Sostienici
Ultimi articoli
Prossime iniziative
-
-
Per il partito di classe
-
Che succede in Fiat?
-
Assemblea della seconda mozione
-
Assemblea della seconda mozione
Mailing list
| Lo “scudo stellare” Usa riaccende i conflitti in Europa orientale |
|
|
|
| Internazionale - Articoli generali sull'Europa | |||
| Scritto da Giovanni Savino | |||
| Martedì 29 Maggio 2007 06:53 | |||
|
La strategia dell’imperialismo americano in Europa orientale e nell’Asia centrale continua a causare frizioni e problemi con la Federazione Russa. Il tentativo di contenimento statunitense del nuovo “pericolo russo” passa attraverso la costruzione dello scudo spaziale tra Polonia e Repubblica Ceca, e proietta le sue conseguenze fin nel Caucaso e in Ucraina. Il ritorno sulla scena della Russia a livello mondiale, grazie alla crescita economica e al consolidamento della situazione politica interna, turba non poco gli interessi strategici a stelle strisce, che si trovano la strada sbarrata nell’accesso alle risorse energetiche in Asia centrale e nel Mar Nero. La Gazprom negli ultimi anni ha stretto accordi molto vantaggiosi in Europa occidentale (compresa l’Italia, con l’alleanza con l’Eni) ed è diventata elemento di pressione importante nell’assicurare gli interessi strategici russi: le “guerre del gas” del 2006 con Ucraina, Georgia e Bielorussia sono una dimostrazione del potere contrattuale dell’ente statale moscovita. La tensione tra la Russia e i paesi dell’Europa orientale passa anche per vere e proprie provocazioni, come la rimozione del monumento ai caduti dell’Armata Rossa a Tallinn, in Estonia, che ha causato una vera e propria rivolta popolare dei russi residenti nel paese (i quali, così come in Lettonia, non hanno cittadinanza grazie a una legge che conferisce diritti solo ai discendenti dei residenti nell’Estonia del 1940!). La costruzione dello scudo spaziale servirebbe, a detta di Washington, per difendersi da Iran e Corea del Nord. Resta allora da spiegare perché sia posizionato tra Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria (con il tentativo di coinvolgere il governo ucraino nell’avventura). Questo progetto ha provocato le dure dichiarazioni di Vladimir Putin alla conferenza dell’Osce di questa primavera a Monaco di Baviera, e la reazioni degli altri paesi europei contro ulteriori accordi bilaterali promossi dagli Stati Uniti al di fuori della Nato. Condoleeza Rice, nel corso della sua visita del 15 maggio a Mosca, ha riconfermato l’intenzione dell’amministrazione Bush di proseguire spediti verso la costruzione dello scudo, criticando violentemente le “ingerenze” russe e sostenendo che non si accetterà alcun veto. La stampa italiana, specialmente La Repubblica e il Corriere della Sera, è pronta a dipingere scenari da Guerra fredda, accusando la Russia di nostalgie sovietiche, senza però spendere alcuna parola sui progetti americani. La Russia di oggi è quanto di più lontano ci sia dall’Urss, essendo un paese capitalista, che sta emergendo sullo scenario mondiale come una vera e propria potenza imperialista, con tutto ciò che ne consegue. Dalle colonne del Corriere spesso si denunciano le malefatte di Putin in Cecenia e in Russia, ma si chiude volentieri un occhio (se non due) sui piani della Casa Bianca.
I governi di Polonia e Repubblica Ceca non brillano quanto a rispetto della democrazia: ricordiamo come il Ministero degli Interni ceco abbia sciolto l’organizzazione giovanile (Ksm) del Partito comunista di Boemia e Moravia (Kscm), con una legge che vieta la propaganda della lotta di classe (come nell’Italia fascista), mentre a Varsavia i gemelli Kaczinsky si rendono promotori di leggi come la “lustracja” (bocciata poi dalla Corte Costituzionale) che doveva servire a schedare una parte importante della popolazione polacca per individuare i “collaborazionisti” con l’ex regime stalinista. Quest’iniziativa ha portato a un’opposizione totale nel paese, coinvolgendo anche anticomunisti di lungo corso come Lech Walesa, Tadeusz Mazowiecki e Bronislaw Geremek. La destabilizzazione prodotta dalla vicenda dello scudo (e dell’allargamento della Nato) è qualcosa di enormemente pericoloso per i governi dell’Europa Orientale: il 66% dei cechi è contrario alla costruzione della difesa antimissilistica, e l’opposizione socialdemocratica e comunista ha avviato la battaglia per arrivare a indire un referendum sui radar americani nella Repubblica Ceca, mentre già si sono tenute consultazioni nelle zone dove si dovrebbero costruire gli impianti militari, con il 78% della popolazione contraria al progetto. In Ucraina i tentativi americani di installare basi, mezzi e uomini a poche ore dal confine russo continuano ad alimentare tensioni, anche perché nonostante i massicci finanziamenti varati il 9 aprile da Bush con il “Freedom Consolidation Act” (che prevede sostegni per 12 milioni di dollari nel 2008 e ulteriori 30 nei quattro anni successivi, a Ucraina, Georgia, Macedonia, Albania e Croazia), il 57% della popolazione è fortemente contraria a ogni ipotesi di adesione alla Nato, e l’estate scorsa imponenti mobilitazioni in Crimea hanno impedito esercitazioni congiunte ucraino-americane. L’opposizione ai progetti dei Kaczinsky e di Bush è forte anche tra la popolazione polacca, con la contrarietà netta del 66% dei polacchi a ogni progetto di radar o missili. L’accoglienza tiepida, o di fredda ostilità, dei governi europei ai piani di Bush e alleati non è dovuta alla riscoperta di un orientamento “pacifista”, ma agli interessi a commerciare con la Russia, e a non disturbare i fitti interscambi con la Gazprom. Interessi a volte imponenti, come la collaborazione di Gerhard Schroeder con Gazprom, o gli accordi per lo sfruttamento dei giacimenti siberiani e caspici conclusi dall’Eni. Esistono 737 basi (in realtà forse anche di più, ad esempio non è citato Camp Bondsteel in Kossovo, una delle guarnigioni più grandi) americane nel mondo, dislocate in 130 paesi, e il bilancio annuale statunitense è di 500 milioni di dollari (700, se si includono pensioni e ospedali dei veterani e debiti). In pratica, gli Usa spendono 1100 milioni di dollari in armamenti, logistica e uomini, quando poi a 3 anni da Katrina, a New Orleans ci sono ancora rovine. Questo serve a capire come la retorica degli “Stati canaglia”, delle armi di distruzioni di massa e della “lotta al terrorismo”, sia soltanto una cortina fumogena dietro cui c’è una enorme macchina da guerra: le spese militari di Iran e Siria ammontano rispettivamente a 5 e 6 miliardi di dollari, quelle di Russia e Cina 19 e 35. Secondo un calcolo riportato dal II Rapporto sull’Economia a mano armata, i paesi Nato hanno una spesa militare pari al 69,9% del totale mondial; se si includono Israele e Taiwan si arriva all’87,26%. I numeri talvolta sono noiosi, ma spiegano molte cose, soprattutto svelano l’ipocrisia dell’imperialismo a stelle e strisce, che gonfia i pericoli per poter tutelare meglio i propri interessi. Con la caduta dell’Urss, gli Usa avevano creduto di poter dettare legge nel mondo, candidandosi come il gendarme globale. Un gendarme che ben presto ha scoperto di avere i piedi d’argilla e che la storia non era finita, diversamente da quanto teorizzato dai vari Fukuyama. I problemi della competizione inter-imperialistica rendono difficile la vita all’amministrazione Bush: l’entrata sulla scena del commercio mondiale della Cina, che sempre più stringe accordi a livello globale (il 2007 è l’anno della Cina in Russia, con continui interscambi culturali, economici e militari) complica ulteriormente il dominio americano sul mondo. Il ritorno della Russia, d’altro canto, nelle aree europea e centroasiatica, con il controllo sulle materie prime e una politica più aperta verso l’Iran, non può che avere come risultato un inasprimento delle tensioni. La stampa borghese ad ogni comunicato stampa ama riutilizzare i toni dell’epoca della contrapposizione tra “mondo libero” e Urss, ma più che di Guerra Fredda, stiamo parlando di un nuovo, e potenzialmente più pericoloso, “Grande Gioco”, come quello condotto dalle grandi potenze alla fine dell’Ottocento. Ma i lavoratori e i popoli del mondo non resteranno a guardare facilmente in silenzio, anche perché a combattere solitamente vanno persone normali, non i capitalisti e i generali. Il capitalismo è orrore senza fine nell’Est europeo, dove raggiunge livelli di bestialità inimmaginabili, con ricchezze straordinarie e salari da fame (anche 80 euro mensili). Di fronte alla prospettiva di uno scontro sempre più acceso tra gli imperialismi, l’unica possibilità è quella del rovesciamento di questo sistema, portando avanti la lotta per il socialismo, come avvenne 90 anni fa durante quel massacro di proletari conosciuto come Prima Guerra Mondiale.
23/05/07
|








