Sostienici
Ultimi articoli
Prossime iniziative
-
La Resistenza, una rivoluzione mancata
-
La Resistenza, una rivoluzione mancata?
Mailing list
| Donne: Contro violenza e falsi modelli, l’alternativa è di classe! |
|
|
|
| DonneRiv/QuestioneFemminile | |||
| Scritto da Serena Capodicasa | |||
| Martedì 21 Settembre 2010 05:09 | |||
|
Le cronache degli ultimi mesi e settimane sono state disseminate di episodi di violenza contro donne: aggredite e violentate per la strada, picchiate a sangue dai mariti, uccise da ex fidanzati che non si rassegnano di essere stati rifiutati... episodi che, insieme al dramma di Sakineh Mohammadi Shtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione, hanno messo sotto i riflettori la faccia più cruenta di un’oppressione che le donne di tutti i paesi subiscono quotidianamente. Le statistiche, pur non essendo esaustive (la gran parte delle vittime di violenza non sporgono denuncia o difficilmente sono disposte a parlarne), possono comunque aiutare a cogliere l’estensione del fenomeno: gli ultimi dati prodotti dall’Istat, risalenti al 2006, riportano infatti che quasi 7 milioni di donne in Italia sono state oggetto almeno una volta nella vita di violenza fisica o sessuale. Secondo l’ultimo rapporto Eures-Ansa, gli omicidi di donne sono aumentati “significativamente” nell’ultimo decennio: dal 15,3% sul totale delle vittime nel periodo 1992-1994 al 23,8% nel biennio 2007-2008. I tentativi dei governi, sia di centro-destra che di centro-sinistra, di strumentalizzare gli episodi di aggressione alle donne in chiave razzista, alimentando la fobia dell’immigrato-stupratore, e quindi di correlare la violenza contro le donne con l’immigrazione, si sono dovuti scontrare con il dato schiacciante, su cui tutte le fonti concordano, secondo cui sono le mura domestiche il principale ambito in cui le donne subiscono violenza. Secondo i dati Istat, il 69,7% delle violenze è inflitto dal partner, per il rapporto Eures-Ansa il 70,7% degli assassini di donne compiuti nel 2008 sono avvenuti in famiglia, infine, delle donne che nel 2009 hanno chiesto aiuto a Telefono Rosa, quattro su cinque sono state molestate dal compagno o dall’ex compagno. Sul tipo di contesti familiari in cui si consuma la violenza domestica, le statistiche tendono a far emergere una certa trasversalità del fenomeno rispetto alle diverse classi sociali ma ciò non tiene conto della sovrastima della percentuale di vittime appartenenti a famiglie agiate, che più facilmente possono sporgere denuncia, avendo meno difficoltà a procurarsi un avvocato e a ricostruirsi una vita dopo la separazione dal marito violento. Diversa invece è la situazione delle lavoratrici, e ancora di più delle donne disoccupate, che spesso non possono neanche pensare di separarsi da compagni violenti semplicemente perché non possono permettersi l’indipendenza economica, figuriamoci se hanno anche dei figli a carico. Per queste donne la violenza fisica rappresenta l’espressione più aberrante e vergognosa dell’insostenibilità della condizione a cui il sistema capitalista condanna le donne della classe lavoratrice. Anche quando non è teatro di violenza, infatti la famiglia è comunque per loro un ambito di oppressione e sfruttamento, in quanto soggetti a cui il capitalismo ha imposto di assumersi nel lavoro domestico privato compiti sociali quali la cura dei figli e degli anziani, oltre ad essere manovalanza di riserva iper-ricattabile e sottopagata da inserire all’occorrenza nel processo produttivo. Questa oppressione diventa ancora più acuta in fasi di crisi economica, in cui il lavoro di cura viene appensantito dai tagli allo stato sociale e il mantenimento del posto di lavoro è costantemente sotto minaccia, per cui le pressioni che si accumulano sulle spalle delle famiglie dei lavoratori, ed in particolare sulle donne, aumentano a livelli insostenibili, spesso producendo anche un inaridimento delle relazioni umane. La famiglia diventa così una facile valvola di sfogo della violenza provocata dai mezzi stessi a cui il capitale ricorre per uscire dalle crisi: orari di lavoro ai limiti della resistenza, salari da fame, licenziamenti, precarietà, attacchi ostinati alla dignità dei lavoratori e ai loro diritti sindacali, in poche parole la ricetta che Marchionne vorrebbe applicare alla Fiat a partire da Pomigliano e Melfi. Se a livello dei rapporti di produzione gli stessi commentatori borghesi non hanno remore a definire “pre-bismarckiane” le condizioni di lavoro degradanti e disumane a cui i padroni vorrebbero tornare (Economist, 27/06/2009), la violenza sulle donne rappresenta nelle relazioni umane l’espressione più bieca della barbarie in cui il capitalismo ci farà regredire se non verrà rovesciato.
Ipocrisia del governo e dei falsi modelli
è davvero vergognoso l’ennesimo tentativo da parte del governo di strumentalizzare questa piaga sociale con la farsa della legge anti-stalking: la ministra Carfagna ne ha prontamente approfittato per ergersi a paladina delle donne vittime di molestie. Lo sa anche la Carfagna che non sarà qualche denuncia in più, che poi si perde nei tempi geologici della giustizia borghese, a risolvere o anche solo a disincentivare il problema. Un goffo specchietto per allodole benestanti mentre il governo continua a portare avanti altre forme di violenza nei confronti delle lavoratrici, come l’innalzamento dell’età pensionabile, i tagli alla scuola pubblica, le campagne di attacchi al diritto di autodeterminazione sul proprio corpo. Altrettanto ipocrita la campagna dei ministri Carfagna e Frattini per salvare Sakineh, quando negli stessi giorni il governo ha organizzato la visita di Gheddafi a Roma rifornendolo di centinaia di belle ragazze che si sono prestate, dietro rimborso spese, a ricevere lezioni di Islam. Così, quando ci sono da stringere lucrosi accordi commerciali, non solo si può chiudere un occhio di fronte al calpestamento dei diritti umani nel paese partner (guarda caso anche in Libia vige la Shari’a) ma la figura femminile viene addirittura usata come strumento di ruffianeria per favorire le trattative in corso. Tante le polemiche che questa grottesca kermesse ha suscitato nei salotti benpensanti e nel mondo cattolico, ma lasciati a loro i moralismi più o meno isterici, quello su cui possiamo interrogarci è se i modelli della hostess di larghe vedute o del ministro-velina illuminata non siano anch’essi delle forme di violenza, dal momento che tentano di confondere la libertà e l’emancipazione conquistate dalle donne negli ultimi decenni con la possibilità di mercificare il proprio corpo o il proprio aspetto per affermarsi socialmente. C’è chi, come Ritanna Armeni, sostiene che ben vengano le giovani donne disposte ad “usare tutti i mezzi a cominciare dal proprio corpo per andare avanti”, perchè rappresentano un aspetto collaterale della libertà conquistata dal movimento femminista (Il Riformista, 21 aprile 2010). Ma più che un inevitabile sottoprodotto della liberazione, l’imporsi di determinati modelli ha un’origine materiale, legata alle dinamiche della lotta di classe: se negli anni ’70 le conquiste dei diritti civili (legge sul divorzio, legge 194, riforma del diritto di famiglia) sono state ottenute dal movimento delle donne in un contesto di radicalizzazione generalizzata della società e di ascesa delle lotte operaie, è proprio la mancanza di questo connubio che oggi fa sì che l’emancipazione raggiunta in quella fase possa in parte sfociare nell’emergere di modelli che dietro un’apparente libertà esprimono una logica individualista, mentre i padroni, con i governi che li rappresentano, continuano quotidianamente a condurre la loro lotta di classe erodendo condizioni materiali della classe lavoratrice, diritti civili e sindacali, stato sociale.
Quale risposta
Far sì che le lavoratrici possano avanzare le istanze della liberazione dalla loro specifica oppressione nel risveglio delle lotte operaie è dunque un obiettivo imprescindibile per affermare nei rapporti di forza reali la dignità offesa dalle violenze fisiche e dai falsi modelli di liberazione. Per questo è più che mai necessario non solo elaborare una visione e un’analisi di classe, ma anche fornirci degli strumenti politici per intervenire in modo organizzato in uno dei settori della classe su cui i costi della crisi si scaricano in modo più pesante, unendo ad esempio alla lotta contro i tagli allo stato sociale rivendicazioni quali la socializzazione del lavoro domestico e del lavoro di cura. A dover scegliere tra l’angelo del focolare, magari vittima rassegnata di violenza, e la velina in carriera non ci stiamo! Lo contrastiamo con l’attivismo delle lavoratrici e dei lavoratori che si organizzano e lottano uniti contro il nemico comune.
|





