della controparte addebitando la colpa di ciò alla mancanza di risposta dal parte dei lavoratori. Bella ipocrisia.

Per questo bisogna lottare comunque, perché non è in gioco tanto quello che contiene la piattaforma ma la difesa stessa dei contratti nazionali. Dobbiamo spiegare nelle assemblee di fabbrica, negli attivi, nei cortei che bisogna farla finita con questo modo di "preparare" le lotte che ci propongono le burocrazie sindacali.

Da questo punto di vista l’esperienza che stanno facendo i metalmeccanici tedeschi della IGMetal è significativa. Il sindacato tedesco, che non lotta certo per abbattere il capitalismo, anzi è stato tra i primi a portare avanti la politica della concertazione fino ad entrare nei consigli di amministrazione delle fabbriche, ora è allo scontro duro con i padroni per il rinnovo del contratto. I metalmeccanici tedeschi hanno richieste molto più alte delle nostre. Chiedono il 6,5% d’aumento dei salari, cioè molto di più dell’inflazione programmata dal loro governo nel prossimo biennio (cioè il 2,5%). Il rimanente 4% che chiedono è dovuto all’enorme aumento dei profitti fatti negli ultimi due anni. Al momento della rottura con il padronato tedesco il sindacato ha indetto immediatamente uno sciopero generale mettendo in marcia la struttura per prepararne altri anche ad oltranza e generali con le altre categorie.

Una piattaforma rivendicativa che valga realmente la pena di difendere, in Italia dovrebbe chiedere come minimo:

- Aumenti salariali non inferiori a 200mila lire per un 3°livello

- Riduzione d’orario a 35 ore a parità di salario come primo passo concreto per ridurre la disoccupazione e fermare l’emorragia di posti di lavoro nelle aziende

- Disdetta di tutti gli accordi sulla flessibilità (partendo dal lavoro interinale e i contratti d’area) che non creano occupazione e dividono i lavoratori.

Le trattative dovrebbero essere controllate dai lavoratori, attraverso dei loro delegati eletti democraticamente nelle assemblee. I rappresentanti con il mandato dei lavoratori devono discutere e eventualmente firmare gli accordi con i padroni, i dirigenti sindacali devono avere un ruolo nella consulenza ma non dovranno più gestire sulle nostre teste le vertenze. Per questo è indispensabile che nei contratti si introducano delle norme di democrazia sindacale che prevedano il coinvolgimento dei lavoratori nella definizione delle commissioni trattante e nella gestione delle trattative.


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