Le nostre vite sull’altare del profitto! Nonostante gli scioperi di gennaio e febbraio all’Ilva di Taranto hanno trovato una buona adesione tra i lavoratori, non sono riusciti per il momento a spostare il padron Riva dalle sue posizioni. La repressione in fabbrica e gli incidenti mortali continuano a ripetersi. di Paolo Grassi Per quanto i mezzi d’informazione borghesi si prodighino a raccontarci quanto è più funzionale il privato rispetto al pubblico quello che è successo all’Ilva di Taranto dimostra proprio il contrario. Lo Stato ha svenduto la produzione di acciaio di qualità, frutto della ricerca pubblica, favorendo in modo palese i padroni. Un dato su tutti: dei 1500 miliardi sborsati per l’acquisto dell’acciaieria, 1000 Riva li ha già recuperati con i profitti del primo anno. Se ne sono accorti i lavoratori dell’acciaieria che in questi anni di privatizzazione hanno visto aumentare in modo esponenziale i ritmi di lavoro. Per Riva, la 626, la legge sulla sicurezza, è solo un numero come un numero sono i tantissimi morti che lo stabilimento I vertici sindacali, nonostante la gravità della situazione, continuano a gestire i rapporti con il padrone come li gestivano con lo Stato. Se allora grazie anche ad un contesto economico diverso, si era riusciti a strappare concessioni, oggi senza un salto di qualità nella mobilitazione, saremo costretti a subire un’offensiva padronale senza precedenti. In questi anni lo Stato si è accollato i prepensionamenti concedendo a Riva la possibilità di assumere centinaia di giovani in contratto formazione lavoro che fanno lo stesso lavoro degli altri ma vengono pagati meno e sono più ricattabili. Le ditte appaltatrici sono aumentate grazie ai prezzi stracciati che vengono garantiti con un supersfruttamento della manodopera che viene caricata di straordinari a scapito della sicurezza che "intralcia" e "rallenta" il lavoro. Dopo la morte dei due operai, il sindacato ha finalmente proclamato degli scioperi e ha denunciato l’atteggiamento che l’azienda ha nei confronti della sicurezza. Ma se andiamo a leggere i quotidiani degli anni passati nei giorni dove si sono ripetuti simili tragici episodi leggeremo le stesse denunce, ma nulla è cambiato da allora. Proprio per questo tra i lavoratori potrebbe sopraggiungere la rassegnazione; già negli ultimi scioperi si è visto che, mentre gli operai incrociavano le braccia, gli impiegati ricattati dal padrone, scendevano con i capi turno e i capi reparto sull’impianto a garantire la produzione. Così l’azienda ha potuto contare sulla straordinaria efficienza di chi aveva deciso di rimanere in fabbrica anche tutta la notte. Se non si convocano degli scioperi più incisivi mostrando maggior determinazione sarà il padrone ad avere la meglio. La spaccatura tra operai e impiegati che si è prodotta in questa vicenda è terreno fertile per l’azienda, la quale tenterà di aumentare ancor più la repressione. Bisogna alzare il livello dello scontro, organizzando dal basso attraverso dei coordinamenti di tutti i lavoratori, stabilimento per stabilimento, una mobilitazione che si proponga di arrivare a uno sciopero generale di 24 ore di tutta la città di Taranto. Le sorti dell’Ilva, non riguardano soltanto i lavoratori dell’Ilva, perché quello che accade in una acciaieria che occupa 13mila lavoratori riguarda l’intera comunità. La sicurezza degli impianti, è un problema di tutti i cittadini, se si pensa che nei quartieri circostanti all’Ilva l’inquinamento provocato dalla polvere di amianto sprigionato dagli stabilimenti ha fatto crescere le malattie tumorali a un livello del 240% superiore alla media nazionale. Ma una lotta duratura, che unisca tutti i lavoratori dell’Ilva e possa godere del sostegno massiccio della cittadinanza deve anche vedere al centro della sua piattaforma la lotta per l’occupazione; perché se è vero che riducendo i ritmi, l’orario di lavoro e gli straordinari si riducono i rischi d’infortunio è anche vero che parallelamente si obbliga l’azienda ad assumere nuovo personale. Qui sta il nesso che unisce la lotta per la sicurezza a quella per l’occupazione ed è una lotta che può essere vincente, ma che per esserlo deve rompere la gabbia della concertazione che paralizza la volontà di lotta dei lavoratori.
ha provocato dalla sua nascita, dei quali due solo negli ultimi due mesi.