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| L’Europa del capitale e le sue menzogne |
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| Economia | |||
| Scritto da Claudio Bellotti | |||
| Martedì 04 Aprile 2006 07:07 | |||
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La crisi della strategia americana in Iraq avrà effetti profondi su scala mondiale. Come abbiamo spiegato più volte, l’avventura irachena di George Bush non può essere letta esclusivamente sulla base della questione petrolifera, pure importante, o di motivazioni contingenti. È un capitolo, che potrebbe rivelarsi decisivo, nel lungo processo di crisi dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti e le sue implicazioni possono essere comprese solo considerando l’insieme della scena mondiale. Attaccando l’Iraq gli Usa intendevano lanciare due messaggi di portata mondiale. Il primo rivolto ai popoli oppressi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina: siamo ancora il poliziotto del mondo, chi pensa di poter alzare la testa sappia che possiamo colpire come, dove e quando vogliamo con una potenza soverchiante. Una guerra, insomma, contro la prospettiva di nuove sollevazioni nei paesi poveri del mondo, sottoposti allo sfruttamento imperialista e sempre più sull’orlo della ribellione. Il secondo messaggio era rivolto alle altre potenze imperialiste, e in primo luogo ai paesi europei. Il messaggio diceva: possiamo perseguire i nostri interessi con voi, senza di voi e se lo vogliamo anche contro di voi. Delle vostre manfrine nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, e persino nella Nato, non ci importa nulla. Potete solo scegliere se adeguarvi (Blair, Aznar, Berlusconi) o diventare irrilevanti (Schroeder, Chirac). Chi starà con noi riceverà le briciole, gli altri pagheranno il prezzo politico ed economico della loro opposizione alla nostra volontà. Cambiamenti in Europa La sfida di Bush e Rumsfeld spaccava l’Unione europea e la Nato in due fronti contrapposti. Oggi la crisi sempre più aperta degli Usa in Medio oriente rimescola le carte anche nei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico. L’effetto più evidente è quello di indebolire il fronte della “nuova Europa” filoamericana. Aznar ha perso la poltrona di primo ministro. Berlusconi è fortemente indebolito e sottoposto a una forte pressione che in caso di una sconfitta pesante nelle elezioni europee potrebbe anche rovesciarlo nella prossima fase. La Polonia di Kwasnewiesky ha fatto una vera e propria giravolta passando nel giro di pochi mesi da una posizione oltranzista filo Usa a forti critiche nei confronti di Bush. Persino la poltrona di Tony Blair non è più solida come in passato, e tra i suoi “fedeli” collaboratori si comincia a parlare di una possibile successione. Nel suo piccolo anche il voto del parlamento italiano ha mostrato come nell’Ulivo i settori più apertamente favorevoli a mantenere la presenza militare in Iraq (Prodi, Amato, Marini, Ranieri, Debenedetti, ecc.) hanno dovuto ingoiare il boccone amaro e accettare la mozione unitaria che chiedeva il ritiro delle truppe italiane. Più di uno, a sinistra, considera questa evoluzione come un rafforzamento dell’Europa nei confronti degli Stati uniti, e come una nuova possibilità di riprendere il percorso di integrazione europea che si era arenato alla fine dello scorso anno, quando la Conferenza intergovernativa (allora sotto la presidenza italiana) non riuscì a mettersi d’accordo sulla bozza della nuova Costituzione europea (vedi L’Europa incagliata, FalceMartello n°. 172). In questa concezione, la crisi americana aprirebbe la strada all’integrazione europea. Lo scontro economico Il conflitto Usa-Europa si sviluppa su diversi terreni. Gli Usa sono in conflitto con la Francia riguardo al controllo dell’area centro e nord-africana, così come sono in conflitto con la Germania nell’area Balcanica e dell’Europa orientale. Senza contare, poi, il conflitto strategico con la Russia in Asia centrale e nel Caucaso. Gli avvenimenti recenti indubbiamente aiutano Francia e Germania a riconquistare o consolidare la loro egemonia su quei paesi della “nuova Europa” incerti se orbitare attorno a Washington; il voltafaccia polacco è la testimonianza più evidente di ciò. Ma da qui a dire che l’Europa ha la strada spianata, o che le contraddizioni all’interno dell’Unione europea saranno ridotte a livelli tollerabili, ce ne corre e molto. L’Europa sta subendo la controffensiva economica americana, che causa danni considerevoli. Il dollaro debole ha significato un disastro per le esportazioni europee; mentre le economie asiatiche si avvantaggiano della relativa ripresa in atto in Usa, l’Europa va a fondo ed è oggi, fra le grandi aree del mondo, quella che vede la propria economia nella situazione peggiore. Francia e Germania, in quanto paesi più forti nella Ue, possono in qualche modo compensare grazie alla loro posizione dominante in Europa e nelle loro zone di influenza, ma economie più deboli come quella italiana pagano un prezzo pesante. L’allargamento dell’Unione europea L’allargamento ad est rafforza la posizione tedesca all’interno dell’Unione. Ma l’ingresso dei dieci nuovi paesi membri causerà nuovi e grandi squilibri. L’Unione europea aumenta la popolazione del 20%, ma il Pil solo del 5%. La borghesia promette ai nuovi entrati un vero eldorado, ma la realtà sarà molto diversa: i paesi dell’Europa orientale subiranno le conseguenze negative dell’integrazione nell’Unione: aumento dei prezzi, distruzione di interi settori dell’economia locale, colonizzazione del capitale straniero. L’agricoltura sarà sottoposta a una durissima concorrenza, con pesanti conseguenze in particolare per la Polonia. È noto che gran parte del bilancio dell’Unione europea va a coprire i sussidi agli agricoltori stabiliti dalla Politica agricola comunitaria (Pac); attorno a questi corposi aiuti, senza i quali gran parte dell’agricoltura europea andrebbe in rovina, si apriranno inevitabilmente nuovi scontri, considerando che l’ingresso della Polonia significherà un conflitto ancora più acuto per la spartizione della torta. L’accordo provvisorio raggiunto lo scorso anno fra Francia e Germania significa che i paesi più deboli saranno svantaggiati nella distribuzione dei fondi comunitari, il che comporterà inevitabilmente nuovi scontri sia a livello governativo, sia nella società (ricordiamo le manifestazioni ricorrenti dei contadini francesi, o la vicenda delle quote latte in Italia). I benefici dell’allargamento ad est, invece, andranno tutti ai grandi monopoli industriali e finanziari, tedeschi in primo luogo, che conquisteranno mercati e profitti; nonché ai vari padroncini, ad esempio quelli dell’Nordest italiano, che approfitteranno per delocalizzare ulteriormente le produzioni a basso contenuto tecnologico: tessile, calzature, arredamenti, ecc. Quale futuro per il patto di stabilità? Un anno fa, l’enorme pressione americana teneva unite Francia e Germania, che avevano bisogno l’una dell’altra per poter reggere lo scontro nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma in futuro gli interessi divergenti torneranno a farsi sentire, soprattutto se continueranno i problemi per le economie europee. Interessi divergenti sia in campo economico, sia nelle sfere d’influenza, sia nella strategia all’interno delle istituzioni europee e internazionali. Uno dei punti dolenti sarà indubbiamente la gestione dell’euro e della Banca centrale europea. La Bce appare completamente ingessata e incapace di reagire in una situazione della finanza mondiale a dir poco squilibrata. La paralisi della Bce non è casuale, ma è dettata evidentemente dalle pressioni divergenti e persino opposte alla quale è sottoposta. La situazione delle finanze pubbliche peggiora in diversi paesi, non solo in Italia, dove il debito pubblico potrebbe tornare ad aumentare dopo circa un decennio di calo, ma anche in Francia e Germania. I famigerati “parametri” del patto di stabilità sono stati allegramente dimenticati, e quando la Commissione europea presieduta da Prodi ha proposto di multare Francia e Germania per lo sforamento del 3% di deficit annuo, i ministri economici dell’Unione (ai quali spettava la decisione finale) si sono fatti una bella risata e hanno deciso di lasciar perdere. Ma le cose non saranno sempre così liscie. Se Francia e Germania sono disposte ad assolversi reciprocamente (per ora), come si comporteranno se a sforare il deficit sarà l’Italia? Gli squilibri della finanza mondiale, a partire da quella Usa, potrebbero portare nella prossima fase, a una ascesa dei tassi d’interesse dopo un periodo in cui la tendenza mondiale era al ribasso. Se (o meglio, quando) questo avverrà, significherà un pesante aggravio dei costi per le economie europee, in particolare per l’Italia, il cui debito pubblico è uno dei più alti in Europa. Di fronte a queste tensioni crescenti, è inevitabile che i paesi forti in Europa si accordino per dettare rigide norme di austerità finanziaria alle economie più deboli e più esposte sul piano finanziario. La retorica dell’“Europa sociale” Da tutto questo emerge chiaramente la prospettiva che si apre di fronte all’Europa nei prossimi anni: non una pacifica integrazione, non il progresso economico e sociale, ma una dura politica antioperaia all’interno, unita a nuovi tentativi di rilanciare il riarmo europeo come strumento per tentare di ritagliarsi la propria fetta di torta nei mercati mondiali. Tradizionalmente questa politica viene ammantata da una retorica democratica, “sociale” e persino “pacifista”. L’Europa riarma? Ma è solo in nome della “pace” e della “stabilità”! Si devono massacrare le pensioni, lo stato sociale, attaccare i salari e i diritti? Ma tutto questo si fa in nome del “modello europeo di civiltà”! E in queste campagne non è strano che i dirigenti dei partiti socialisti in quasi tutti i paesi europei siano in prima linea: è solo con il loro contributo che la classe dominante può provare a convincere i lavoratori europei ad accettare queste prospettive. Non è strano che la socialdemcorazia europea, e in particolare la sua ala destra, si sia assunta questo poco onorevole compito, e non da oggi; ma non possiamo tacere che anche la sinistra che si considera radicale e antagonista, compreso il gruppo dirigente del Prc e del neonato Partito della sinistra europea, sia completamente succube della retorica europeista (vedi riquadro) e tenti di far passare questa sua impostazione subalterna come una rinascita dell’“internazionalismo”. Oggi però non siamo più negli anni ’90, i lavoratori, in particolare in Italia, hanno provato sulla loro pelle cosa significano i sacrifici “per l’Europa”: un decennio di peggioramento su tutti i terreni, per poi scoprire che l’ingresso nell’euro non solo non significa la fine dei sacrifici, ma che al contrario causa un nuovo e drammatico crollo nel potere d’acquisto di salari e pensioni, una deindustrializzazione strisciante, precarizzazione senza freni e una situazione sociale sempre più intollerabile. Le lotte di questi mesi anticipano i movimenti del futuro: i lavoratori europei si stanno risvegliando dopo un ventennio di arretramenti. All’Europa del capitale, fatta di sacrifici, austerità, riarmo militare, sempre più si contrapporranno le mobilitazioni di massa dei lavoratori di tutto il continente.
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