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Una vertenza ricca di lezioni
La vertenza Manzini (Parma) si è conclusa il 23 febbraio scorso con la firma dell’accordo che prevede la mobilità volontaria di 40 lavoratori (35 della Manzini e 5 della Comaco, azienda dello stesso gruppo). Dopo l’acquisizione da parte di Rossi&Catelli delle società Manzini e Comaco appartenenti alla svizzera Sig, la nuova proprietà nell’autunno scorso, dichiarava che nel nuovo gruppo che andava costituendosi ci sarebbero stati 63 esuberi, tutti nella sola Manzini, chiedendo ufficialmente l’apertura delle procedure di mobilità. Era ormai chiaro a tutti che il nuovo gruppo che da aprile si chiamerà Cft, sarebbe dovuto nascere a spese di noi lavoratori.
La nostra risposta non si è fatta attendere troppo. Abbiamo messo in campo una serie di iniziative pubbliche culminate con un’assemblea molto partecipata, anche se purtroppo ad intervenire sono state solo le istituzioni. Abbiamo provato fin dall’inizio a portare la nostra vertenza fuori dalle quattro mura della fabbrica, cercando di legarla ad altre esplose nel territorio, una su tutte quella della Star, consci che solo se lotta si fosse estesa ad altre realtà sarebbe stata vittoriosa. Abbiamo provato a coinvolgere la cittadinanza con sistematici volantinaggi affiancati a scioperi con manifestazioni davanti a quotidiani e Tv locali. Siamo riusciti a coinvolgere le Rsu delle altre aziende del gruppo e abbiamo ricevuto la solidarietà di svariate fabbriche.
Le nostre richieste consistevano in un piano industriale di almeno tre anni che desse prospettive e garanzie occupazionali per tutti i dipendenti del nuovo gruppo e niente licenziamenti coercitivi.
Dopo mesi di muro contro muro, pressioni e scioperi, la nuova proprietà decide prima
di ridurre a 40 il numero degli esuberi ed infine di accettare la proposta avanzata dai sindacati della mobilità volontaria dietro incentivo.
A fronte di cifre medie di 16-18 mila euro ottenute dopo estenuanti trattative, i lavoratori disposti a lasciare l’azienda volontariamente erano ben più dei 40 richiesti, anche lavoratori qualificati che, pare, l’azienda non era disposta a lasciarsi scappare di mano.
Anche se non completamente, con la firma dell’accordo l’azienda ha accolto le richieste del sindacato garantendo la piena occupazione a tutti i dipendenti del gruppo per i prossimi due anni ed eventualmente discutendo forme di ammortizzatori sociali nel caso in cui fra tre anni si dovesse essere in presenza di una crisi internazionale di settore verificabile e riconosciuta, investimenti in ricerca e sviluppo, formazione del personale ecc.
Come detto non si tratta di una vittoria, ma è certamente l’ennesima dimostrazione che solo la lotta paga, l’unità e la determinazione dimostrate dai lavoratori sono state l’arma fondamentale che ha consentito di far fronte ai continui attacchi padronali. Si sarebbe potuto ottenere di più se la lotta non fosse di fatto rimasta isolata, se la richiesta dell’attivazione di una cassa di resistenza realmente funzionante, di uno sciopero generale provinciale e di un coordinamento con altri lavoratori in lotta, richieste da noi avanzate sin dal primo momento, non fossero cadute nel vuoto.
Ma davanti alla decisione spontanea di decine di lavoratori di abbandonare l’azienda dietro incentivo, non rimaneva altro che prenderne atto. Quali sono state le motivazioni che hanno spinto dei lavoratori in precedenza così combattivi e determinati ad accettare la mobilità volontaria incentivata?
La vertenza Manzini si è infiammata proprio in concomitanza con la fase più acuta del rinnovo del contratto dei metalmeccanici e agli scioperi si sono sommati altri scioperi provocando, di fatto, un salasso nelle già abbondantemente erose risorse operaie, se si considera che le prospettive nel nuovo gruppo sono quelle di lotte aspre per la salvaguardia del contratto aziendale notevolmente più avanzato rispetto alle altre società Cft, è evidente che, con l’innegabile aggiunta di fattori personali, c’erano tutti i presupposti per convincere dei lavoratori stanchi e logori da mesi di sacrifici a trovare in altre realtà una nuova collocazione.
Si è chiuso un capitolo, ma i lavoratori della Manzini sono perfettamente consapevoli che non finisce qui, che a breve bisognerà riprendere a lottare per la salvaguardia dei diritti acquisiti e per la loro estensione anche alle altre aziende del gruppo, consci che la solidarietà, la determinazione e l’unità fin qui dimostrate pagheranno ancora una volta.
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