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Una voce dalle Cooperative: c'è bisogno di esempi! PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da Giorgio Chiaranda - Andrea Davolo   
Venerdì 27 Gennaio 2012 16:18

Nell’area di Piacenza si sono recentemente registrate alcune vertenze, anche con caratteristiche di radicalità e conclusesi con la netta vittoria, guidate dai lavoratori migranti impiegati nelle cooperative di servizi. Abbiamo intervistato Malko Dritan, lavoratore migrante che ha condotto due scioperi della fame per denunciare i soprusi subiti nelle cooperative dell’area.

Dove lavoravi e con che mansione?
Per la cooperativa “La Casa del Lavoro”. Facevamo macellazione per conto della ditta Sole, ma per la cooperativa era più conveniente il contratto nazionale della logistica. Insaccavo sottovuoto pezzi di carne che arrivavano su un nastro trasportatore. Facevo due-tre pezzi ogni quindici secondi. Fino a dieci ore, con mezz’ora di pausa, ma molte ore non venivano registrate. Io sono robusto, ma qualcuno è svenuto mentre lavorava.

Perché hai iniziato il primo sciopero della fame?
La cooperativa ha perso l’appalto quando è emersa una frode fiscale per seicento milioni di euro. Ne è subentrata un’altra, Unigest. Una cooperativa dovrebbe funzionare attraverso un’assemblea dei lavoratori. Invece si sono presentati ai cancelli con i nuovi contratti di lavoro e ci hanno detto: prima firma, poi lo leggerai! Io mi sono rifiutato ed ho iniziato il primo sciopero della fame.
Hanno fatto un contratto per cui possono chiamarti solo quando hanno più lavoro, inoltre puoi essere trasferito a Mantova, Reggio Emilia, Brescia, Parma, senza preavviso.
Alcuni, come me, hanno avuto contratti a tempo indeterminato, ma con un mese di prova, altri l’apprendistato o il part-time. Che apprendistato deve fare, che prova deve dare una persona che lavora lì da anni?

Chi ti ha aiutato?
Devo ringraziare Rifondazione comunista, e l’Usb.

Come si è concluso il primo sciopero?
Si è aperto un tavolo in Provincia, la committenza si era fatta garante della mia reintegrazione entro quattro mesi: intanto mi hanno assunto in un’altra cooperativa, e poi trasferito a Isi Logistica. Scaricavamo i container a mano, in estate si arrivava a 50 gradi. Poi anche Isi Logistica ha avuto guai con la finanza, ha perso l’appalto. È subentrata Altea, che ha riassunto tutti (riducendo lo stipendio del 10%), tranne me che sono stato trasferito ad altro appalto. Intanto erano passati i quattro mesi ed Unigest ha cercato scuse, anche infamanti, per non reintegrarmi, fino a quando ha messo tutti i suoi dipendenti in cassa integrazione. Io lavoravo ancora per Isi Logistica, ma non mi pagavano da due mesi. Mi sono dimesso per protesta ed ho ricominciato lo sciopero della fame, perché si deve sapere che le cooperative sono terra di nessuno.

Come hanno reagito i tuoi colleghi di lavoro?
Molti mi stanno esprimendo solidarietà, sempre di nascosto dall’azienda, perché hanno paura, soprattutto quelli che hanno una famiglia da mantenere qui in Italia.

La reazione del sindacato come è stata?
La Cgil inizialmente s’è dichiarata contro queste forme di lotta, poi ha espresso generica solidarietà, senza dare nessun sostegno concreto.

Che aiuto ti ha dato il Prc?
Io avevo preso la tessera del Prc con qualche perplessità: mi sento più a sinistra di Rifondazione. Invece il Prc è stato indispensabile: Bob, il segretario provinciale, e tutti i compagni mi hanno dato un grande aiuto attraverso l’appoggio politico, umano e anche materiale, con una cassa di resistenza.

Quando una lotta assume caratteristiche di vertenza individuale, diventa disperata, a meno che il sindacato non sia in grado di allargare il fronte della lotta.
Purtroppo questa seconda volta mi sento isolato, non riusciamo a coinvolgere i lavoratori e attirare l’attenzione dei media.
Il mio sindacato, l’Usb, mi sta aiutando, anche ospitandomi nella sua sede, ma nelle cooperative ha poco radicamento.
Io sapevo che sarebbe stato difficile. Non ho pretese. L’importante è dare l’esempio.

Che un lavoratore sia costretto a fare lo sciopero della fame è una lotta che segnala una sconfitta, anche del sindacato, che non è riuscito a tutelarlo con la lotta collettiva.
È vero, ma bisogna seminare, il più possibile, in diversi modi, non solo con questo tipo di azioni.

 

 
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