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Safilo (Udine) - Milioni ai manager, lavoratori per strada PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da Patrick Del Negro   
Venerdì 17 Aprile 2009 05:47

Gli effetti della crisi sono sopraggiunti in maniera dirompente anche nella provincia di Udine. Il fenomeno può dirsi inequivocabilmente generalizzato, smentendo seccamente coloro i quali per anni hanno messo su un piedistallo il modello produttivo del Nord-Est, infatti i lavoratori interessati dagli ammortizzatori sociali nella sola provincia di Udine sono circa 10 mila.


In questo preoccupante quadro occupazionale si situa la crisi che sta riguardando la Safilo, un’azienda di occhiali di marca con stabilimenti a Santa Maria di Sala e Longarone nel Veneto, e in provincia di Udine a Martignacco e Precenicco. Sul totale degli occupati negli stabilimenti friulani, circa un migliaio, l’azienda ha annunciato 800 esuberi, in sostanza la chiusura definitiva delle sedi produttive e il trasferimento dei macchinari verso un nuovo insediamento industriale da 2 mila addetti in Cina.

Da dove nasce la “crisi”?

Già nel 2005 il Gruppo Safilo, per realizzare un’operazione finanziaria di carattere assai rocambolesco, stabilì la chiusura di diversi stabilimenti, tra cui quelli di Calalzo in provincia di Belluno e di Coseano in provincia di Udine, un’operazione di ristrutturazione complessiva che viene spiegata così da alcuni lavoratori in una lettera: la famiglia di Vittorio Tabacchi (azionista di maggioranza) prima ha fatto uscire la Società dalla borsa per acquistarne le quote dei fratelli, indebitandosi con le banche dando in garanzia le stesse azioni che acquistava, poi con “giri societari” ha di fatto trasferito tale indebitamento sulla società stessa. La musica è la stessa dei tracolli finanziari del recentissimo passato, i vari crack Cirio, Parmalat ecc. I padroni fanno ricadere i propri debiti su aziende che in sé sarebbero produttive e ne causano il tracollo. In compenso a chi ha amministrato l’azienda in questi anni con così grande perizia, gli ex amministratori delegati Roberto Vedovotto e Claudio Gottardi, è stato riconosciuto un lauto stipendio rispettivamente di 7 milioni di euro e di quasi 2 milioni di euro.

La risposta dei lavoratori

La reazione dei lavoratori negli stabilimenti non si è fatta attendere. All’indomani del comunicato aziendale sugli esuberi i lavoratori si sono spontaneamente organizzati per presidiare gli ingressi delle fabbriche e impedire così eventuali spostamenti dei macchinari. Il disinvolto benservito dell’azienda ha suscitato rabbia tra gli operai che si sono sentiti presi in giro.
La domanda più frequente che i lavoratori si sono posti è stata questa: “com’è possibile che dalla pressante richiesta di straordinari, di aumento della produttività, anche a scapito della nostra salute, oggi ci venga detto che dobbiamo andare a casa?”. Fin da subito i lavoratori hanno iniziato ad interrogarsi sui metodi di lotta e sulle sue finalità. Alcuni di essi non hanno avuto alcun timore a dichiararsi disposti anche ad occupare gli stabilimenti per salvaguardare il sacrosanto diritto a mantenere il proprio posto di lavoro. In questo contesto presso i presidi permanenti anche la federazione di Udine di Rifondazione comunista è intervenuta, non solo per solidarietà ai lavoratori, ma anche per confrontarsi con essi sulle richieste da avanzare e sulle forme di lotta più efficaci per raggiungere gli scopi prefissati. Subito è parso chiaro che un punto imprescindibile risiede nel respingere qualsiasi ipotesi di licenziamento e che è necessario coordinare la lotta anche con gli altri stabilimenti, in primis con quello vicino di Precenicco, ma anche con gli altri, come è avvenuto lunedì 23 marzo in occasione dello sciopero di tutto il gruppo, che ha riscontrato un successo e ha dimostrato la reattività solidale dei lavoratori. La soluzione sta nelle mani dei lavoratori, nella loro capacità di reagire con tenacia all’offensiva padronale, con la consapevolezza che sono numerosi i problemi che hanno di fronte, innanzitutto il pericolo di un lento logoramento dovuto alle estenuanti trattative con il padrone e anche una malriposta fiducia in alcune figure politiche locali, molto generose a parole, ma assai discutibili nei fatti.
Gli esempi da cui trarre ispirazione per i lavoratori Safilo sono numerosi in questa fase di riscossa operaia, dalle fabbriche della Francia in cui i dirigenti vengono costretti a fare i conti con la situazione drammatica dei dipendenti, alla combattività di Pomigliano, alla caparbietà dei lavoratori della Innse Presse di Milano. Il messaggio è lo stesso: solo la lotta paga!
 
8 aprile 2009

 

 
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