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Mangiarotti nuclear - Imparare da una lotta PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da Daniela Agoletti*   
Lunedì 12 Luglio 2010 04:27

L’odissea degli operai della Mangiarotti Nuclear (azienda di Milano che si trova accanto agli stabilimenti della vecchia Breda) è iniziata poco prima dello scorso Natale. Di certo i lavoratori non hanno gradito il regalo trovato sotto l’albero: l’azienda ha annunciato la chiusura dello stabilimento in vista dell’apertura di un secondo polo produttivo ai confini con la Slovenia, dove è più facilmente reperibile manodopera a basso costo.


C’è stata una prima ondata di cassa integrazioni, seguita da un irrigidimento dei sistemi di controllo all’interno dell’azienda, giunti in tempi recenti al parossismo: una sirena, non dissimile da quelle che annunciavano i bombardamenti aerei, risuona ora fra le pareti della fabbrica per dare inizio alla pausa pranzo. E gli operai scendono in presidio per la prima volta nel mese di dicembre del 2009 e da lì si alternano a turni davanti allo stabilimento per tutto l’inverno, perché quella fabbrica non chiuda, perché il padrone non porti loro via il lavoro.

Se dovessi scegliere due termini per definire le discussioni fatte con gli operai della Mangiarotti, sarebbero “facili” ed “istruttive”. Facili perché gli operai, ancora una volta in presidio di fronte ai cancelli della propria azienda, accolgono con entusiasmo l’arrivo di attivisti della sinistra, dei sindacati e dei centri sociali interessati a conoscere i progressi della loro lotta. Istruttive perché le caratteristiche di questa battaglia hanno qualcosa in comune con la lotta vittoriosa che abbiamo visto svolgersi alla Innse quasi un anno fa, eppure presentano alcuni elementi essenziali e peculiari, come la versatilità tattica e una discussione democratica in continua evoluzione.

La scelta fatta qualche mese fa, approvata a larga maggioranza dall’assemblea dei lavoratori, si è rivelata fallimentare: dopo che gli operai hanno concesso ai padroni di trasferire una delle cinque linee di produzione nella nuova sede di Trieste, questi non hanno rispettato l’accordo che ne conseguiva e le restanti commesse di lavoro sono state inevitabilmente dislocate lontano da Milano, fuori da quel polo produttivo di viale Sarca che si tenta di distruggere. C’è stata poi l’occupazione – subito bloccata – degli uffici dell’azienda, il tentativo di impedire la fuoriuscita dei macchinari restanti e infine un nuovo presidio, più compatto e combattivo dei precedenti. Sebbene esista una sentenza giudiziaria in loro favore, gli operai hanno preso coscienza che solo il tener testa all’azienda in maniera diretta, e non attraverso espedienti istituzionali, porterà a dei risultati concreti: come a dire che solo la lotta paga.

Ed è così che li troviamo ancora una volta asserragliati nella grande tenda attrezzata, poco oltre il cancello sul quale torreggia ancora la scritta “Breda”, intenti a discutere sul da farsi. E si tratta di una discussione proficua, intelligente e accesa. La gran parte dei lavoratori che in prima istanza aveva considerato utile cedere di un passo per ottenere la ripresa del lavoro all’interno della fabbrica, ora si prepara ad una lotta ad oltranza, il cui risultato dipenderà dalla tenacia con la quale difenderanno le loro ragioni, il loro diritto al lavoro. E questi lavoratori, come tanti altri nelle loro fabbriche in lotta – gli operai della Colombo di Agrate, i dipendenti dell’ex Eutelia, dell’Aprilia e della Novaceta – non sembrano intenzionati ad arrendersi.

Nessun padrone può nascondersi dietro un dito: la crisi economica c’è, è più forte che mai, è il freddo fuoco d’artificio del capitalismo sfrenato degli ultimi anni; eppure la Mangiarotti rimane un’azienda estremamente produttiva, con un fatturato da capogiro e un mercato, quello europeo, assolutamente florido.

Gli operai della Mangiarotti sembrano sapere che se non arretreranno, se sapranno condurre la loro battaglia in maniera compatta, democratica e audace come hanno ampiamente dimostrato fino ad oggi, riusciranno ad impedire che il padrone ottenga il massimo profitto dimenticando di pagarne il prezzo. Che siano giovani assunti in tempi relativamente recenti o operai di vecchia data prossimi alla pensione, dovranno guidare fianco a fianco una lotta serrata e l’intervento di militanti politici e sindacali può essere estremamente positivo, nella misura in cui contribuisca alla discussione, portando alla luce elementi propositivi e quanto appreso nel corso di altre vertenze.

Alla fine, solo il coordinamento di questa vertenza con quella di altre fabbriche in crisi sia sul territorio di Milano che su scala nazionale potrà portare alla vittoria.


* Coordinamento Giovani Comunisti di Milano

7 luglio 2010

 
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