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| Scritto da Deborah Pezzani | |||
| Martedì 20 Ottobre 2009 05:27 | |||
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La sfida delle lavoratrici
Da quasi un mese alla Spx di Sala Baganza (Parma) continua la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici contro la decisione della messa in mobilità di 45 di loro. Questa multinazionale americana, leader nel settore della produzione e della riparazione di apparecchiature diagnostiche per veicoli, vuole chiudere l’intero reparto produttivo dello stabilimento insieme al magazzino. Questa decisione non è dovuta alla crisi ma esclusivamente a logiche di riassetto aziendale in vista di nuovi e più facili profitti altrove (vedi articoli su www.mappadeiconflitti.org). Fuori dai cancelli non solo chi è “a rischio”, ma tutti si sono uniti per rispondere a quest’ennesimo episodio di arroganza padronale. Abbiamo intervistato Simona Paini (Fiom Cgil) e Grazia Quotisti dei reparti prossimi a chiusura che da una giorno all’altro, insieme ai loro colleghi, si sono ritrovate con la lettera di mobilità fra le mani. La vostra lotta ha colto tutti di sorpresa per metodi, parole d’ordine ed efficacia. Voi come l’avete vissuta? Sicuramente con quello che siamo riusciti a mettere in campo abbiamo fatto fare dei grossi passi indietro all’azienda (ritirando la mobilità, ndr) e qualsiasi nuova decisione sarà certamente più calibrata. L’importante ora è continuare ad avere fiducia e rimanere uniti. Loro giocano sulla nostra stanchezza, che in effetti inizia a sentirsi. Alcuni colleghi a volte si scoraggiano ma dobbiamo continuare in questa direzione. Come donne ci rendiamo conto quanto sia importante, non mollare proprio adesso. Non puoi permetterti di scoraggiarti quando si hanno dei figli da mantenere, genitori anziani da assistere, rate del mutuo da pagare e magari sei sola ad occuparti di tutto questo. Così, il sostegno che viene dall’esterno è molto importante; associazioni, partiti e la gente del paese ci mostrano quotidianamente la loro solidarietà. Questo è un motivo in più che ci dà forza nonostante stiano diventando molto pesanti i ritmi da sostenere. Perché essere sempre qui ai cancelli significa non avere neanche più tempo o la forza per fare la spesa. Avete discusso tra di voi e con i colleghi della vostra partecipazione a questa battaglia? I vostri compagni e i vostri famigliari più in generale cosa ne pensano, vi sentite supportate? Garantiamo sempre la nostra presenza anche se le nostre esigenze sono diverse rispetto ai colleghi, specie quelli più giovani, che in generale non devono rendere conto ad una famiglia, a dei figli o alla gestione della casa più in generale, cose che di solito competono a noi donne. Per questi motivi per noi diventa molto importante l’apporto che ti viene dato dai genitori o dal proprio compagno. Per una donna in una situazione normale con dei figli e un marito che ti vorrebbe sempre a casa diventerebbe molto difficile essere presente perché non ti senti capita, non hai un appoggio o non sai dove lasciare i figli oltre l’orario di scuola. Alcune di noi si trovano in questa situazione e tenere il morale alto diventa più difficile. Dobbiamo far capire ai nostri famigliari che difendendo il posto di lavoro difendiamo anche lo stipendio che portiamo a casa. Abbiamo una cassa di resistenza che finanziamo attraverso le iniziative e parte del salario dei colleghi che entrano. Di fatti questa forma di solidarietà economica ci permette di continuare ad andare avanti. Dovremo fare comunque delle rinunce ma quello che stiamo facendo ora lo facciamo per avere una prospettiva. Se qui finisce per noi sarà molto più difficile domani trovare da lavorare, primo perché siamo donne e poi perché alcune di noi hanno già un’età che và dai 40 ai 50 anni per cui è sempre più difficile trovare lavoro. L’unica prospettiva, se ci va bene, sarebbe quella di andare a fare le pulizie. In questo senso è più complicato far capire cosa significa per noi la possibilità che ci si prospetta se saremo lasciate a casa.
Noi ci siamo ritrovate all’improvviso in questa situazione, prima non eravamo mai state attive ed eravamo in pochissime iscritte al sindacato. Non ne sentivamo il bisogno.
Un cambiamento c’è stato. Sicuramente si è formato un nocciolo duro che ha fatto dei passi in avanti ulteriori rispetto a com’era prima, sia dal punto di vista sindacale sia alla possibilità di organizzarsi in un futuro. In generale anche solo il modo in cui leggiamo i giornali è cambiato ed è cambiato anche l’interesse verso quello che accade più in generale nel mondo politico. Prima non era così, questa non era una fabbrica sindacalizzata, per questo l’azienda pensava di poter fare ciò che voleva in modo indolore e la nostra reazione li ha colto tutti di sorpresa, noi comprese.
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