28 marzo: tre milioni in piazza

Francia: verso un nuovo 1968?

di Roberto Sarti

 

La giornata di ieri, 28 marzo 2006, sarà ricordata a lungo nella storia della lotta di classe in Francia.

Tre milioni di persone sono scese in piazza in decine di manifestazioni in tutto il paese. Particolarmente imponente il corteo a Parigi, con 700mila manifestanti ed a Marsiglia dove erano presenti 250mila persone. Lo sciopero, anche se non è stato generale, ha paralizzato i trasporti ed i servizi essenziali.

È stato di sicuro il “giorno d’azione” più imponente dei quattro finora convocati da organizzazioni studentesche e sindacati contro l’ormai famigerato Cpe, il Contratto di primo impiego, che prevede il licenziamento senza giusta causa nei primi due anni di assunzione, destinato a tutti i minori di 26 anni. Davanti all’arroganza del governo, alle università che sono state protagoniste fin dall’inizio si sono unite le scuole di periferia e in tutti i cortei di ieri era massiccia la presenza di settori importanti della classe lavoratrice.

Le proporzioni del movimento che sta sconvolgendo la Francia da oltre un mese non hanno paragoni e sono seconde solo al periodo rivoluzionario del maggio 1968.

L’affanno con cui i giornalisti e i politologi sul libro paga del padronato ripetono che “il ’68 è stato un’altra cosa” e che “non tornerà mai più” è piuttosto sospetto. I più intelligenti sanno che le scuole, le università, i luoghi di lavoro in Francia come in Italia sono una polveriera pronta ad esplodere.

La realtà e che finché esisterà un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo come quello capitalista, rivoluzioni come quella del ’68 francese non potranno che accadere ancora, nonostante tutti gli sforzi della propaganda della borghesia e la repressione attuata dai suoi scagnozzi.

Il movimento a cui oggi assistiamo ha sicuramente origini diverse. Anche il periodo storico ed economico è diverso, ma gli avvenimenti si stanno dirigendo nella medesima direzione. Uno delle principali caratteristiche che accomuna il 1968 al 2006 è la saldatura, consolidatasi ulteriormente nelle manifestazioni di ieri, tra movimento studentesco e movimento operaio.

Le attuali mobilitazioni sono collegate a doppio filo con il No alla costituzione del maggio scorso e con la rivolta delle banlieue di ottobre. Un’esistenza fatta di lavoro precario, servizi sociali allo sfascio ed emarginazione, in poche parole l’incertezza totale sul proprio futuro. Tutto ciò ha prodotto conseguenze importanti non solo sulla coscienza di un’intera generazione di giovani ma anche sui loro padri.

Il corteo di ieri a Marsiglia
Davanti al movimento che avanza e che acquista sempre più forza la classe dominante è sempre più divisa. All’interno della Confindustria diversi esponenti si sono schierati contro il Cpe, non tanto perché siano paladini dei diritti dei lavoratori ma perché temono che la situazione di scontro sociale precipiti.

All’interno del governo la situazione è molto tesa. Il ministro degli Interni, Nicholas Sarkozy, è intervenuto apertamente contro il Primo ministro De Villepin, accusandolo di essere “dogmatico”, proponendo la sospensione dell’applicazione del Cpe durante il periodo di trattativa.

Sarkozy è il rivale di De Villepin per le prossime presidenziali del 2007 all’interno dello schieramento della destra. Si è sempre proposto come l’uomo forte del governo, il principale nemico delle banlieue ed ora si vuole accreditare come il principale referente della borghesia.

Il governo di destra è in grave difficoltà e nemmeno l’intervento di Chirac, atteso nei prossimi giorni, potrebbe salvare la coalizione.

Se il governo cede e ritira la legge sui Cpe, potrebbe evitare il peggio, per il momento. Ma se De Villepin, come sembra, non avesse intenzione di mollare, gli avvenimenti potrebbero prendere una tale piega che un ritiro successivo del Cpe potrebbe non essere sufficiente a fermare la marea del movimento.

Nei cortei di ieri gli slogan che chiedevano le dimissioni non solo del primo ministro o di Sarkozy, ma anche dello stesso Presidente della Repubblica, erano generalizzati. Tanti ormai non si accontentano più del ritiro del Cpe. Il movimento ha saputo crescere ed ottenere una simile compattezza grazie ai metodi di organizzazione, che abbiamo già descritto sul nostro sito.

Assemblee democratiche, con delegati eleggibili e revocabili in qualunque momento che sottopongono le decisioni prese nelle riunioni nazionali alle assemblee che li hanno eletti sono uno dei segreti del successo delle mobilitazioni.

Il movimento francese ha avuto un approccio molto interessante anche sulla questione della violenza. Nella manifestazione di ieri ogni scuola e facoltà aveva il proprio servizio d’ordine, che insieme a quello dei sindacati ha impedito ai provocatori di infiltrarsi nel corteo.

Questo non ha impedito gli scontri e le cariche della polizia, ma ne ha sicuramente limitato gli effetti negativi. Al di là di quanto scrivono o trasmettono i media, che non vedono l’ora di dare un’immagine violenta ad ogni lotta o manifestazione antigovernativa, la questione “casseurs” sta progressivamente diminuendo di importanza con la crescita delle mobilitazioni e dell’entrata in scena della classe lavoratrice come attore protagonista.

Oggi se i sindacati e la direzione dei Partiti socialista e comunista si ponessero come obiettivo le dimissioni del governo, questo crollerebbe come un castello di carta. Ma finora nessuno ha proposto un simile sbocco alle mobilitazioni.

La direzione della Cgt, il principale sindacato francese, si è guardata bene dal convocare uno sciopero generale. Si rende probabilmente conto che nelle condizioni attuali il movimento potrebbe facilmente sfuggire dal controllo dei vertici sindacali. Anche il Ps non ha una chiara strategia e mantiene una posizione attendista, preferendo aspettare le presidenziali del prossimo anno per un cambiamento del governo. Ancora una volta, la candidata socialista “in pectore” Segolene Royal ha “messo in guardia contro la tentazione di mischiare il Cpe alle presidenziali, chiedendo le dimissioni del governo” (il Manifesto, 29-03-2006)

Ancora una volta i giovani e lavoratori in lotta dimostrano di essere molto più avanti della direzione. La miopia dei dirigenti della sinistra non è un problema solo francese, ma è ben presente anche in Italia, quando nel programma dell’Unione non si parla di cancellare la flessibilità, ma solo di limitarne gli aspetti più indigesti. In Italia il lavoro precario è una piaga tanto quanto in Francia e Romano Prodi lo ha sottolineato involontariamente, quando ha spiegato che in Italia una forma contrattuale come il Cpe aggiungerebbe garanzie nei luoghi di lavoro!

Gli avvenimenti francesi costituiscono un esempio per noi tutti, ma anche un monito per il prossimo governo di centrosinistra: non si può governare la flessibilità e l’unica posizione che le organizzazioni dei lavoratori possono prendere, se non vogliono essere scavalcati a sinistra dalla propria base, è quella di dire no ad ogni lavoro precario.

I prossimi giorni saranno decisivi per lo sviluppo del movimento in Francia. Le divisioni nella classe dominante e nel governo possono dare ulteriore forza alle mobilitazioni. Ambedue le forze in campo, la borghesia da una parte e i giovani e i lavoratori dall’altra, trarranno un bilancio della giornata di ieri . La questione dello sciopero generale e delle dimissioni del governo devono essere poste all’ordine del giorno dalle migliori avanguardie nei luoghi di studio e di lavoro. Se la prospettiva dello sciopero generale divenisse concreta, la questione di quale classe ha il potere in Francia sarebbe ineludibile, aprendo la strada ad una situazione prerivoluzionaria. I lavoratori e dei giovani di tutta Europa stanno guardando con attenzione ed ammirazione agli avvenimenti d’Oltralpe.

Siamo sicuri che queste mobilitazioni sono solo una piccola anticipazione delle lotte che coinvolgeranno tutto il vecchio continente contro l’oppressione e la schiavitù a cui ci costringe il capitalismo.

29 marzo 2006.

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