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| La crisi greca e l’instabilità della finanza mondiale |
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| Economia | |||||
| Scritto da Claudio Bellotti | |||||
| Mercoledì 24 Marzo 2010 05:35 | |||||
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La crisi delle finanze statali della Grecia mette chiaramente in luce aspetti più generali legati all’evoluzione dell’economia mondiale. Il caso greco ha generato enormi perplessità e divisioni sia nei governi europei, sia fra gli economisti, dai quali emergono le indicazioni più contraddittorie: salvare la Grecia ad ogni costo, lasciarla affondare, imporle di ritornare “temporaneamente” alla dracma con una contemporanea svalutazione del 30-50% e relativa insolvenza… Tali divisioni sono tutt’altro che accademiche e dietro ad esse si scorgono facilmente i corposi interessi a rischio non solo in Grecia, ma nella partita più generale legata alla definizione dei nuovi assetti del sistema finanziario ed economico mondiale. Non è scopo di questo articolo analizzare la fase del ciclo economico in cui ci troviamo. Basti dire che i segnali di ripresa sono tutt’altro che univoci, che evidenziano grandi differenze fra i diversi paesi e soprattutto che sono largamente condizionati dai vari pacchetti di stimolo (incentivi, tassi d’interesse prossimi allo zero, sostegno pubblico a banche e imprese). Non a caso si è aperto un dibattito su quali possano essere tempi e modi per ritirare tali piani straordinari di intervento. Al riguardo la Federal Reserve americana assume una posizione più “lassista” (mantenere gli stimoli e tenere i tassi a livelli minimi anche a costo di avere un po’ di inflazione) mentre la Bce difende una posizione più “rigorista”. Emerge sempre più chiara la divisione del mondo in vari blocchi commerciali ed industriali, con l’ascesa prepotente della Cina che grazie all’enorme potenziale industriale e alle gigantesche riserve accumulate in vent’anni di spettacolare crescita economica, ha potuto mantenere la sua crescita economica a livelli quasi inalterati e gioca un ruolo sempre maggiore sui mercati mondiali. Le politiche finanziarie dei vari Stati e aggregati regionali sono condizionate da fattori contrastanti. Lo scontro commerciale e la necessità di ciascuno di espandere le proprie esportazioni e di tutelare il proprio mercato genera periodicamente spinte alla svalutazione competitiva; per contrasto, l’instabilità delle finanze pubbliche e private è un argomento a favore della difesa del valore delle rispettive valute. Con mercati finanziari allagati dalla liquidità immessa negli ultimi 18 mesi da tutte le banche centrali, e con tassi d’interesse prossimi allo zero questo conflitto rimane latente ed anzi la speculazione finanziaria è in piena ripresa precisamente grazie ai bassi tassi d’interesse. Proviamo tuttavia a cercare di capire quali possono essere le tendenze di fondo che prevarranno nel medio termine. Il primo dato di partenza è che la risposta capitalistica alla crisi ha trasferito interamente a carico delle finanze pubbliche di ogni paese le voragini aperte dalla crisi finanziaria. I debiti pubblici sono esplosi dovunque e soprattutto sono saliti alle stelle i deficit annui degli Stati. La Grecia è un caso limite, ma la tendenza è generale. Usa e Gran Bretagna, ma anche Spagna, ossia quei paesi che più erano coinvolti dalla bolla speculativa e immobiliare esplosa nel 2008, sono da questo punto di vista particolarmente esposti. La capacità di attrarre capitali per sostenere questi deficit (nonché per finanziare anche il settore privato) a nostro avviso sarà il dato di fondo nei prossimi anni che prevarrà anche sulle possibili spinte alle svalutazioni competitive. La difesa dei propri mercati e l’aggressione a quelli altrui non verrà in prevalenza affidata a politiche di prezzo sostenute da svalutazioni competitive, ma al ruolo degli Stati come vettori ed agenti della competizione economica globale. Di fronte a questo dato generale, tuttavia, esistono profonde differenze strutturali che determineranno differenze nella risposta dei governi. Nello scontro fra valute, infatti, il dollaro ha un vantaggio fondamentale rispetto all’euro, che proprio la crisi greca ha messo sotto i riflettori. Il dollaro è la valuta di uno Stato sovrano ed è governato da una banca centrale, la Fed, che ha dietro a sé un unico Stato e ha prerogative che la Bce non ha. La Fed può stampare moneta per finanziare il debito pubblico Usa (cosa che ha largamente fatto, così come la Banca d’Inghilterra), può acquistare titoli pubblici emessi dal Tesoro Usa, insomma ha tutte le caratteristiche del “prestatore di ultima istanza”. Viceversa la Bce non è pienamente prestatore di ultima istanza, non può, ad esempio, proporsi di acquistare titoli pubblici greci a rischio e governa una valuta, l’euro, in cui sono espressi i debiti pubblici di paesi diversi, con condizioni diverse, tassi d’interesse diversi e rischi diversi. La Cina è in parte spettatore e in parte attore in questa contraddizione, poiché da un lato detiene parte consistente del debito pubblico Usa e in questo senso teme che una svalutazione del dollaro deprezzi pesantemente il valore delle sue riserve; dall’altro, la valuta cinese non è convertibile né ci sono segni che lo diventerà in un futuro prossimo. L’espansione cinese sui mercati mondiali, che non è solo esportazione di merci ma sempre più è fatta di acquisizione di aziende, di risorse naturali, di rapporti diretti con gli Stati ai quali offre il proprio sostegno finanziario a condizioni assai meno rigide di quelle del Fmi, non può giovarsi dello strumento di una valuta che sia liberamente scambiabile sui mercati internazionali e necessita quindi anch’essa di un vettore, che in larga misura è e rimarrà il dollaro, sia pure con un riequilibrio e una diversificazione che di questi tempi le autorità cinesi perseguono con una politica di piccoli passi. È a nostro avviso impossibile che il dollaro venga pienamente sostituito da un’altra valuta, tanto meno l’euro, come principale strumento dell’espansione cinese nel mondo. L’unica alternativa sarebbe la piena convertibilità del renminbi, un’ipotesi implicita nello scenario economico mondiale (come a suo tempo il dollaro emerse quale valuta mondiale quando gli Usa avevano conquistato già da decenni un ruolo egemonico fra i paesi capitalisti) ma che ad oggi appare ancora molto distante.
La Grecia e l’Europa
La crisi greca ha generato reazioni che a grandi linee potremmo raggruppare su tre filoni. Il primo è composto da chi ha interesse a un pesante indebolimento dell’euro; la finanza nordamericana e i suoi portavoce si esprimono con una malcelata soddisfazione, chi ipotizzando di tornare alla dracma (di fatto preconizzando una disgregazione dell’Euro), chi proponendo che intervenga il Fondo monetario internazionale, esautorando di fatto la Bce e l’Unione europea dalla gestione del problema, ecc. Tutti costoro ritengono di poter guadagnare da una crisi dell’euro che farebbe salire i tassi d’interesse e il premio di rischio non solo sul debito greco, ma su tutti i valori denominati in euro; il giochino sarebbe allora semplice e relativamente duraturo: finanziarsi negli Usa a tasso zero, prestare in Europa a tassi sempre più alti. La seconda risposta potrebbe esser definita “europeista petulante” e raggruppa coloro che parlano di un grande occasione per rafforzare le istituzioni e la struttura comunitaria. Costoro, che in Italia sono abbastanza numerosi, ritengono che la crisi debba essere usata per tentare di dare alla Bce e alle istituzioni europee qualcuno di quei poteri e di quegli strumenti che mancano e che invece sono propri di un vero e proprio Stato sovrano. Alberto Quadrio Curzio esprime sul Corriere della sera (26 febbraio) questo punto di vista, lamentando il prevalere in Europa, di fronte alla crisi greca, di una “impostazione interstatuale” nella quale “non c’è traccia di una responsabilità comunitaria” e critica la proposta di “soluzioni bilaterali” (cioè attraverso accordi diretti fra governi) perché “aumentano le tensioni fra Paesi, peraltro già in atto”. La terza risposta, che è quella che con ogni probabilità si affermerà, è quella degli Stati e in particolare dei paesi forti dell’Europa, Germania per prima. Essi dovranno, ad un certo punto, intervenire (non prima che il governo greco sia riuscito a imporre altre lacrime e sangue con nuove tasse, tagli alle pensioni, allo stato sociale, ecc.), ma lo faranno in quanto Stati, guardandosi bene dal delegare alle bizantine architetture di Bruxelles la gestione di scelte onerose e delle quali dovranno poi rispondere davanti ai propri elettori. Le banche tedesche sono esposte in Grecia per oltre 43 miliardi di dollari. Complessivamente l’esposizione tedesca verso i paesi europei a rischio assomma a circa 524 miliardi di dollari. Non c’è dubbio che se la crisi greca si rivelasse ingovernabile e mettesse a serio rischio il rimborso di questi debiti, la signora Merkel interverrà, ma lo farà per salvare le banche del suo paese, non certo per salvare la Grecia e tantomeno lo “spirito comunitario”. Se quanto ipotizziamo è corretto, la prospettiva generale vedrà da un lato il mantenimento dell’asse Usa-Cina, un asse che si basa non su “amicizia” o “collaborazione”, ma su interessi giganteschi (l’export cinese verso gli Usa, la necessità americana di finanziarsi e i profitti delle multinazionali che producono in quel paese). Si tratta di un processo che sicuramente vedrà momenti di tensione anche di scontro aperto (si veda il caso Google, ad esempio), ma che non porteranno a una rottura frontale quanto piuttosto a un riequilibrio in favore degli interessi dei cinesi, peraltro impegnati anche a sviluppare il proprio mercato interno.
L’Europa sarà emarginata da questo processo e le debolezze strutturali dell’euro la porranno ripetutamente sotto forti pressioni. Questo sarà particolarmente vero per i paesi fortemente indebitati come l’Italia. La Spagna è già sotto tiro poiché pur non avendo un alto debito pubblico, il suo deficit è esploso e la crisi ha colpito in modo particolarmente duro la sua economia. Indebolimento della moneta, tassi d’interesse che tenderanno a salire relativamente alle altre economie, possibili punti di rottura sia nell’eurozona che nelle aree periferiche (primi indiziati i Paesi Baltici e alcune altre economie dell’Europa orientale): tutto questo non farà che rafforzare gli scontri interni all’Unione, con gli interessi industriali dell’industria tedesca (fortemente esportatrice) e della finanza privata e pubblica tedesca (esposta alle ricadute di eventuali crisi) che si dovranno imporre con le belle e con le brutte maniere.
Un “Fondo monetario europeo”?
La crisi greca ha anche aperto un dibattito sulla necessità di istituire un “Fondo monetario europeo”: lanciata dalla Germania e avversata dalla Francia, tale proposta ha avuto l’effetto di mettere ancora più in evidenza le contraddizioni del Vecchio continente. Seppure non sia escluso che in futuro l’Eurozona si doti di uno strumento simile, è chiaro che questo non potrà avvenire se non sotto la rigida regia tedesca. La sola idea che la costituzione di un Fondo di questo genere possa essere interpretata come una assicurazione per i paesi poco “virtuosi” nella gestione delle finanze pubbliche fa rabbrividire qualsiasi politico (tedesco ma non solo), che pensa a cosa possa significare condurre una campagna elettorale esponendosi all’accusa di sperperare i soldi dei paesi parsimoniosi per coprire le magagne di quelli “spendaccioni”. Se mai esisterà un’istituzione del genere, essa non sarà (come non lo è stato il Fmi o la Banca Mondiale) uno strumento di riequilibrio e aiuto alle economie più deboli, bensì un grosso bastone in mano ai paesi forti per subordinare a sé le aree più depresse del continente e soprattutto per imporre una volta di più le ben note ricette di lacrime e sangue ai lavoratori e agli strati popolari. I flussi vivificatori di una futura effettiva ripresa produttiva internazionale, se e quando si manifesteranno, si faranno sentire quindi più tardi e più debolmente in questa parte del mondo, particolarmente nelle aree deboli. Al di sotto e alla base dei flussi e degli scontri del sistema finanziario mondiale c’è sempre la capacità industriale, la produttività, gli investimenti, la tecnologia che ciascun paese è in grado di sviluppare e mettere in campo. Tuttavia proprio per la natura generale e “sistemica” della crisi, nello scontro brutale per la definizione delle nuove gerarchie mondiali è l’insieme delle risorse dei vari paesi e sistemi di paesi ad essere chiamato in causa. L’intera struttura sociale, dalla base industriale all’apparato statale, alle risorse territoriali, alla collocazione geostrategica, fino al patrimonio storico e culturale, viene mobilitata. Non ultima fra queste risorse c’è la collaborazione chiesta alle burocrazie sindacali e ai partiti della sinistra riformista, considerati soldati in servizio permanente effettivo nella guerra per la “competitività”. Non deve quindi stupire la completa afasia e subordinazione di queste forze, del tutto incapaci di esprimere una sola idea o proposta che non sia semplicemente una parafrasi delle esigenze padronali più o meno abbellite di “ragionevoli” appelli alla responsabilità sociale. Tutti costoro che avevano giurato sull’euro e sull’integrazione europea come base per un nuovo riformismo scopriranno ben presto che la crisi greca, la crisi europea, è innanzitutto la loro crisi.
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