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| Doppia beffa sui diritti delle donne |
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| DonneRiv/QuestioneFemminile | |||
| Scritto da Sonia Previato | |||
| Lunedì 12 Luglio 2010 05:05 | |||
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Abbiamo scoperto che parità e diritti sono categorie che non sempre vanno d’accordo. L’Unione europea chiede alle lavoratrici del pubblico impiego di avere un trattamento pensionistico parificato a quello dei lavoratori. Le opposizioni nel Parlamento italiano insistono che è una richiesta giusta e che è colpa del governo Berlusconi se ha l’ha tradotta con un innalzamento dell’età pensionabile per le lavoratrici da 60 a 65 anni.
Domandina semplice: qualcuno nel Pd si è accorto che in tutta Europa ci sono manovre finanziarie lacrime e sangue? Blocco delle assunzioni e dei salari del pubblico impiego, aumento dell’età pensionabile (persino la Francia che resisteva sui 60 anni!), tagli selvaggi allo stato sociale, aumento delle imposte indirette…
Questo tema della parità fra uomini e donne è il trionfo dell’ipocrisia. A parte le condizioni drammaticamente impari imposte alle donne nella società per il carico del lavoro di cura loro imposto dall’assenza di stato sociale, c’è poi una condizione impari proprio nel loro trattamento pensionistico. Con la riforma Dini del ’95 con la quale si è passati dal sistema retributivo a quello contributivo, le donne sono fortemente penalizzate perché i loro versamenti contributivi sono largamente discontinui e quindi il montante su cui si calcola il rendimento è inferiore e l’assegno più povero. E già questo fatto le spinge a stare di più al lavoro, tant’è che la media è già a 61 anni e le donne che vanno in pensione con meno di 65 anni negli ultimi tre anni son state meno del 20%. Alla riforma Dini, si è aggiunta quella dell’estate scorsa che lega l’età pensionabile agli indici statistici della speranza di vita e quella delle scorse settimane che modifica le finestre di accesso all’assegno di pensione. Entrambe sono particolarmente contro le donne, per le quali il danno già subito della non continuità contribuitiva o l’entrata nel mondo del lavoro più tardi verrà amplificato dai nuovi meccanismi. L’altro problema è la strumentalizzazione del concetto di parità. Le lavoratrici dipendenti non danno di questa categoria la stessa interpretazione della Bonino o della Marcegaglia. Parità per le signore significa accedere alle carriere e dimostrare nella competizione con gli uomini la loro superiorità o comunque il loro valore, significa essere “protagoniste” della crescita del “paese”, cioè dell’accumulo del capitale. Lo sapevate che ogni 100mila donne in più che lavorano fanno lo 0,28 in più del Pil? Ed è vero, un paese che accresce la propria forza lavoro accresce anche il capitale. Questa è l’interpretazione liberale-borghese della parità. Per le lavoratrici parità significa giustizia sociale, educare gli uomini ad avere stima e rispetto anche per chi è uso essere marginalizzato nella vita sociale, significa difesa dei propri diritti della propria autonomia e lotta contro la strumentalizzazione delle differenze che fra uomini e donne, ahimè ci sono. Ancora una volta scopriamo di non appartenere alla stessa compagnia Emma&Emma. Che strano!
7 luglio 2010
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