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Nel 2008 l’Islanda ha subito il più grande crollo finanziario della storia mondiale se rapportato alle dimensioni della sua economia. La cosa sorprendente di questo episodio è che non parliamo di un paese emergente, ipnotizzato dalle sirene della finanza occidentale, ma di un paese moderno, benestante, che pure ha seguito le orme dell’Albania degli anni ‘90.

Prima di questa crisi, l’Islanda, un’isola sperduta nell’Atlantico, con gli abitanti di un quartiere di una capitale europea, era un paese famoso solo per le sue meraviglie naturali, come i geyser. Il crollo delle tre grandi banche del paese (Kaupthing, Landsbanki e Glitnir) l’ha condotta alla catastrofe finanziaria e a proteste di piazza che hanno rovesciato il governo. La rabbia popolare e le dimensioni della bancarotta hanno portato il paese al rifiuto di ripagare i debiti lasciati dalle sue banche, guadagnando all’isola un posto tra gli eroi popolari nell’immaginario degli attivisti di sinistra di mezzo mondo. Di fronte alla marea montante del debito statale, “fare come l’Islanda” è diventata un’alternativa che sembra vincente. Spiegheremo perché, nonostante il coraggio dei lavoratori islandesi, il modo con cui i dirigenti del movimento leggono la “soluzione islandese” sia solo un modo per non affrontare la crisi.

 

Gli anni che hanno preceduto il crollo

La placida economia islandese ha sempre vissuto di pesca e delle sue cospicue riserve naturali. Seppure in miniatura, l’Islanda assomigliava a tutte le democrazie scandinave: alto tenore di vita, pace sociale. Gli ultimi incidenti politici significativi risalivano al ‘49, quando l’isola aveva aderito alla Nato, essenzialmente per consentire agli aerei americani di usarla come portaerei naturale. Tutto ciò cambiò con l’arrivo di David Oddsson al potere[1]. Ex attore come Reagan, le cui politiche ammirava profondamente, prima come sindaco di Reykjavík, poi come primo ministro, Oddsson decise che il paese meritava di più della mediocrità fatta di benessere e merluzzi, bisognava finirla con l’assistenzialismo e la sicurezza sociale, era giunto il momento di importare tra i ghiacci Milton Friedman e la Thatcher. Oddsson andò al governo nel 1991, cominciando un ampio piano di liberalizzazione economica. Nel 1994, portò il paese all’interno dell’Area Economica Europea per favorirne l’integrazione economica con l’Europa. Per attirare capitali furono tagliate le tasse su profitti e rendite, avviate privatizzazioni su larga scala, liberalizzato il mercato del lavoro.

Al centro del progetto di liberalizzazione economica c’era il settore bancario e finanziario. Fino a quel momento solide e in mani pubbliche, le banche vennero privatizzate e deregolamentate. Nel 2001 la corona fu lasciata libera di fluttuare dando alla banca centrale il compito di evitare che ciò comportasse inflazione eccessiva (“inflation targeting”), missione impossibile, come vedremo. Le autorità di vigilanza si fecero interpreti del vento liberista invitando le banche a fare ciò che volevano. Per facilitare l’esplosione dei mercati finanziari tutto era lecito. Ad esempio il LTV dei mutui fu portato dal 60 al 90%, i requisiti di capitale delle banche vennero ridotti[2].

Oddsson, l’artefice del boom, avendo esaurito la sua missione thatcheriana, lasciò l’incarico di premier nel 2004, e dopo una breve parentesi da ministro degli esteri, andò ad assicurare che le sue politiche fossero continuate come governatore della banca centrale.

Per dieci anni le politiche liberiste sembravano aver portato benessere. Dal 1995 al 2005 l’economia islandese crebbe a ritmi del 5% annuo, portando la ricchezza pro capite al quinto posto a livello mondiale. Dietro una scintillante facciata però, le politiche liberiste avevano trasformato una tranquilla e benestante comunità in un casinò. Il decennio di benessere si basava, come in altri paesi, sul meccanismo della doppia bolla finanziaria e immobiliare. Il pretesto politico della bolla, proprio come nell’America di Clinton, era dare una casa a tutti. Nel 1999, lo stato creò un fondo per finanziare l’acquisto della casa superando l’idea, considerata primitiva, di affittare case pubbliche a prezzi economici. Il fondo cominciò a elargire mutui a ritmi sostenuti. L’offerta era colossale. A metà del 2004, quasi il 90% degli islandesi aveva un mutuo con questo fondo. Per restare competitive, le grandi banche ora private cominciarono ad abbassare i criteri per accedere al mutuo, riducendo anche i prezzi, uno sviluppo simile alla vicenda dei mutui sub-prime. Nonostante con la bolla le grandi banche islandesi fossero enormemente cresciute, date le dimensioni dell’economia nazionale, la loro espansione era comunque limitata. Si proiettarono allora sui mercati europei come lupi famelici, potendosi giovare, paradossalmente, del fatto che erano fino a poco prima banche statali e dunque mantenevano un rating elevato. Con un’aggressiva politica commerciale, riuscirono a conquistare rilevanti quote di mercato, soprattutto nel Regno Unito e in Olanda. Prima del crollo, arrivarono ad avere quasi 500.000 clienti in tutta Europa, una situazione palesemente assurda per aziende provenienti da una nazione con poco più di 300.000 abitanti.

Sebbene secondo il FMI questa diversificazione fosse positiva (come notò in una visita ufficiale nel 2004), non si trattava dell’unica palese follia nel meccanismo di crescita economica del paese. Il circolo che sembrava virtuoso funzionava così. I capitali provenienti dall’estero, abnormi per le dimensioni del paese, facevano apprezzare la valuta islandese (la corona), il che rendeva sempre più conveniente importare dall’estero. La crescente dipendenza dall’export aumentava l’inflazione costringendo a tenere elevati i tassi, con ciò rendendo sempre più appetibili le attività finanziarie del paese e provocando ulteriori afflussi di capitale. Le importazioni a basso prezzo, l’aumento del prezzo delle case, il boom della borsa, davano l’illusione della ricchezza. Come in ogni bolla, il debito esplose. L’indebitamento netto con l’estero era il 36% del Pil nel 1980, salì al 246% nel 2007; il debito delle famiglie come proporzione del loro reddito era appena il 21% nell’80, divenne il 227% nel 2007. Il debito delle aziende era superiore al 300% del Pil nel 2007, oltre quattro volte la proporzione degli Stati Uniti. Il deficit commerciale era anch’esso fuori controllo: il 30% del Pil nel 2006.

Nonostante gli squilibri, le autorità non erano preoccupate per l’ubriacatura da debiti. La banca centrale sosteneva che le modifiche strutturali del mercato abitativo rendevano la domanda permanentemente sostenuta e la crescita economica eterna. Regnava la speculazione finanziaria. Gli studenti si cancellavano dalla facoltà di pesca per iscriversi a quella di finanza. Perché qualcuno avrebbe dovuto sporcarsi le mani con aringhe o producendo alluminio quando i soldi cadevano giù dal cielo della finanza? Se nel 2001 si erano immatricolate 2.000 auto, nel 2008 erano diventate 16.000. Come nella Mosca di Putin, gli oligarchi islandesi, azionisti delle grandi banche, giravano per le strade della capitale con macchine costose, spendendo fortune in feste e regali. Solo dal 2003 al 2006 la borsa aumentò dell’equivalente del Pil del paese. Nel quadriennio precedente al crollo, la borsa islandese era salita del 900%. Chiunque poteva essere ricco. Anche se i salari non tenevano dietro al boom, anche per la forte inflazione, il debito sembrava quadrare il cerchio.

Se la crescita dell’indebitamento è stato un fenomeno planetario negli ultimi decenni, in Islanda oltre alla dinamica di crescita era folle la sua composizione. Infatti, dati gli alti tassi d’interesse, agli islandesi sembrava conveniente indebitarsi in valuta estera. Quando un islandese comprava una macchina, il venditore gli chiedeva se voleva un finanziamento in yen, in euro o in sterline. Tra il 2002 e il 2005, il finanziamento in valuta estera aumentò del 550% arrivando, prima della crisi, a superare i due terzi del debito totale. Il mis-match valutario non riguardava solo i privati. Le banche si indebitavano in misura crescente all’estero, dove risiedeva ormai la maggior parte della loro clientela. Non avevano problemi a farlo: i loro depositi rendevano molto e i loro bond avevano alti rendimenti e ottimi rating. Tutti li volevano. I mercati internazionali non potevano fare a meno di comprare titoli islandesi. Nonostante la finanza pubblica andasse bene[3], nel 2007 il governo fece un emissione per oltre 5 miliardi di euro, quasi il 40% del Pil del paese per venire incontro alle richieste dall’estero.

In questa orgia speculativa, iniziavano a moltiplicarsi le crepe. Nell’aprile del 2006, l’agenzia di rating Fitch ridusse la valutazione del debito del paese, provocando una crisi (la borsa perse il 25%), ma il tutto fu rapidamente risolto. Il contesto mondiale era favorevole e le due principali banche del paese ricominciarono a crescere a ritmi ancora maggiori creando banche on-line per conquistare nuove quote di mercato in Europa proponendo tassi sui depositi talmente competitivi che gli investitori facevano la fila per versare i propri soldi. Non immaginavano che presto avrebbero dovuto fare la fila per ritirarli.

Arriva “kreppa”

L’espansione internazionale delle banche è un fenomeno generalizzato. Le grandi banche dominano la finanza mondiale intervenendo in decine se non centinaia di paesi, raggiungendo dimensioni sempre maggiori. Se ciò ha creato banche enormi rispetto all’economia della Francia o della Svizzera, si può immaginare che cosa abbia significato per l’Islanda. Nel 2007, le tre grandi banche islandesi avevano un attivo complessivo pari a undici volte il Pil del paese e detenevano 50 mld di euro di debito estero, contro un Pil di nemmeno 9 mld.

In pratica l’economia islandese era come una piramide rovesciata tenuta su dal continuo afflusso di capitali dall’estero e dalla bolla immobiliare. Se più della metà degli attivi delle grandi banche erano all’estero, quelli nei confini nazionali erano comunque 4 volte il Pil. Qualunque soffio di vento avrebbe destabilizzato la situazione. Arrivò invece l’uragano della crisi finanziaria mondiale.

Già all’inizio del 2007, l’Economist aveva rilevato che la corona era la valuta più sopravvalutata al mondo, eppure tutto sembrava proseguire per la sua strada. Ancora a fine settembre 2008, il rating del paese era molto buono, sebbene in calo. Per esempio Standard’s & Poor attribuiva al rating del paese A-, lo stesso che ha l’Italia oggi. Fa sorridere, seppur tragicamente, quanto l’ideologia liberista avesse avvelenato la mente dei dirigenti islandesi. La banca centrale islandese scriveva nel suo rapporto sulla stabilità finanziaria del maggio 2008: “i critici hanno asserito che  le banche islandesi sono diventate troppo grandi. Questo sarebbe vero se una grande crisi finanziaria fosse imminente e il governo islandese fosse costretto a risolvere una situazione critica che colpisse l’attività bancaria sia in Islanda che all’estero” e continuava spiegando perché ciò era impossibile[4]. Questo dopo mesi dallo scoppio della crisi. Ad agosto del 2008, l’autorità di controllo sulle banche rese noti i risultati degli stress test[5] sulle tre grandi aziende di credito la cui conclusione era: “le banche sono solide e possono sopportare shock finanziari anche considerevoli”. Sei settimane dopo quelle banche non esistevano più.

Nel corso del 2008 le condizioni dei mercati finanziari cominciarono a peggiorare. La bolla internazionale si stava sgretolando. Quando il 15 settembre Lehman Brothers, una delle più grandi banche d’affari al mondo, annunciò il proprio fallimento, sembrò arrivato il giorno del giudizio. La paura che molte altre banche stessero per crollare portò alla totale interruzione dei mercati interbancari, quelli dove le banche si prestano denaro tra loro. Le banche islandesi, che vi facevano forte ricorso per la liquidità, si trovarono subito a mal partito. Nel giro di pochi giorni erano fallite.

Se il fallimento delle banche ha comportato la crisi fiscale di tutti i paesi, compresi i più forti, in Islanda la cosa aveva connotati al limite del ridicolo. Come avrebbe potuto aiutare le banche un governo che presiedeva a un’economia grande un decimo dei loro bilanci? La sproporzione era colossale. Per esempio, le riserve della banca centrale non erano scarse rispetto all’economia in generale (erano il 13% del Pil) ma i debiti in valuta delle banche superavano quella cifra di oltre cinquanta volte.

Del tutto impreparate di fronte alla crisi, le autorità furono colte dal panico. Il 6 ottobre, il primo ministro Haarde fece un discorso televisivo in cui ammetteva la bancarotta del paese e si concludeva con le parole “che Dio salvi l’Islanda”, non proprio un invito alla calma. La gente si precipitò agli sportelli delle banche. La corona tracollò. Ai molti lavoratori stranieri veniva impedito di cambiare il loro salario in altre valute. Lo stesso giorno, fu sospesa la contrattazione in borsa delle sei azioni bancarie, il 9, la borsa venne chiusa del tutto e rimase chiusa una settimana. Ovviamente ciò non risolse nulla: all’apertura perse il 77% in una giornata. Di fronte alle file agli sportelli, il governo decise di garantire totalmente i depositi delle banche. La cosa di per sé era già contabilmente un artificio, dato che anche i soli depositi nazionali superavano le dimensioni del Pil. Ad ogni modo, con i mercati interbancari bloccati, le banche islandesi non potevano comunque sopravvivere. Non c’era altra strada che nazionalizzarle. Il 7 ottobre, il governo nazionalizzò Landsbanki. Poco dopo nazionalizzò anche Glitnir. In quegli stessi giorni, il governatore ed ex premier Oddsson rilasciò dichiarazioni di fuoco in cui giurava che lo stato non avrebbe pagato per i debiti delle banche. Ovviamente i mercati presero queste dichiarazioni apparentemente bellicose come prova dello stato di totale confusione dei vertici del paese. I crolli multipli di valuta, borsa e banche si accentuarono.

Annaspando di fronte alla crisi, le autorità islandesi ricorsero a mosse disperate. Di fronte al tracollo della corona, il 7 ottobre la banca centrale dichiarò che da quel momento la corona era agganciata all’euro a un tasso che però era molto migliore di quello reale di mercato, senza nemmeno concordare questa mossa con le altre banche centrali. In poche ore, la misura crollò, dimostrandosi il peg più breve della storia. Fu allora costretta a passare ai controlli diretti come restrizioni sull’acquisto di valuta. Contemporaneamente, aumentò fortemente i tassi d’interesse per frenare la fuga degli investitori, strangolando l’economia reale.

La scelta di accollare allo stato le perdite delle banche, comune ai governi di mezzo mondo, non risolse però i problemi. Appena Reykjavik annunciò queste misure, il governo britannico contattò la banca centrale islandese per sapere che intenzioni aveva coi depositi dei cittadini di Sua Maestà. Saputo che l’Islanda non poteva né intendeva garantirli, il governo britannico decise di congelare i beni islandesi nel Regno Unito utilizzando la legge antiterrorismo del 2001. Così l’Islanda veniva ripagata per aver permesso per decenni alle navi inglesi di usare le sue coste.

La decisione del governo laburista di equiparare gli islandesi ai talebani fu accolta dai mercati come segnale che il paese era inaffidabile non solo finanziariamente ma anche politicamente. Nessuno voleva più prestare soldi ad aziende o banche islandesi, la bancarotta era inevitabile. In tutta Europa, le filiali e le filiazioni delle banche islandesi vennero chiuse o fatte assorbire da banche nazionali. L’assurdità delle scelte del governo di Reykjavik e di Londra balza agli occhi. Entrambi stavano malamente bluffando. Quello islandese pensava di poter costringere gli amici di sempre a pagare i suoi debiti, al governo laburista serviva un nemico esterno su cui scaricare la rabbia popolare per il crollo economico interno. La posta in gioco non era indifferente. Al momento della crisi, c’erano 4,5 miliardi di sterline in ballo, due terzi del Pil islandese. È interessante notare che tra i clienti di Icesave (la principale internet bank islandese) non c’erano solo piccoli risparmiatori. Il 20% di quella somma (oltre 800 milioni di sterline) era di decine di autorità locali britanniche. Ad esempio Transport for London, l’organizzazione che coordina il trasporto pubblico della capitale inglese, aveva depositato 40 milioni di sterline in banche islandesi. Di fronte ai continui tagli agli enti locali, era un modo per cercare di far fruttare di più i fondi. Con esiti tragici.

Ironicamente, dato che l’Islanda non ha un esercito permanente e gli altri paesi della NATO si danno il turno per inviare aerei e navi per proteggerla, a dicembre 2008 il turno toccava alla Royal Air Force, che rifiutò di inviare i propri mezzi. Evidentemente le banche sono più importanti anche delle alleanze militari. A prescindere da aspetti legali, le pretese dei governi inglese e olandese che l’Islanda coprisse i debiti delle proprie banche erano insensate, considerando che questi superavano di varie volte il Pil islandese. Persino dopo la prima guerra mondiale, le potenze vincitrici si erano limitate a imporre alla Germania danni di guerra che non superavano l’85% del Pil. Non si capisce che cosa avrebbero potuto fare gli islandesi se non ripudiare quelle perdite. Ci furono accenni al fatto che l’isola avrebbe potuto cedere le proprie risorse naturali e liquidare i fondi pensione, ma per quanto si trattasse di consigli perfidi, le somme in gioco erano tali che anche vendendo tutti i cittadini islandesi come schiavi non si sarebbe coperto che una piccola frazione del buco. La scelta del governo Brown portò al fallimento anche dell’unica banca grande islandese sopravvissuta, la Kaupthing, che il 9 ottobre fu nazionalizzata anch’essa. Le banche inglesi, dal canto loro, furono ben contente che il governo le liberasse di pericolosi concorrenti.

In balia della crisi e in bancarotta, il governo islandese cominciò a sondare i paesi amici per ricevere aiuti, ma nessuno si faceva avanti, consigliando di rivolgersi al Fondo Monetario. Il presidente della repubblica Grímsson si lamentò con i diplomatici dei paesi amici perché li avevano abbandonati nel momento del bisogno, minacciando che il paese avrebbe cercato strade alternative. A questo punto, si fece avanti la Russia che si disse disponibile ad aiutare l’Islanda. I politici islandesi colsero il salvagente con due mani. La dichiarazione del premier Haarde fu eclatante: “non abbiamo ricevuto il tipo d aiuto che cercavamo dai nostri amici. Così in una situazione del genere abbiamo cercato nuovi amici”. Sebbene trapelassero indiscrezioni politicamente esplosive, come l’idea di concedere all’aviazione militare russa l’aeroporto della capitale (Keflavík), la mossa serviva in effetti per suscitare una sorta di gelosia nei partner storici dell’Islanda e funzionò. Poche ore dopo l’annuncio, si mise in moto la macchina del prestito. Il 19 novembre, il FMI concesse un prestito di 4,6 mld di dollari, metà dei quali di provenienza dei paesi scandinavi. Anche la Polonia e persino le isole Far Oer fecero la loro pur piccola parte, con 200 e 50 milioni rispettivamente. Il giorno dopo, la Germania, l’Olanda e il Regno Unito annunciarono un ulteriore prestito congiunto di 6,3 miliardi di dollari.

La generosità dei creditori era solo apparente. La ciambella di salvataggio serviva infatti a coprire i debiti delle banche, non a risollevare l’economia islandese che continuava a collassare. Infatti, il crollo della corona comportava l’enorme inasprimento dei mutui in valuta e dunque il virtuale fallimento di buona parte delle aziende e delle famiglie del paese. I prezzi delle case cominciarono a crollare. Le riserve valutarie a fine 2008 non bastavano a importare beni che per poche settimane.

Di fronte alla liquefazione economica, il governo della deregolamentazione e delle privatizzazioni dovette nazionalizzare e regolamentare, prendendo decisioni da economia dirigista di guerra. Fu varato il blocco della circolazione delle valute, fu chiusa la borsa, gli azionisti privati delle banche furono cancellati, salvando i depositi nazionali a scapito dei risparmiatori esteri; si denunciò nei fatti la globalizzazione come un cappio al collo del paese, in sintesi il contrario di ciò che quei politici avevano predicato per vent’anni.

Crisi politica

La crisi scosse le acque stagnanti della politica islandese facendo esplodere la furia popolare[6]. Il 26 gennaio 2009, il premier Haarde fu costretto a dimettersi: poche ore prima, era stato circondato da una folla minacciosa e salvato a stento dalla polizia. Il crollo del governo era però dovuto principalmente al fatto che il partito socialdemocratico, diviso al suo interno, non riusciva più a contenere le pressioni della base per uscire dal governo di coalizione. Sì perché scandalosamente, la socialdemocrazia governava da tempo con chi aveva portato il paese alla bancarotta, salvo svegliarsi tutto a un tratto e rendersi conto di che cosa stava succedendo. La base del partito spingeva per rompere con i partiti borghesi. Così, una settimana dopo la cacciata di Haarde, si formò un governo di centro-sinistra che, come prima cosa, cacciò il governatore Oddsson che, anche da premier, aveva contribuito più di ogni altro a condurre il paese alla bancarotta.

Al di là di queste mosse populiste, la socialdemocrazia ha dimostrato di non avere alcuna ricetta alternativa per uscire dalla crisi. A più riprese ha cercato di approvare norme (come la “legge Icesave”) che si proponevano di saldare i debiti delle banche verso la Gran Bretagna e l’Olanda per una cifra che superava la metà del Pil del paese anche prima del crollo. Secondo l’accordo iniziale, il 6% del Pil del paese per 15 anni sarebbe stato destinato  a ripagare i debiti con i depositanti inglesi e olandesi. Inoltre, il governo propose di entrare nell’Unione Europea, scelta su cui gli islandesi erano sempre stati giustamente scettici. Accollarsi i debiti delle banche e sottostare al Trattato di Maastricht, a questo si riduceva la politica economica “socialista”.

La popolazione, però, ha rifiutato di essere immolata sull’altare delle banche. Anche grazie alle divisioni tra governo e presidenza della repubblica, la legge sui debiti è stata posta a referendum e sonoramente bocciata. Nel marzo del 2011, il referendum ha dato un risultato ovvio e schiacciante: il 93% degli islandesi ha confermato il rifiuto a ripagare i debiti delle banche.

Dopo la crisi

L’esplosione della bolla da debiti ha lasciato profonde ferite nell’economia islandese. I settori al centro della speculazione sono stati i primi a collassare: la borsa ha perso il 95% dai suoi massimi del 2007 e i prezzi delle case il 30% e il settore delle costruzioni lavora a un livello infimo rispetto a pochi anni fa. Nel biennio 2009-2010, il Pil è crollato di oltre il 10% e la disoccupazione è schizzata all’8%, quando non aveva mai superato il 3% nei dieci anni prima della crisi. Il reddito delle famiglie è crollato. I lavoratori sono stati licenziati o hanno dovuto accettare riduzioni salariali, senza contare che il crollo della corona ha reso i beni importati più cari, conducendo a una forte inflazione e al crollo del tenore di vita (il 20% solo nel 2009).

La crisi ha anche causato la più massiccia emigrazione dall’Ottocento. Oltre 5.000 islandesi sono emigrati nel 2009, che in proporzione agli abitanti è come se un milione di italiani emigrasse in un anno; un terzo della popolazione sta considerando di emigrare così come molte aziende. Intanto le centinaia di SUV che riempiono inutilmente il porto di Reykjavík costituiscono un illuminante monumento all’ingordigia della borghesia islandese.

Per calmare la furia popolare, nell’aprile del 2009 è stata istituita una commissione di inchiesta sulle frodi finanziarie per indagare sui comportamenti delle banche. Sono emerse verità ovvie eppure scomode, come il fatto che le banche furono privatizzate regalandole a imprenditori amici che poi usavano i depositi della popolazione per le proprie scorribande finanziarie. Quasi metà dei prestiti fatti dalle banche islandesi erano a gruppi di società connesse alle banche stesse. Ci sono stati arresti, anche se pare che gran parte degli oligarchi sia scappata dal paese, non fosse altro perché di champagne e caviale in Islanda per anni ne circolerà ben poco[7].

Dopo il 2010, l’Islanda si è però risollevata. La valuta si è stabilizzata, il Pil si stima crescerà del 2,8% nel 2011 e la disoccupazione è tornata a scendere. La cosa forse più sorprendente è che dopo pochi mesi dal default, il paese è riuscito a tornare sui mercati internazionali emettendo, a giugno del 2011, 1 miliardo di dollari di titoli di stato. Emerge anche che nel 2011 proteggersi dal rischio islandese è costato meno che dal rischio Italia[8].

Di fronte all’agonia della Grecia, è logico che molti non possano che considerare il caso islandese è un successo grazie al ripudio del debito. La scelta è stata giusta ma l’analogia inefficace. Innanzitutto, all’Islanda è stato concesso di ripudiare il debito delle proprie banche (non quello pubblico) per due ragioni fondamentali: la ridotta dimensione assoluta del default (60-70 miliardi di euro, una goccia nel mare dei mercati mondiali) e perché era impossibile che anche mettendoci secoli, l’Islanda potesse ripagare un debito pari a 12 volte il proprio Pil. Dunque, i debiti delle banche se li sono accollati gli stati, come è successo in tutto il mondo, dal piano TARP americano ai salvataggi europei, solo che non si trattava dello stato islandese ma di altri stati europei. Nonostante tutti questi prestiti, il debito pubblico è comunque su livelli “mediterranei”, il che implicherà anni e anni di sacrifici. Come dimostra l’esempio greco, nemmeno l’ingresso nell’UE appare una mossa che eviterà misure spaventosamente antipopolari in futuro. Ciò che distingue Atene da Reykjavik è che la prima non può svalutare, mentre il deprezzamento del 60% della corona è ciò che ha arrestato il crollo economico dell’isola. La Grecia dovrebbe dunque ripagare i debiti in euro con una dracma svalutata di almeno il 50%, il che significherebbe perdite nell’ordine dei 100-200 miliardi di euro per le grandi banche. Per l’Italia tale cifra supererebbe i 1000 miliardi.

Ciò che non funziona nell’esaltazione del default islandese è proprio l’idea che si possa fare una cosa del genere in sordina, senza far arrabbiare nessuno anzi con l’accordo dei creditori. Chi propone il “default pilotato” della Grecia o dell’Italia pensando che i mercati lo accoglierebbero come un interessante detour, vive fuori dal mondo. Una cosa sono pochi miliardi, un altro il debito pubblico italiano che è il terzo al mondo. Ripudiare il debito pubblico italiano è un atto di guerra contro i mercati finanziari mondiali, l’idea che si possa vincere questa guerra con un tratto di penna o una scheda nell’urna è come convincere con un bel discorso una tigre affamata a non mangiarti. O si è pronti alla guerra, sacrosanta, contro i mercati con tutto ciò che ne consegue (uscita dall’Unione Europea, nazionalizzazione delle banche e delle multinazionali, ecc.) o chiacchierare di default senza prepararsi allo scontro serve solo a illudere gli ingenui.

Alla fine, come l’Italia degli anni ‘80, l’Islanda ha rimandato i problemi con l’inflazione, la svalutazione e il debito pubblico. Questa sarebbe l’uscita da sinistra della crisi? Dal canto loro, i mercati hanno accolto bene il ritorno dell’Islanda come debitore sovrano, così come ogni gestore di casinò accetterebbe il ritorno di un giocatore accanito assentatosi per una breve vacanza dopo aver lasciato qualche drink da pagare[9].

Se l’Islanda non è dunque un modello generalizzabile, se ne possono comunque trarre alcune lezioni politiche. Innanzitutto, c’è da osservare che il liberista Oddsson, al dunque, ha nazionalizzato le banche in termini più punitivi del governo laburista o di Obama, confermando che i politici “progressisti” sono ancor più succubi dei mercati di quelli di destra. D’altra parte, sono state misure contro i mercati, dal controllo sui capitali alla nazionalizzazione delle banche, e in generale ciò che rimaneva dello stato sociale scandinavo a salvare il paese dopo anni di infatuazione per Reagan e la Thatcher. Anche questo dovrebbero ricordarsi gli “innovatori” che infestano i partiti di sinistra e ci informano della necessità delle “riforme”. Infine, l’aspetto ancor più decisivo da sottolineare è che le lotte e non i referendum o le assemblee popolari che riscrivono le Costituzioni hanno portato al default. In ogni fase della vicenda islandese, il movimento spontaneo ha costretto la socialdemocrazia a fare qualche gesto di sinistra, dal cacciare Oddsson a rinegoziare i termini del ripagamento del debito al ripudio. I lavoratori e i giovani islandesi hanno dimostrato che la lotta paga. Questa è la principale lezione che occorre trarre da questi eventi. Ovviamente, quanto più la posta in gioco è alta, tanto più brutali saranno le battaglie. Ai lavoratori islandesi non è stato necessario fare scioperi generali perché il governo si decidesse a proporre il referendum sul debito ma per paesi come la Grecia o l’Italia sarà necessario prepararsi a una ben altra guerra.

Vale infine la pena di notare che, come di fronte a ogni evento importante, dalla prima guerra mondiale in poi, la socialdemocrazia europea si è sfaldata su linee nazionali. Lo spettacolo di un governo laburista che equipara i suoi compagni islandesi al mullah Omar non è tragico come il voto in favore della guerra nel 1914, ma dimostra la stessa visione nazionalista e conservatrice di questi dirigenti. Altro che “New Labour”. Dal canto loro, i socialdemocratici islandesi, preoccupandosi di salvare le proprie banche (non la propria popolazione) a scapito del resto del mondo hanno mostrato uno spirito altrettanto nazionalista. Questo protezionismo finanziario è la musica del futuro di fronte alla crisi, e non ha nulla di positivo per i lavoratori.

L’Islanda, per colpa dei suoi dirigenti conservatori e socialdemocratici, è salita sul treno della globalizzazione deragliando dolorosamente con tutto il resto del mondo. Il coraggio dei lavoratori dell’isola, che hanno rifiutato di raccogliere i cocci delle banche dopo che i grandi azionisti erano scappati col bottino, è ammirevole, e li ha salvati dai guai peggiori. Ma tutto ciò non basta a metterli al riparo da anni di austerità, i cui contorni si faranno sempre più foschi con l’aggravamento della crisi europea. Per loro come per tutti i lavoratori del continente l’unica strada è continuare a combattere.

 

[1] Su questi aspetti vedi l’articolo Iceland – what happened? (http://www.marxist.com/iceland-what-happened.htm).

[2] Il loan to value (LTV) è la proporzione massima di mutuo che una banca può concedere rispetto al valore dell’immobile. Un LTV del 60% significa che una banca non può finanziare più del 60% del valore di una casa. Aumentare il LTV è un modo per favorire la crescita del mercato dei mutui e con esso i rischi delle banche. I requisiti di capitale sono la quota di capitale azionario che le banche devono detenere a fronte di un certo attivo. Anche in questo caso, ridurre i requisiti è una politica volta a favorire la crescita dell’attivo delle banche aumentandone la rischiosità.

[3] iI rapporto debito/Pil era appena il 28% e lo stato aveva un attivo di bilancio del 6%.

[4] Il documento è disponibile sul sito: http://www.sedlabanki.is/lisalib/getfile.aspx?itemid=6020.

[5] Lo stress test è uno strumento con cui le banche e le autorità che le vigilano valutano che cosa ne sarebbe dell’azienda nelle condizioni peggiori possibili definite tecnicamente uno scenario di “stress”. Ovviamente, prima della crisi non avevano previsto che cosa fosse davvero uno scenario negativo.

[6] Sulle proteste che portarono alla caduta del governo vedi l’articolo Mass protests bring down government. (http://www.marxist.com/iceland-mass-protests-bring-down-government.htm).

[7] Nel aprile del 2010 il parlamento ha pubblicato gli esiti dell’inchiesta (la sintesi, in inglese è disponibile sul sito: http://sic.althingi.is/pdf/RNAvefKafli2Enska.pdf).

[8] La misura di questo rischio è l’ormai noto spread sui credit default swap tedeschi. Il CDS islandese rileva un rischio inferiore a quello di tutti i paesi “deboli” dell’area dell’euro (Grecia, Portogallo, Irlanda e persino Italia) anche se finora questi non hanno mai mancano un pagamento sul proprio debito e l’Islanda sì. Davvero i mercati non sanno cosa sia la riconoscenza.

[9] A ulteriore conferma di come l’establishment economico mondiale abbia ben accolto il default islandese si può vedere il rapporto dell’OCSE sull’economia di quel paese uscito nel giugno del 2011 in cui questa scelta è commentata più volte positivamente. Aiuta anche il basso livello di conflittualità nei luoghi di lavoro. Se infatti le manifestazioni islandesi sono state imponenti per le dimensioni dell’isola, il livello degli scioperi è stato comunque infimo, a differenza del caso greco.

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