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| Prc: Innovazione nel segno della conservazione a Salerno |
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| Scritto da Alessandro D'Aloia (direttivo provinciale della Federazione di Salerno) | |||
| Martedì 03 Marzo 2009 05:22 | |||
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Il 16 gennaio 2009, nella sede del circolo di Battipaglia, si teneva il
Cpf di Salerno (a maggioranza vendoliana), che doveva "formalizzare"
l’ormai tradizionale accordo del partito della Rifondazione Comunista
con il Centro Sinistra capeggiato da Villani (presidente, ex
Margherita, uscente della provincia di Salerno) per le prossime
elezioni amministrative provinciali. Formalizzare in quanto il
segretario della federazione, Rocco Falivena, aveva già annunciato in
conferenza stampa, (prima del voto del Cpf), il sostegno del partito al
presidente uscente della giunta provinciale.
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Il Comitato Federale del 16 Gennaio, la scissione e l’istituzionalismo spinto. Il Cpf convocato sulla base di un ordine del giorno generico è riuscito a tenere ben in secondo piano, per il suo intero svolgimento, il fatto sostanziale: la votazione sull'accordo elettorale con il centro sinistra per le provinciali, suggellato con “l'ottimo” risultato di due soli voti contrari ed un astenuto (quello di chi scrive e, non a caso, quello della segretaria del circolo di Postiglione, paese vicino Serre, che qualcuno ricorderà come il paese che ha dovuto accogliere, manu militari per opera del “governo Prodi”, la discarica che ha permesso il rientro dell’ultima fase acuta dell’emergenza rifiuti campana). Il segretario della federazione ha avuto gioco facile a deragliare un dibattito di ben 5 ore su questioni altre dalla votazione, grazie soprattutto al sentimento ostile, ben cavalcato, sviluppatosi fra i sostenitori della mozione Vendola allo scorso congresso nazionale, nei confronti di quella parte della loro stessa area che ha deciso di lasciare il partito. Sentimento che ha ovviamente monopolizzato il dibattito. Non è difficile immaginare il tenore degli interventi e delle accuse indirizzate agli ex dirigenti dell'area "rifondazione per la sinistra", prima fra tutte quella di alto tradimento volto ad affossare l’ex comune casa/partito in un momento delicato di preparazione alla campagna elettorale. In questa accusa, tanto più efficace quanto più teatrale, è implicita la posizione della dirigenza locale di presentarsi, pur nella stessa concezione di fondo che anima i vendoliani scissionisti (la necessità di superamento del partito), quale salvatrice del partito nella provincia di Salerno contro chi (i fuoriusciti) invece tenta di accoltellarlo, ormai, “apertamente” alla schiena. Come altre esperienze di portata ben più drammatica insegnano, la creazione di un nemico artificiale è sempre funzionale alla propria artificiosa conservazione. Al di là degli astii reciproci, veri o presunti che siano, fra gli ex compagni di area vendoliana, la situazione attuale vede la Federazione di Salerno stretta in un doppia rincorsa al ribasso, fra concorrenti esterni ed interni, al medesimo obiettivo elettorale di accaparrarsi le grazie del centro sinistra politico in provincia. Anche dal semplice punto di vista elettoralistico è facile comprendere che il partito non ha nulla da guadagnare in una simile situazione. Pur condividendo alcuni interventi dei compagni ferreriani che riconoscono ai vendoliani scissionisti quanto meno una coerenza politica più spiccata, confermata dalla fuoriuscita dal partito, non si può non notare come qui non si tratti in definitiva né di questioni di maggiore o minore coerenza verso posizioni politiche, né di scelte dettate dalla maggiore o minore fede nel coraggio di “innovare” la propria posizione negandosi, ma semplicemente di miseri computi e manovre elettorali, dato che la moltiplicazione delle “aree politiche” in corsa elettorale serve semplicemente a moltiplicare le pretese di rappresentanza istituzionale. Dal punto di vista della dirigenza locale del partito tutto è finalizzato all’ottenimento di almeno una rappresentanza consiliare in caso di sconfitta e magari di un assessore in caso di vittoria. Di questo si parla, anche se perfino tale obiettivo sembra sfumare dopo la fuoriuscita dal partito dell'europarlamentare Vincenzo Aita e del consigliere regionale (ex sindaco di Eboli) Gerardo Rosania, unici dirigenti locali che per ora hanno già compiuto il passo. In nome dell’unità della sinistra si continua a frazionare ciò che di essa rimane, e mentre si parla continuamente di una sinistra forte da ricostruire mediante percorsi non meglio definiti, assistiamo basiti al loro puntuale materializzarsi secondo gli schemi arcinoti degli accordi calati dall'alto, alla faccia dell’innovazione. In una visione puramente istituzionalista, quello che viene meno è la fiducia nella possibilità stessa di concepire la politica di partito in termini diversi da quelli elettoralistici, per cui ora che la prima fase della scissione è cosa fatta, si tratta solo di essere più appetibili dei compagni fuoriusciti, nella rincorsa di Villani, nella convinzione ormai quasi metafisica che il nostro partito non possa esistere al di fuori dell’orbita del PD. Per questo motivo, nella mente dei componenti la segreteria provinciale, le posizioni sostenute allo scorso congresso nazionale dai nostri dirigenti locali schierati con Vendola, più che abbandonate vanno semmai rafforzate.
Quale altro significato possono avere altrimenti le seguenti affermazioni tratte dalla lettera aperta pubblicata dalla maggioranza federale sul sito provinciale del partito in seguito all'ultima scissione? “[…] Il 24 e 25 Gennaio 2009 ci pone molti interrogativi, molti dubbi ed un’unica certezza: “si apre una fase la cui parola guida è APPROSSIMAZIONE”. Con ciò vogliamo intendere che se esiste un percorso vero per la costruzione di una Sinistra politica, in grado di dare delle risposte concrete e di prospettiva alla crisi attuale e di rimessa al centro dei temi della cittadinanza, del lavoro, del reddito, dei diritti… tale percorso si basa su un unico assioma costitutivo: bisogna sciogliere le strutture precostruite esistenti per mettersi in gioco e lavorare per approssimazione successive alla costruzione della Sinistra Italiana. Ciò è certo per la semplice ragione che se l’obiettivo e di ricostruire una casa danneggiata nelle fondamenta da un terremoto bisogna abbatterla e ricostruire, se la si vuole solida ed efficiente. […] Noi della Rifondazione Comunista di Salerno fino ad oggi abbiamo costruito e tenuto una casa dalle porte aperte, abbiamo accolto forze, creatività, intelligenze. Oggi questa casa non può essere trasformata in un fortino, perché alla lunga sarà espugnato, distrutto, o prima ancora abbandonato da coloro che inseguiranno chimere “abbagliati dall’illusione di salvare se stessi”. Oggi questa casa deve essere allargata, trasformata e (forse) abbattuta per far posto ad una nuova casa, […]” L'utilizzo consapevole della parola "approssimazione" non cambia il significato di un termine che ben si attaglia al carattere complessivo dell'iniziativa politica del partito nella federazione di Salerno. Viene da chiedersi: ma se la federazione di Salerno ha già operato da anni nella direzione dichiarata, che sarebbe quella vincente, perché il partito è così debole da dover correre al ribasso verso una coalizione incolore e screditata? In secondo luogo se la direzione di marcia resta quella del superamento delle identità politiche, dei “fortini” (e del comunismo) perché ad esempio il tandem, proprio con i comunisti italiani (come risulta da alcune dichiarazioni su quotidiani locali), per altri versi comunque condivisibile? e perché l'attuazione "per approssimazioni successive" sarebbe salvifica rispetto ad una scelta di immediatezza? Non è che forse nell'ostentazione del proprio essere “innovativi” le “approssimazioni successive” sono funzionali alla conservazione delle uniche certezze che si possiedono, e vale a dire: le posizioni dirigenti all'interno della federazione del partito? Non è proprio questo ciò che in definitiva non consente quantomeno il tentativo di provare a salvare il partito che tutti conoscevamo e in cui abbiamo scelto di militare, secondo una linea politica coerente con le scelte e gli indirizzi nazionali, continuamente negati e disattesi? Anche per questo il primo passo è quello di svincolarsi perfino dall'imposizione pregiudiziale del simbolo di partito a partire dalle prossime elezioni, nonostante l'ultimo cpn abbia deciso diversamente. Così nell'ordine del giorno presentato al cpf in questione è possibile leggere quanto segue: “Riteniamo che bisogna dar vita ad un dibattito partecipato sul percorso di ricostruzione del campo della sinistra all’interno del quale il nostro Partito deve riprendere il cammino di innovazione intrapreso nel 2001. Riteniamo che la cultura della trasformazione, che può vivere solo in una rete densa di relazioni sociale, politiche ed istituzionali, debba essere rimessa al centro del nostro dibattito e debba essere esplicitata al di fuori di noi. Ciò è necessario per uscire dallo sterile dibattito sul “simbolo” e/o sulla costruzione di una semplice aggregazione (politicista) di organizzazione di “sinistra”. Con ciò vogliamo ribadire che per noi la costruzione del campo della Sinistra debba passare non per cooptazione ed unione dei ceti istituzionali di partiti e/o parti di questi preesistenti, ma attraverso la ricerca di soggetti organizzati o non, che pongano al centro la necessità della trasformazione sociale, con cui intessere una rete all’interno della quale il nostro partito svolga un ruolo di protagonismo politico ed istituzionale. Riteniamo che per fare ciò dobbiamo liberarci dell’attuale discussione sul come il nostro partito debba presentarsi alle prossime elezioni. Tale tema non può essere ridotto semplicemente alla questione di presentare o meno il nostro simbolo ma deve essere affrontato nell’ottica di costruire un patto tra soggetti portatori della cultura di trasformazione ed antagonismo sociale e politico”. Dato che però il patto lo stiamo cercando con i rappresentanti istituzionali del centro sinistra dovremmo concludere che siano questi i soggetti portatori di trasformazione ed antagonismo sociale in nome dei quali noi dobbiamo rinunciare, se necessario, alla nostra riconoscibilità e sulla base di questo discorso andare, ancora una volta, fra la gente che potrebbe votarci per convincerla addirittura a farlo. Così nel primo impegno elettorale in provincia, dopo Chianciano, il partito della rifondazione comunista non innova di una virgola la sua posizione precedente se non nel fatto che il realismo politico dei nostri dirigenti provinciali ormai li rende consapevoli che è del tutto inutile cercare quantomeno di strappare accordi sui programmi elettorali che vadano oltre le potenziali rappresentanze istituzionali in gioco. È questo che fa dire al segretario provinciale Rocco Falivena, che capisce cose come i programmi, gli accordi ecc.., ma che questi sono tutti da costruire quindi è del tutto inutile parlarne. Come dargli torto, del resto, visto che i programmi elettorali sono divenuti solo foglie di fico utili a giustificare formalmente accordi elettorali insostenibili per un partito di sinistra.
Quanto detto finora ha senso se ci si attiene ai fatti, ovvero a quanto deciso dall’ultimo Cpf secondo le modalità descritte. Ma la situazione è in veloce evoluzione e stando solamente ai fatti si rischia di comprendere poco rispetto alle reali dinamiche in atto. Pare infatti che oltre al tandem con i comunisti italiani si stia anche lavorando ad un simbolo per questa tornata elettorale specifica, simbolo che cambia in continuazione, con evoluzioni successive che passano anche attraverso la riconferma del simbolo del partito, tanto per zittire le malelingue identitarie. Ma soprattutto pare che ciò che è in bilico sia l’accordo stesso con il cs di Villani, quel medesimo accordo deciso con ardore dalla segreteria e fatto ratificare dal Cpf. Nella “lettera aperta della sinistra”a Villani del 23/02/2009 infatti si legge: “Crediamo che il lavoro fatto fino ad oggi dalla maggioranza che governa la nostra Provincia debba essere salvaguardato. Crediamo che alla base del Nostro “buon governo” ci sia stato il cosiddetto spirito dell’Unione, che nel 2006 ci ha portato alla vittoria su Berlusconi, ci sia stato cioè il rispetto delle differenze culturali e dell’autonomia di azione per la pratica dell’obbiettivo comune. Oggi l’autonomia ed il rispetto sembrano venir meno. L’ipotesi di frammentazione elettorale del PD, le continue chiamate a sostegno di forze che sono apertamente schierate col centrodestra, il conseguente smarrimento dell’elettorato di centro sinistra, l’assenza di dibattito sul programma comune ci costringono a chiederti la convocazione del tavolo di coalizione entro il 2 marzo. Dopo tale data se non avremo definito una via di uscita comune dall’attuale stallo i sottoscrittori di questa missiva si riterranno sciolti dagli accordi sottoscritti, sentendosi liberi di costruire una coalizione a Te alternativa.” Insomma come se nulla fosse stato, si minaccia Villani di sciogliere gli accordi di alleanza. Se così sarà, tireremo un bel sospiro di sollievo, e assisteremo finalmente ad una scelta coraggiosa, determinata da cause del tutto esogene e vieppiù oscure, ma pur sempre ben accette. Forse assisteremo anche a successivi Cpf dove a furor di popolo si voterà una decisione del tutto opposta a quella già votata altrettanto decisamente. Ma si sa, quando si improvvisa, le scelte vivono quasi di vita propria rispetto alla coscienza di ciò che viene eseguito.
Come si fa in tutto questo a porre seriamente la questione dei “contenuti” degli accordi? È chiaro infatti che per il nostro partito la questione non è andare o meno con il centro sinistra se c'è un programma condivisibile, tanto la cosa non cambia assolutamente i termini della questione, come la storia recente ha dimostrato, ma quella di avere il coraggio di presentarsi alla società per quello che si è e investire le proprie risorse a ricostruire il consenso politico attorno al partito tuffandosi a corpo morto nel conflitto sociale dalla parte dei più deboli sempre e comunque. Il paradosso attuale nel dibattito interno, mentre la società sprofonda in un mare di ingiustizia sociale ed in un clima da “nuova preistoria”, è rappresentato invece da discussioni fatte come se nella società che ci circonda gli sfruttati e gli oppressi fossero una fantasia di pochi invasati estremisti. Ma se la nuova sinistra da ricostruire non ha un vero fine sociale perché sbattersi tanto per averne una o per salvarla? Salvare un partito politico implicherebbe necessariamente la preventiva comprensione di quali sono le forze nemiche in campo da cui difendersi. Le ultime elezioni politiche nazionali hanno mostrato che le forze direttamente nemiche in termini elettorali provenienti dall'esterno del partito sono concentrate nel PD. Nessun percorso di salvezza può prescindere dalla liberazione del nostro partito dalla subalternità al centro sinistra, tanto più in un momento in cui il PD non si fa scrupoli ad allearsi con il PDL nella volontà di ostacolare la rappresentanza politica dei piccoli partiti alle prossime europee. Siccome però nella mente di alcuni dirigenti la politica locale e quella nazionale non hanno nessuna relazione, noi siamo ben felici di sostenere il PD nella sua sopravvivenza a nostro discapito già a partire dalle amministrative provinciali. Se la destra è un pericolo sociale, il PD è il vero pericolo politico per la sopravvivenza del nostro partito, bisogna cominciare a distinguere le due cose. Semmai politicamente una destra così retriva potrebbe aiutare la sinistra politica ad emergere su posizioni di classe, ma la cosa è impossibile a monte se continuiamo a schiacciarci su posizioni socialmente contraddittorie e perciò politicamente fallimentari. Continuiamo ad inchinarci ad un partito diviso ed in crisi più che mai, come i fatti recenti (elezioni in Sardegna) esplicitano in modo inequivocabile, dimostrando tra l’altro che la crisi dei partiti alla sinistra del PDL è complessiva e determinata dall’abbandono miope della difesa degli interessi della parte di società che ha fatto tradizionalmente riferimento ai valori della sinistra nel paese. La negazione dell’esistenza del conflitto di classe è una posizione che fa solo il gioco dei padroni e della loro rappresentanza politica più diretta. Stando invece alle dichiarazioni dei dirigenti della federazione che hanno scelto di restare nel partito, i nemici più diretti del partito sarebbero gli ex compagni. La forza sociale indiscutibile di un partito di classe è proprio data dalla consonanza di interessi con la classe subalterna. Se vogliamo salvare noi stessi dobbiamo lottare a fianco del proletariato delle nostre terre a difendersi dall'attacco cui è sottoposto in questo momento dal padronato locale e nazionale per mano del Cs in Regione e in Provincia. Il nostro destino politico non è svincolato dal destino sociale dei lavoratori. Chi lo pensa non vive nel mondo, oppure non è interessato a ciò che succede nel mondo. Infine non è che l’istituzionalismo possa esistere nel vuoto dell’assenza di una base sociale di riferimento.
Ma se il realismo (astratto però dal contesto sociale) della maggioranza provinciale si traduce nella subalternità alle scelte di Villani, il che implica la sospensione della decisione sulle modalità di partecipazione alle elezioni, con o senza simbolo, e l’indeterminazione degli accordi elettorali, il realismo dei compagni del primo documento, si traduce nell'opposizione a tutto ciò attraverso la lotta (sacrosanta) per il simbolo, ma a prescindere dall'autonomia del partito rispetto al C.s., come a dire: basta che c'è il simbolo il resto, cioè con chi si va alle elezioni, non è molto importante. In realtà i compagni ferreriani sperano che attraverso la questione formale del simbolo si riesca, in definitiva, a far tirare indietro il centro sinistra dall'accordo. Così imporre il simbolo ci permetterebbe anche magari di andare da soli alle elezioni. Ma perché si dovrebbe subire una scelta invece di imporla, tanto più quando da tale scelta dipende la possibilità stessa di rilanciare il partito? Il problema è che i dirigenti del secondo documento a dispetto delle dichiarazioni sono tutt'altro che approssimativi, quando si tratta di accordi elettorali, e per questo non hanno affermato che non andranno con il simbolo, ma semplicemente che non è scontato che lo utilizzeranno, in modo da tenere in sospeso la questione formale, salvando quella sostanziale e cioè la possibilità dell’accordo con Villani a prescindere dai ragionamenti “politici”, rendendo allo stesso tempo debole un'opposizione solo formale degli altri documenti. Con questo non si vuole assolutamente sostenere che la questione del simbolo sia secondaria, infatti il modo più immediato di rendere visibile l'esistenza di un partito è farlo partecipare alle elezioni in modo riconoscibile, ma questa è solo metà dell'opera se alla riconoscibilità del simbolo non si cerca di legare una chiara riconoscibilità politica, cosa impossibile in mancanza di una campagna elettorale autonoma dal PD e chiaramente improntata alla rottura degli equilibri politici consolidati responsabili della situazione politica attuale.
Il passato recente delle vicende politiche del c.s. regionale e provinciale è un macigno sulla credibilità del nostro partito, rispetto al quale però si continua a far finta di niente, indifferenti verso la vera e propria degenerazione della politica cui come campani e come comunisti abbiamo potuto assistere da una posizione più che privilegiata. Gli stessi vendoliani all'ultimo congresso regionale hanno affermato apertamente che il bassolinismo è un ciclo concluso, che per questo si doveva rompere con il Cs in Regione già da un bel po', ma che purtroppo ormai era tardi per farlo, perché a questo punto i nostri elettori non avrebbero capito. Quello che si chiede è allora perché i nostri elettori dovrebbero capire, al termine di un ciclo chiuso, l’attuale tentativo scellerato di iniziare un nuovo ciclo identico al precedente. Forse qualcuno crede che la provincia di Salerno sia immune dalle ricadute politiche e sociali della subalternità totale alle politiche del PD regionale? Senza pretendere di esaurire l’argomento si vuole riportare qualche dato utile a caratterizzare l’azione politica del Cs in Provincia. Quale provincia è stata chiamata in causa quando si trattava di reperire le discariche per liberare la regione dal mare di immondizia in cui il bassolinismo l'ha sepolta? A fronte di una provincia che da sola, come affermato dallo stesso assessore alle politiche ambientali della Provincia Angelo Paladino, sta reggendo i carichi di smaltimento dei rifiuti dell'intera Regione, che si distingue anche per percentuali di differenziazione dei rifiuti altissime nei comuni più piccoli, che da soli portano la media provinciale al 23%, con punte che superano agilmente il 75%, si è pensato bene di premiare i comuni della provincia attraverso aperture di nuove discariche, prima fra tutte quella di Serre, che nel volgere di breve tempo sarà satura vista la sua capienza dichiarata di 700.000 tonnellate a fronte delle 3.000 tonnellate che vi arrivano giornalmente. Non contenti di questo risultato paradossale: scaricare l'immondizia dei centri urbani che non differenziano, sui territori interni che differenziano da anni (in molti casi a partire dal 2000) con risultati eccellenti; si individuava nel bel mezzo della crisi dell'emergenza, un altro sito per discarica a Caggiano (proposta votata all’unanimità dal consiglio provinciale, quindi anche dal nostro partito), paese posizionato all'estremo lembo settentrionale del Vallo di Diano, e si parlava di un secondo ulteriore sito proprio nel Vallo di Diano a Sud nel Comune di Padula. Il richiamo alla responsabilità, quando a Caggiano si sono formati i primi comitati per il no alla discarica, veniva proprio dalla Provincia di Salerno nella persona dell'assessore alle politiche ambientali Angelo Paladino, dato che ogni provincia dovrà essere autosufficiente dal punto di vista dello smaltimento rifiuti. Da notare che il Vallo di Diano fa parte del consorzio di bacino Sa3 con una percentuale di differenziazione complessiva del 45% (la media più alta dell'intera provincia), con la punta del Comune di Atena Lucana del 97%! Questi territori della provincia sono già avviati sulla strada dell'autonomia e per di più senza bisogno di discariche o di inceneritori. Ma il rispetto dei dettami dei vertici politici regionali (e nazionali) non permettono certo la sensibilità politica che imporrebbe di rispettare l'impegno dei piccoli comuni che hanno già risolto il loro problema rifiuti attraverso la raccolta differenziata. Così ad esempio se l'ingresso al Vallo di Diano doveva essere aperto e chiuso con delle nuove discariche, non poteva mancare a metà della sua altezza una colossale centrale a biomasse (proposta dallo stesso sindaco del paese, Atena Lucana, con la percentuale più alta di raccolta differenziata, ovviamente appartenente al centro sinistra) capace di bruciare 400 tonnellate al giorno di "biomasse" (una quantità assolutamente sproporzionata rispetto alla produzione locale di biomasse) cosa che legittima oggettivamente il dubbio che alla fine la centrale potrà bruciare, data la situazione di emergenza strutturale della Regione, anche ciò che biomassa non è, oltre al fatto che "biomassa" sia solo l'ultima trovata per ottenere l'incenerimento dei rifiuti senza parlare di inceneritori. La proposta della centrale a biomassa di Atena Lucana è stata nel frattempo bloccata con iniziative che purtroppo non hanno visto coinvolto il nostro partito. Il dato immediato, è il seguente: nelle aree in cui la produzione di rifiuti è maggiore vi è una bassa percentuale di raccolta differenziata (ad esempio nelle aree della Piana del Sele, dell’Alento e Monte Stella e della Costiera Amalfitana, quest'ultimo dato ormai in controtendenza da qualche mese), al contrario, nelle aree in cui vi è una produzione minore la percentuale risulta essere più alta (è il caso, ad esempio, del Vallo di Diano). Il fanalino di coda dell'intera provincia è proprio il capoluogo e di fatti l'impegno maggiore del sindaco di Salerno Vincenzo De Luca (PD) non è certo orientato all'avvio di una seria politica di raccolta differenziata, ma come è noto, alla costruzione di un bell'inceneritore nel centro cittadino, che renderebbe, a suo avviso, auotosufficiente la provincia di Salerno in termini di smaltimento, indipendentemente dalla raccolta differenziata. Il dato politico è il seguente: mentre la raccolta differenziata è molto diffusa in provincia fra piccoli comuni con amministrazioni di diverso colore politico, il vero e proprio partito dell'incenerimento sotto diverse tipologie e che di meno sostiene la differenziazione è proprio il PD, o in generale le forze di centro sinistra al governo sia regionale che provinciale. Su questo tema il PDi (partito discariche e inceneritori, verrebbe da dire) non si distingue minimamente dal PDL caratterizzandosi a tutti gli effetti come il partito dell'immondizia in cui la subordinazione del problema dei rifiuti al loro incenerimento trova nella necessità speculare di individuare discariche (in attesa degli inceneritori) la conferma della propria miopia politica ed ambientale, alla quale il nostro partito si inchina senza battere ciglio, nel nome di una presunta “innovazione” non meglio definita. E' da rimarcare il fatto che quando la discarica di Serre sarà satura, cominceranno daccapo le ricerche di altre discariche e di altri siti, con nuove vertenze e comitati di lotta in difesa dei territori, senza contare l'aumento della Tarsu che già comincia a colpire, alcuni comuni (Sala Consilina ad esempio) con aumenti del 60%, mentre il nostro partito sta scegliendo oggi di essere ancora una volta dalla parte sbagliata della barricata nelle prossime lotte. Se dal punto di vista dei rifiuti la situazione è questa vediamo, ad esempio, come si concretizza in provincia, un altro aspetto scottante delle scelte del centro sinistra regionale: il piano di rientro dal deficit colossale della sanità regionale. Con una sanità pubblica agli ultimi posti in Italia per: numero di posti letto, di operatori e attrezzature in rapporto al numero di abitanti; ma prima in classifica: per emigrazione sanitaria dei propri cittadini, verso altre Regioni, altri paesi e verso strutture sanitarie private; per numero di strutture sanitarie private, tra accreditate e non accreditate, con un vero e proprio monopolio del privato in alcune branche specialistiche come la riabilitazione; con ristrutturazioni delle strutture ospedaliere che o non cominciano o durano decenni favorendo l'attività privata; con il proliferare del conferimento di incarichi spesso per strutture sanitarie esistenti solo sulla carta e, dulcis in fundo, con l’applicazione massima delle imposte locali, dei ticket e dell’abuso dell’attività privata a pagamento dentro e fuori le strutture sanitarie pubbliche, abbiamo lo spettacolare risultato di pagare salatissimo un servizio sanitario complessivamente peggiore delle altre regioni, con un debito accumulato che ormai sfiora i 10 miliardi di Euro. Qual'è l'unica risposta del centro sinistra responsabile dello scempio? Un piano di rientro dal deficit che si materializza ancora una volta mediante tagli e peggioramento generalizzato dell'offerta sanitaria pubblica. Ancora una volta la provincia più penalizzata è Salerno con: 3 ospedali che usciranno fuori dalla rete dell’emergenza (Roccadaspide, Agropoli e Mercato san Severino); 2 ospedali che verranno completamente dismessi (Da Procida e Pagani); 5 ospedali che saranno riclassificati (Cava de’ Tirreni, Oliveto Citra, Sarno, Sapri, Scafati) con un saldo negativo totale di 198 p.l. su tutta la Provincia.
E' l'intera gestione politica del centro sinistra dunque che va rigettata da un partito che vuole tornare ad essere utile per la società. E' la denuncia della degenerazione della politica che può salvarci dalla crisi di consensi e dalla fuga a destra della popolazione giustamente delusa e disincantata da anni di speculazioni di ogni risma, sempre a scapito dei più deboli, da parte di forze politiche che pretenderebbero di essere diverse dalla peggiore destra degli ultimi anni, e con cui noi non ci vergogniamo di apparire insieme. Dobbiamo imparare la vergogna per potervi rimediare. Per questi motivi sostanziali a parere di chi scrive, e della propria area di riferimento politico (il 4° doc congressuale), i compagni dei documenti di maggioranza nazionale a Salerno dovrebbero uscire dall'ambiguità e dall'attuale impasse, articolando la propria opposizione alle scelte della dirigenza locale, indipendentemente dalle scelte della maggioranza federale attraverso le seguenti rivendicazioni: - chiedere alla segreteria nazionale di intervenire nella vicenda del simbolo di partito rivendicandone l'utilizzo nelle prossime amministrative come deliberato dall'ultimo Cpn, rifiutando idee di costituenti di sinistra o comuniste; - utilizzare il simbolo per una candidatura alternativa al PD e al Cs, in una coalizione con le altre forze di sinistra; - se le altre forze di sinistra non fossero d'accordo, mirare ad un accordo Prc-Pdci con i due simboli sulla scheda, quindi non una lista unica; - costruire le candidature, valorizzando candidature di lavoratori, mediante un dibattito reale con le strutture di base del partito sul territorio, in modo da renderle veramente rappresentative; - cogliere l’occasione della tornata elettorale per affrontare un dibattito di largo respiro con la base del partito sui temi proposti dal territorio, per costruire una campagna elettorale capace di stare nel vivo delle questioni reali, luogo per luogo e ridare senso all'appartenenza militante a questo partito.
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