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Il 14 dicembre è andata in onda la prima di una commedia tragicomica in quel palcoscenico del G.B.Vico di Pomigliano d’Arco e cioè il battesimo della Nuova Panda, alla quale hanno partecipato centinaia di giornalisti, le istituzioni, i ministri Fornero e Passera, il governatore campano Caldoro, i segretari dei sindacati firmatari dell’accordo e altri. C’erano naturalmente Marchionne ed Elkann con una cornice per l’evento di circa 600 tifosi scatenati, tra colletti bianchi e operai, entrati da poco a far parte della grande famiglia.
Questo è quanto sinteticamente hanno riportato la maggior parte dei giornali, ma per dovere di cronaca ci sarebbe da aggiungere molto altro e non tutti l’hanno fatto. C’è da dire innanzitutto che i festeggiamenti si sono svolti rigorosamente a porte chiuse in un clima da G8.
Carabinieri e poliziotti erano posizionati in assetto antisommossa, decine di blindati avevano circondato completamente lo stabilimento e come se non bastasse, erano presenti Digos, polizia municipalizzata, polizia stradale e guardia di finanza, insomma mancava solo l’esercito. Crediamo di non dimenticare nessuno, ma tutto ciò aveva dell’incredibile.
Noi eravamo lì, fuori ai cancelli di quella fabbrica, insieme ai compagni del Prc, ai compagni della sinistra radicale, ai movimenti, ai sindacati di base, agli studenti, ai semplici cittadini. Eravamo con la nostra Fiom-Mobile per manifestare in maniera pacifica, per raccontare le schifose intimidazioni e le pressioni psicologiche nei confronti degli attivisti della Fiom.
Eravamo lì per denunciare pubblicamente la ghettizzazione nei confronti dei lavoratori che la Fiat ha “rotto”, i cosiddetti Rcl, cioè con ridotte capacità lavorative perché non più in grado per motivi di salute di poter svolgere alcune attività lavorative. Presidiavamo i cancelli della nostra fabbrica per difendere e rivendicare il valore della dignità della classe operaia ancora una volta presa a calci nel culo. Ed eravamo lì per spiegare la realtà dei fatti, a chi ancora non è al corrente che in quella fabbrica ci sono circa 4mila operai ancora in cassa integrazione e che chissà se mai più saranno reintegrati.
All’interno i giornalisti si sono alternati con varie domande alle quali il “salvatore” rispondeva più o meno sinteticamente e in maniera arrogante, soprattutto a coloro che ponevano domande scomode, rimanendo sempre sul vago e senza mai dare delle risposte chiare sul futuro di coloro che ancora non sono rientrati in fabbrica. Poi a coronare la festicciola c’erano gli unici spettatori autorizzati, quei pochi lavoratori freschi riassunti in Fabbrica Italia Pomigliano, composti da capi, capetti e tutta la direzione, messi lì apposta per applaudire smodatamente.
Affisso al grattacielo che sovrasta l’area dinanzi alla fabbrica è stato messo un telone grandissimo sul quale compare un enorme mosaico umano, composto da tanti operai messi in modo tale da raffigurare la Nuova Panda, sulla quale capeggia una gigantesca scritta: “noi siamo quello che facciamo”. Ecco, ora tutto ci è più chiaro, il disegno e il messaggio subliminale messo a grandi lettere, con sfondo un cielo azzurro, sono la risposta al grande enigma, siamo: macchine… oppure il rebus potrebbe avere anche un’altra soluzione, siamo: Panda… operai in via d’estinzione?
Noi non crediamo di esserlo, e anzi faremo di tutto per farci sentire, per allargare la partecipazione operaia che, seppur si è manifestata attraverso la solidarietà espressa da delegazioni di varie fabbriche, denota a nostro avviso ancora una scarsa ripresa di forza e coraggio.
È difficile in questo contesto mostrarsi e lottare, dal momento che la Fiat indisturbata viola tutte le regole democratiche. Questa fase è forse la più dura da quando è iniziata la vertenza, ma proprio questo aspetto rende ancora più determinante il nostro impegno, nell’isolamento in cui tanti operai sono sprofondati, non coscienti delle loro capacità di poter sovvertire lo scenario esistente, sempre più spesso credono di non avere speranze di risollevare le proprie sorti.
Proprio per questo la Fiom sicuramente poteva investire di più sul presidio, per farlo essere l’occasione di ripresa di un dialogo con gli operai e iniziare a svelare l’ipocrisia del piano Marchionne alla prova dei fatti.
Non possiamo limitarci ad una guerra mediatica-giudiziaria. È giunto invece il momento di contrattaccare proponendo un nuovo percorso di mobilitazione e rivendicazioni più chiare, che sia da stimolo per riprendere un ragionamento fin da subito sulla vertenza e sui suoi sviluppi per i mesi a venire.
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