FalceMartello n° 127 * 30-10-1998

Referendum: pesano più le astensioni dei sì!

Metalmeccanici: se non si cambia strada la sconfitta è sicura

 

Dopo la consultazione nelle fabbriche è partita la trattativa con Federmeccanica. E che partenza! Pininfarina (presidente di Federmeccanica) ha accolto la delegazione Fim-Fiom-Uilm con un secco no su tutte le richieste.

di Paolo Grassi

La piattaforma è pessima, nulla dei suoi contenuti si può salvare, ma oltre a ciò la cosa più inquietante è che si sta preparando il terreno della trattativa nel modo peggiore. Vantarsi di aver proposto una piattaforma moderata e in linea con gli accordi di luglio, dopo che proprio con questi accordi sono state gettate le basi per il massacro dei lavoratori negli ultimi sei anni, non è un elemento di forza, anzi, è un ulteriore elemento che incentiva i padroni a essere ancora più esigenti. Ecco infatti quali sono le “proposte” dei padroni.

Estensione della flessibilità senza limiti, nessun vincolo agli straordinari, proliferazione dei contratti a tempo determinato, libertà di licenziamento, nessuna concessione (nemmeno parziale) di riduzione d’orario di lavoro, contenimento estremo degli aumenti salariali e ovviamente eliminazione dei due livelli contrattuali.

Una vera e propria contro-piattaforma padronale che conferma nella sostanza l’obiettivo di distruggere il contratto nazionale e peggiorare ulteriormente le condizioni di lavoro. Il fatto è che l’arroganza con cui i padroni dichiarano guerra e sono disposti a rompere le trattative ancora prima di aprirle sono la logica conseguenza della politica concertativa del sindacato.

Costruendo le piattaforme rivendicative sulla base degli accordi di luglio, i dirigenti sindacali hanno condizionato le richieste non alle reali esigenze dei lavoratori ma a quello che la controparte è disposta a concedere. Di conseguenza in una fase economica come quella che stiamo affrontando, dove le prospettive sono di recessione, i padroni si stanno premunendo.

La produttività delle aziende italiane è cresciuta di parecchio negli ultimi anni, non perché ci sia stata una politica di investimenti della ricchezza prodotta nell’industria, che è bassissima, ma grazie all’aumento dello sfruttamento che ha portato a un abbassamento del costo del lavoro, un aumento della disoccupazione e a salari al di sotto dei bisogni.

Ci ripetono che dobbiamo essere responsabili e perciò dobbiamo chiedere poco perché non possiamo arrestare lo sviluppo economico del paese. I padroni hanno dato l’ennesima prova di quanto sono responsabili: infatti, esaurita la vena d’oro degli incentivi statali sulla rottamazione, hanno tempestivamente dichiarato decine di migliaia di esuberi.

I nostri dirigenti non hanno mai voluto fare un bilancio di cosa ci ha portato concretamente in tasca “il senso di responsabilità”.
Ora dovremmo portare avanti una piattaforma impossibile da difendere. Piattaforma che, ci ricorderanno, è stata legittimata con un voto referendario dai lavoratori. Cosa c’è di vero?

Questa consultazione, come tutte quelle di questo tipo, è stata estremamente limitata. Chiedere un si o un no senza la possibilità di proporre una alternativa reale ha prodotto non un ambiente di appoggio e entusiasmo ma bensì il suo contrario, ovvero delusione e sfiducia.

Il tratto dominante del risultato referendario è infatti non quello di una vera vittoria, anche se i risultati ufficiali dicono che ha votato il 63% degli aventi diritto e di questi il 70% si è espressa per il si, ma ben di un diffuso astensionismo che rispecchia la sfiducia generalizzata verso la piattaforma.

Per dare un senso positivo al rinnovo del contratto l’unica vera possibilità che abbiamo è chiedere il ritiro di questa piattaforma anche se è già stata presentata alla controparte. Ritirarla per dimostrare che preferiamo fare un passo indietro ora, per evitare di chiamare i lavoratori a una lotta che non sentono propria, e rilanciare nelle aziende un vero percorso di discussione che coinvolga tutti i lavoratori.

Solo così potremo riconquistare quella fiducia necessaria per chiedere ai lavoratori di mobilitarsi su una questione tanto importante come il contratto nazionale. Questo è l’unico appuntamento che permette di unire la lotta del lavoratore della grande azienda con quello della piccola per migliorare le condizioni di tutti.

Una piattaforma che contenga alcuni punti fondamentali come:

• Aumenti salariali adeguati ai bisogni dei lavoratori, non inferiore a 200mila lire per il 3°livello.

• Riduzione d’orario a parità di salario come unico mezzo per ridurre la disoccupazione e fermare l’emorragia di posti di lavoro nelle aziende.

• Disdetta di tutti gli accordi sulla flessibilità (partendo dal lavoro interinale e i contratti d’area) che non creano occupazione e dividono i lavoratori.

• Controllo dal basso nell’elaborazione e nella stesura della piattaforma per un reale coinvolgimento di tutti i lavoratori.

Fare ciò è difficile ma non impossibile. In molte realtà importanti è passato il no al referendum, Alcatel, Zanussi, OM Brescia, Sevel e Iveco e in molte altre il si ha vinto di misura. Forti anche dell’alto astensionismo che altro non esprime se non una sfiducia di fondo in questa piattaforma bisogna ricominciare per coordinare tutti i lavoratori che chiedono ben altro a questo contratto.

Il nostro primo compito è impedire che questo malessere rimanga ancora una volta isolato in ogni singola azienda; bisogna organizzarlo per poter cambiare la politica sindacale che ha dominato fino ad ora.


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