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| Economia | |||
| Scritto da Michele Fabbri | |||
| Venerdì 06 Marzo 2009 09:39 | |||
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Nazionalizzazioni? sì ma sotto il controllo dei lavoratori
è un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del sistema bancario e monetario, perchè se accadesse credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina
Henry Ford
John Kenneth Galbraith scrisse più di cinquant’anni fa che “L’unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire rispettabile l’astrologia”. A guardare Il Wall Street Journal, che a marzo 2007 presentava un sondaggio realizzato tra sessanta importanti economisti, aveva sicuramente ragione. Quattro su cinque sentenziavano: “il peggio della crisi immobiliare è alle nostre spalle”.
Un anno dopo, il 17 marzo 2008, Alan Greenspan, che a capo della Federal Reserve è stato considerato per 18 anni il banchiere centrale più importante del mondo, si scusava davanti ai deputati statunitensi con queste parole: “i modelli matematici (alla base dei prodotti finanziari NdR) erano troppo semplici per catturare la realtà”. A ottobre 2008 ha aggiunto: “…hanno assegnato un premio Nobel per la scoperta di un sistema di fissazione dei prezzi che è dietro gran parte della crescita del mercato dei derivati. Questo moderno paradigma di gestione del rischio ha retto per decenni. L’intero edificio intellettuale è crollato nell’estate dello scorso anno perché i dati inseriti nel modello di gestione del rischio coprivano in genere solo gli ultimi vent’anni, un periodo di euforia”. Il clima intellettuale favorevole al mercato si vede da molti altri premi Nobel assegnati negli ultimi anni, come quelli a Lucas, teorico delle “aspettative razionali”, secondo cui in sintesi, i mercati funzionano sempre in modo perfetto e la politica economica non serve a niente. Queste teorie oggi fanno sorridere, ma per decenni sono state religione incontestabile nelle università, nelle aziende, e orientavano i governi. Il marxismo ha spiegato da un secolo e mezzo che il sistema capitalista è soggetto a cicli di crescita e di recessione. Ciò accade perché il sistema non è pianificato democraticamente, ma si basa sull’investimento dei privati alla ricerca del massimo profitto. I capitali vanno alla ricerca dei guadagni più alti e ciò è alla base delle “bolle” speculative. Il sistema è speculativo per natura. Non c’è modo di distinguere i capitali “speculativi” da quelli “buoni”. Dalla bolla dei tulipani nell’Olanda del XVII secolo a quella immobiliare di oggi non è cambiato niente nella sostanza, tranne i volumi della speculazione e il livello mondiale del contagio. Oggi tutto il sistema finanziario mondiale è coinvolto.
Nell’ottobre 1998 il fondo Long Term Capital Management (Ltcm) fu acquistato da un gruppo di banche Usa per evitare la bancarotta. Nel suo consiglio di amministrazione sedevano due di quei premi Nobel (Myron Sholes e Robert C. Merton) che avevano scoperto come “gestire il rischio”. Secondo i loro calcoli gli eventi che portarono la loro società alla bancarotta potevano accadere solo ogni 100mila anni… Da allora sono passati solo 10 anni e la bancarotta di un fondo (il cui salvataggio costò più di due miliardi di dollari) è diventata la bancarotta dell’intero sistema finanziario statunitense e di buona parte del resto del mondo, con costi finali impossibili da calcolare, ma che al momento superano sicuramente i 10.000 miliardi di dollari. Come è stato possibile? Nel caso di Lctm, alla base degli investimenti del fondo c’erano le “incoerenze dei mercati”. Si trattava di individuare delle differenze, spesso molto piccole, nel prezzo delle azioni o di altri prodotti finanziari trattati su diversi mercati. Lctm comprava o vendeva sull’ipotesi che ci sarebbe stata una tendenza alla convergenza dei prezzi. Si poteva guadagnare sia dal calo delle borse che dalla loro crescita. Perché il meccanismo si inceppò nel 1998? Perché come conseguenza della crisi di diversi paesi del sud-est asiatico, del crollo del rublo e delle difficoltà del Brasile e del Messico, una parte degli investitori provò a vendere azioni e obbligazioni a un ritmo superiore alla media degli anni precedenti. Una classica crisi di liquidità, dove è difficile trovare un compratore perché molti vogliono vendere. Le conseguenti forti oscillazioni dei prezzi mandarono gambe all’aria i modelli matematici di Lctm e se non fosse stata acquistata sotto pressioni della Fed, forse già allora avremmo visto una crisi finanziaria globale. Nei dieci anni passati da allora, le pratiche di istituzioni come Lctm sono diventate normali per la maggioranza di banche e assicurazioni. Se non direttamente, attraverso l’acquisto di titoli, che avevano alla base attività di questo tipo. Era difficile resistere, visti i guadagni sostanziosi e le nuove regole contabili (il famoso “mark to market”) che permettevano di contabilizzare in bilancio i valori di mercato delle attività finanziarie. I profitti (virtuali, calcolati in base ai prezzi di borsa) rendevano contenti i manager che godevano di bonus stratosferici e gli azionisti a cui arrivavano grassi dividendi. Per guadagnare soldi in questo modo bisogna agire su grandi quantità di titoli, giacché normalmente i guadagni sul singolo titolo sono ridotti. Ciò comporta l’investimento di capitali enormi che in un’alta percentuale vengono presi a prestito. Cosa succede se in un momento dato la disponibilità di credito si riduce? Tutti sono obbligati a vendere per rientrare dai debiti e un “normale” calo delle Borse può diventare una catastrofe come quella che stiamo vedendo da 18 mesi a questa parte. La politica monetaria della Fed, offrendo liquidità a buon mercato, ha permesso per venti anni di ritardare la catastrofe ma al prezzo di aumentare gli squilibri (livello del debito pubblico e privato, deficit della bilancia commerciale) a livelli mai toccati nella storia. I mutui sub-prime non erano che il 2% del totale dei debiti americani, una piccola parte del mercato dei mutui immobiliari. Questi mutui sono gli ultimi nati di un mercato sostenuto da aspettative euforiche sull’andamento futuro dei prezzi immobiliari. Pensare che fosse normale che i prezzi delle case crescessero tre/quattro volte più velocemente dell’insieme dell’economia era sconsiderato. Ma con la complicità del sistema finanziario era possibile, anche per chi non aveva i requisiti, accedere ad un mutuo ipotecario e per quasi quindici anni la giostra è andata avanti. Tanto più forte e lunga è stata la crescita dei prezzi delle case tanto più veloce, forte e generalizzata è ora la caduta. Quando i prezzi sono crollati contemporaneamente in tutti gli Stati Uniti, le banche non potevano rifarsi delle perdite con alcuni mutui in base ai guadagni sull’insieme. Le compagnie assicurative che garantivano il funzionamento di tutto il meccanismo sono state anche loro travolte. Come funzionava il sistema? La banca A eroga un mutuo a mille famiglie, con livelli di reddito diversi e di conseguenza con gradi di rischio diversi. Di seguito questa banca, che ha bisogno di fondi liquidi o semplicemente vuole fare maggiori profitti, pensa a come anticipare il futuro flusso delle rate di questi mutui immobiliari. Quindi va dalla banca B per chiedere un prestito, garantendolo con il flusso futuro atteso delle rate dei mutui. Si attiva una particolare forma di titoli chiamata MBS, mortgage-backed security. Attività non liquide (i mutui) si trasformano in questo modo in liquidità immediata per la banca, che a sua volta serve per finanziare investimenti delle imprese, o per dare nuovi mutui ad altre famiglie. Con questo sistema la banca A divide una parte dei futuri guadagni con la banca B, ma ciò non è gratis per la banca B, essa si sta accollando una parte del rischio. Apparentemente è una buona idea, sia per la banca A, che per le famiglie che riescono a comprarsi una casa. Ma a due condizioni. La prima è che il gruppo di famiglie sia sufficientemente diversificato nel rischio: nel gruppo non ci devono essere caratteristiche troppo simili che potrebbero portare tutte le famiglie a fallire contemporaneamente (esempio estremo: tutte le famiglie vivono nella stessa città colpita dalla chiusura di una azienda). In secondo luogo, che esista una certa fiducia nel fatto che il valore di queste attività - i mutui e quindi le case sottostanti - continui a crescere nel tempo. Se c’è fiducia nel fatto che i prezzi delle case continuino a crescere nel tempo, alla banca non importa che un certo numero di famiglie non riesca a pagare le rate, sarà sempre possibile rivalersi in futuro su immobili il cui valore è cresciuto nel tempo. Alla banca non interessa il futuro delle famiglie. Con un mercato immobiliare in pieno boom avrà i suoi guadagni, nonostante il fallimento del singolo debitore. Come è tutelata la banca B? Se le due condizioni sono verificate, la banca B non dovrebbe avere problemi a prestare soldi alla banca A, oppure ad acquistare il titolo. Di solito, però, nel passaggio dalla banca A alla banca B interviene un altro operatore: tipicamente una compagnia assicurativa. Il suo ruolo è cruciale, perché garantisce la bontà del credito sottostante al titolo e quindi permette che possa essere comprato e venduto sul mercato. Senza questa assicurazione tutto il processo si bloccherebbe: non solo la banca B sarebbe più riluttante a comprare il titolo dalla banca A, ma la stessa banca A non attiverebbe il processo di cartolarizzazione (cioè di creazione di titoli a partire dai mutui). Tecnicamente il processo di solito non viene gestito dalla banca A, ma da una entità finanziaria creata appositamente: il cosiddetto special purpose vehicle (Spv), che acquista il titolo in cui i mutui sono incorporati, permettendo quindi alla banca A di rimuovere questi mutui dai suoi bilanci e di sostituirli con liquidità. Questa è l’anatomia del sistema di asset-backed securitization che è cresciuto a dismisura negli Stati Uniti negli anni Novanta e Duemila. La diffusione di questa “innovazione finanziaria” permette prospettive di ripartizione del rischio per gli operatori finanziari mai viste prima. Questo ha indotto gli operatori stessi a una concorrenza sempre più ampia per fornire credito, soprattutto immobiliare, spingendo al rialzo la domanda di investimento immobiliare, e quindi i prezzi. A loro volta, prezzi immobiliari più alti e, soprattutto, la fiducia in continui rialzi futuri, hanno innescato un meccanismo di accelerazione, inducendo a rafforzare il meccanismo che a sua volta generava una ulteriore spinta della domanda di mutui e dei prezzi delle case, e così via. A partire dal 2001, i tassi di interesse estremamente bassi hanno alimentato ulteriormente il processo. Era normale che le banche offrissero alle famiglie di rinegoziare il mutuo, aumentando l’ammontare del prestito (visto che nel frattempo il “valore” della casa era aumentato) fornendo in questo modo liquidità che permetteva l’aumento del consumo delle famiglie. Quella che oggi si chiama “bolla immobiliare” è nata sulla base di un meccanismo razionale di ogni entità bancaria sostenuto da un ingrediente centrale, che non poteva essere vero per sempre: le aspettative euforiche sull’andamento futuro dei prezzi immobiliari. Quando arriva la crisi? Non era difficile prevedere che, a un certo punto i prezzi immobiliari non sarebbero potuti aumentare al ritmo di prima. Nessuno poteva prevedere quando, ma che sarebbe successo era inevitabile. Ma il pensiero dominante nell’economia e nella politica rideva di queste previsioni e parlava di un “nuovo paradigma”: la fine dei cicli di boom e recessione in base alle nuove conoscenze della matematica applicate alla finanza. Il punto è che con un meccanismo come quello descritto precedentemente era escluso un qualche tipo di atterraggio morbido. Era sicuro che ci sarebbe stato un crollo e soprattutto, che avrebbe coinvolto l’insieme del settore contemporaneamente, dalla periferia di Boston alle spiagge della California. Paesi come la Nuova Zelanda, l’Irlanda, la Spagna o la Gran Bretagna dove c’erano state speculazioni simili sulle abitazioni avrebbero avuto la stessa sorte. La seconda condizione perché il processo di Abs stesse in piedi veniva quindi a mancare. Ma improvvisamente, proprio perché il crollo è generalizzato, viene anche a mancare la prima, che la rischiosità delle famiglie sia sufficientemente diversificata. Il crollo generalizzato dei prezzi immobiliari (non solo negli Usa) corrisponde alla realizzazione di un rischio che non è diversificabile: se fallisce la famiglia della periferia di Boston, la banca non può recuperare la perdita con il boom del mercato immobiliare della California, perché entrambi crollano. Se il processo di cartolarizzazione che abbiamo descritto si blocca, se nessuno vuole più quei titoli (gli Mbs), il loro prezzo crolla. Ma se la banca B ha molti di questi titoli in bilancio, ecco che crolla il valore delle sue attività rispetto alle passività. Se lungo la catena del processo di produzione e distribuzione di questi titoli le banche di “tipo B” sono molte, le società di assicurazione che garantivano il funzionamento del sistema si trovano a far fronte a una richiesta di copertura dei rischi alla quale non sono in grado di far fronte. Quindi non possiamo sorprenderci che la compagnia assicurativa Aig o che le agenzie pubbliche di garanzia dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac siano crollate. Come uscire dalla crisi? Sia in Europa che negli Usa le banche centrali hanno assicurato liquidità al sistema finanziario e infine promesso (dopo la bancarotta della Lehman Brothers) che nessuna banca sarebbe stata lasciata fallire. Così facendo hanno bloccato l’emorragia, per ora, ma il sistema finanziario è ancora malato. Non è solo un problema di liquidità, ma di solvibilità di banche e assicurazioni. Senza l’aiuto pubblico il sistema sarebbe collassato. Esistono migliaia di miliardi di euro di titoli che oggi vengono chiamati “tossici”, che valgono una piccola frazione del prezzo che figura nei bilanci delle banche, delle assicurazioni, delle aziende e dei governi. Si discute di farli acquistare dalle banche centrali che, col denaro dei contribuenti, si accollerebbero il costo del salvataggio. Ma a che prezzo dovrebbero essere comprati? E perché il sistema finanziario privato dovrebbe avere tutti questi soldi pubblici quando fino a ieri management e azionisti si spartivano profitti favolosi e ancora oggi pagano bonus e dividendi? Le banche pretendono addirittura che le ingenti risorse pubbliche necessarie per la sopravvivenza del sistema finanziario non comportino il diritto degli Stati di intervenire nella gestione di banche e assicurazioni. I profitti sono privati, le perdite pubbliche, perché ci spiegano contriti, “non si può permettere il crollo del sistema finanziario”. Il sistema finanziario attuale merita il fallimento, con la cricca di speculatori che lo domina. Ma le banche servono all’economia. Che siano dunque nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori delle banche, del governo e dei sindacati. La nazionalizzazione delle banche e delle assicurazioni è un passo decisivo per abbattere il potere della borghesia e iniziare una trasformazione sociale. Se ieri questo programma poteva considerarsi patrimonio di una ristretta fascia di rivoluzionari, la crisi economica mondiale costringe miliardi di persone a porsi le stesse domande: come evitare che accadano crisi come questa in futuro? Come uscirne? Negli anni ‘30, l’uscita della crisi arrivò solo con la spaventosa carneficina della seconda guerra mondiale e venti anni di orrori del nazifascismo. L’umanità deve evitare follie del genere, può farlo togliendo ai banchieri, agli speculatori, ai padroni e ai loro governi le leve dell’economia e prendere il destino nelle nostre mani.
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