logo

Sostienici

Prossime iniziative

NO DEBITO!

La rivoluzione araba

 

 

I nostri libri

 

Libreria Marxista

Mailing list

Iscriviti alla nostra mailing list

Addio Giampiero

giampiero_small

Le donne alle Officine FFS di Bellinzona PDF Stampa E-mail
DonneRiv/QuestioneFemminile
Scritto da Francesca Esposito   
Martedì 20 Ottobre 2009 05:30

Casa-lavoro e lotta!


Circa un anno fa, il 7 marzo 2008 iniziava una delle più importanti lotte degli ultimi decenni che si possa ricordare in Canton Ticino, la lotta degli operai delle Officine delle Ferrovie di Bellinzona, contro il tentativo di chiusura. 430 operai, togliendo la parola al rappresentante delle FFS, proclamano uno sciopero ad oltranza per 35 giorni, durante i quali l’azienda venne occupata dai lavoratori.

L’Officina diventa il simbolo della lotta sindacale e della resistenza operaia contro licenziamenti e chiusure di fabbrica, ma anche punto di riferimento e di incontro per tutta la popolazione. È in questo contesto che nasce il gruppo Officina Donna-L’altra metà della Resistenza a cui è dedicata l’intervista che segue e che è stata realizzata con alcune delle animatrici del gruppo: Bruna Frizzo, moglie di Gianni, operaio nonché uno dei leader del Comitato di sciopero delle Officine, Giusi De Giuseppe ed Emida Caspani che si sono avvicinate durante il periodo del presidio sostenendo attivamente la lotta, Teresa Guarna, sindacalista di Unia, di cui si racconterà nell’intervista. Le abbiamo conosciute durante il quarto incontro “Una, dieci, cento Officine” organizzato dal Comitato di sciopero delle Officine venerdì 11 e sabato 12 settembre 2009 a Bellinzona, in una sessione appositamente dedicata alle “condizioni di lavoro precarie per le donne”. La discussione ha fornito dati importanti, in particolare rispetto alle condizioni delle donne nel mondo del lavoro. Si spiegava di un processo di “femminilizzazione” che dagli anni ’70 ad oggi si sta sviluppando nel mercato del lavoro, da una parte a seguito dell’aumento della scolarizzazione e dall’altra per l’avanzato processo di terziarizzazione dell’economia e per la flessibilità dilagante. In questi due casi, soprattutto le donne rappresentano lo strumento maggiormente utilizzato in quanto forza lavoro più facilmente ricattabile. Quello che succede come conseguenza è che le condizioni delle donne vengono estese a tutti, soprattutto giovani e immigrati. Esiste poi una “segregazione orizzontale”: le donne sono impegnate maggiormente nei settori dove è molto bassa la professionalità e la retribuzione.
Infine, rispetto al passato, oggi per le donne non c’è più la tendenza ad abbandonare il posto di lavoro intorno ai 30 anni (età in cui mediamente si mette su famiglia), ma si assiste ad un aumento del carico di lavoro, spesso perché in famiglia le donne non possono più permettersi di restare a casa e i servizi offerti dalla società sono scarsi e a volte poco efficaci.
Partendo da questi spunti, si è sviluppata la discussione tra circa una trentina di donne, provenienti da Francia, Germania, Svizzera, che ha analizzato cause e ripercussioni della situazione sopra descritta.

 

 Come è nato il gruppo “Officina Donna-L’altra metà della Resistenza”?

Il gruppo è nato durante lo sciopero delle Officine di Bellinzona nel marzo 2008. Inizialmente era costituito dalle mogli e dalle compagne dei lavoratori delle Officine. Si era costituito un vero e proprio sostegno ai lavoratori. C’è stata molta solidarietà.In Pittureria, un settore delle Officine dove stavano i lavoratori in sciopero, si riuniva molta gente. Un’attrice-terapeuta aveva proposto di creare un gruppo di discussione tra le mogli che partecipavano al presidio e quelle donne che invece erano all’oscuro di quello che succedeva perché magari i mariti evitavano di coinvolgerle. In questi momenti raccontavamo le nostre emozioni e abbiamo capito che stavamo vivendo situazioni analoghe: la notte non si riusciva più a dormire, in casa non si faceva più niente e la volontà comune era di essere presenti con i nostri compagni.
Ci siamo organizzate tramite sms per vederci davanti in Pittureria.. sms che vennero inviati anche a quei lavoratori delle Officine che tenevano le proprie mogli ai margini: “fate partecipare anche le vostre mogli”...
Il gruppo man mano si è esteso anche a tutte quelle donne, lavoratrici, pensionate, ex militanti femministe degli anni ’70 che non trovavano più un punto di riferimento.


Quale è stato il ruolo delle donne durante le lotte?
Il presidio permanente si svolgeva nel reparto Pittureria che era estremamente organizzato. Della cucina si occupavano prevalentemente gli uomini. Le donne seguivano le questioni organizzative. La propaganda, la distribuzione di volantini, la gestione di gazebo in cui venivano richieste offerte per il sostegno alla lotta. Per raccogliere fondi, Emida mise a disposizione delle bambole fatte dalle donne di Sarajevo stuprate durante la guerra in Bosnia, e poi offerte arrivarono anche da musicisti, attori...
In Pittureria si organizzavano assemblee aperte alla popolazione dove, la domenica si arrivava a un migliaio di partecipanti. C’era sempre un gran via vai di gente che portavano striscioni di solidarietà dalle fabbriche, dai servizi sociali, scuole intere che venivano a visitare le Officine..
A seguito della lotta delle Officine sono stati sospesi tre funzionari del sindacato Unia che si sono occupati attivamente della lotta. Tra i tre c’è Teresa che è anche parte del gruppo Officina donna. La burocrazia sindacale si è scagliata contro i tre lavoratori quando, in occasione di una richiesta di assunzione in Unia di un nuovo funzionario (che i vertici avevano già individuato) è stata contrapposta da loro la richiesta di inserire due donne al 60%, mogli di operai delle Officine, distintesi per capacità e convinzione. Attraverso una serie di manovre, la burocrazia avvia il trasferimento a Lugano per Teresa in un settore completamente nuovo per lei. In seguito Teresa e gli altri due funzionari verranno anche sospesi. Le ripercussioni non tardano a farsi sentire anche sul comitato di sciopero.
Officina donna allora ha promosso un appello di solidarietà ai tre sindacalisti di Unia “queste presenze sindacali sono state e sono la speranza di un nuovo sindacalismo, realmente vicino alle lavoratrici e ai lavoratori e alle loro esigenze; di un sindacalismo democratico, fondato sulla partecipazione in prima persona dei salariati; di un sindacalismo capace di parlare a tutta la popolazione, di costruire un rapporto con essa, di rivolgersi a tutta la società”. L’appello che rivendicava un sindacato “combattivo e democratico” ottenne 800 firme di sostegno ed un parziale risultato con l’assunzione di una delle due donne.


Il gruppo Officina donna è ancora attivo dopo la lotta?
è stato creato un teatro sull’esperienza della lotta delle Officine con una rappresentazione che è stata portata in giro per il Ticino. Ognuna di noi ha scritto un pezzo sul rapporto che si creava tra le mamme e i figli, su quello che si viveva in famiglia, con i parenti, gli amici durante questa esperienza. Le scene si sviluppano attorno ad una persona anziana che in un sogno ricorda con nostalgia, e con la spilla rossa dell’officina attaccata alla camicetta da 40 anni, lo sciopero di Bellinzona, le tute arancioni appese in Pittureria, la presenza dei bambini, la partecipazione alle manifestazioni di piazza della gente comune, il sostegno popolare, oltre che l’arroganza dei top manager. Il primo spettacolo si è tenuto il 30 maggio 2008, c’è stata una grande partecipazione e alla fine abbiamo dato spazio alla discussione. In occasione dell’8 marzo, quest’anno abbiamo ripreso il teatro riproducendo la sua storia ed esperienze di lotta delle donne. Da lì abbiamo capito che bisognava uscire dalle Officine ed iniziare a fare un discorso più rivolto all’esterno. Il primo maggio abbiamo partecipato al corteo di Zurigo con un volantino “La crisi la pagano soprattutto le donne”: Il collettivo nato nel 2008 durante lo sciopero delle Officine FFS di Bellinzona, ha raccolto il testimone e continua la lotta per una società migliore. Lo sciopero alle Officine é stato una prima risposta forte alla crisi e noi donne siamo da sempre toccate dalle recessioni: siamo noi che subiamo maggiormente la disoccupazione, il precariato, i salari più bassi, l’arrivare a fine mese con sempre meno soldi. “Se le donne vogliono tutto si ferma”.


Quali lezioni si possono trarre da questa esperienza?
Dopo la lotta abbiamo visto alcune donne fare dei passi indietro, come se non vedessero più il loro ruolo al di fuori delle Officine. Oggi siamo circa 15 che hanno intenzione di estendere il loro campo di intervento a partire da momenti di confronto sulle problematiche tra il mondo del lavoro e la condizione delle donne, sempre più private di sostegno da parte della società. A quelle donne che oggi sono ancora un pò schive di fronte a certe realtà vogliamo spiegare che, come la nostra esperienza ha insegnato, la lotta paga! Bisogna aprire gli occhi e prendere in mano il nostro destino.

 
Joomla SEO powered by JoomSEF

PRC

Internazionale

Economia

Storia e Memoria


FalceMartello
Licenza Creative Commons