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| Lasme 2 - “Gli imprenditori come squali i lavoratori come tigri” |
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| Movimento operaio | |||
| Scritto da Jacopo Renda | |||
| Venerdì 11 Settembre 2009 07:26 | |||
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La storia di lavoratori della Lasme 2 di S. Nicola di Melfi (Pz) potrebbe essere la storia delle aziende in crisi di questo autunno. Una storia di arroganza e di cinismo padronale ma anche una importante esperienza di lotta nella quale tanti lavoratori che, generalmente non si occupano di politica e di sindacato, pagano sulla loro pelle una crisi che non hanno provocato e decidono di prendere in mano il loro destino. La Lasme è un azienda di 174 lavoratori tra i quali ci sono molti giovani e molte donne. Un’azienda che produce alzavetri ed è monocommittente per Fiat. Fa parte delle tante medie imprese che si sono sviluppate attorno al “prato verde” della Fiat Sata di Melfi e che in questi anni hanno fatto la fortuna di quegli imprenditori che sotto l’ala protettiva della Fiat, lautamente finanziati di soldi pubblici dello stato e delle Regioni, hanno potuto sfruttare le caratteristiche di una fabbrica senza tradizione sindacale e con una manodopera da sempre disponibile alle esigenze aziendali per “il bene comune”.E ancora fino al mese di Luglio tutto sembrava funzionare. L’azienda di S. Nicola di Melfi non ha particolari problemi di mercato e non rischia a breve di concludere il periodo di cassa integrazione ordinaria, anzi il mese di Luglio è un mese con grandi carichi di lavoro per gli operai. è all’inizio di agosto che la famiglia Pellegri, proprietaria della Lasme, decide di chiudere lo stabilimento avviando la procedura di mobilità e spostando la produzione a Chiavari in Liguria, forte anche delle scorte accumulate con i picchi produttivi degli stabilimenti lucano. è allora che gli operai della Lasme, anche sotto la spinta dell’esempio della lotta dell’Innse di Milano, decidono di dare vita ad un presidio permanente fuori dai cancelli dell’azienda per evitare che i macchinari vengano portati via e 7 di loro decidono di salire sul tetto della fabbrica come atto estremo teso a dimostrare che non hanno alcuna intenzione di abbandonare lo stabilimento e che scelgono forme di lotta dura ed a oltranza. I lavoratori sono assolutamente determinati ad andare fino in fondo, capiscono che per loro giovani e spesso sposati tra loro gli ammortizzatori sociali proposti dal governo e da alcune sigle sindacali non solo non sono una soluzione ma li condannano ad un futuro di disoccupazione e precarietà. è la loro stessa esperienza concreta, l’arroganza dei padroni che fino al giorno prima hanno negato qualsiasi rischio chiusura a spingerli a forme di lotta radicali come il presidio permanente e l’occupazione del tetto della fabbrica. Fuori attorno al presidio si salda una solidarietà vera, di classe che parte dalle famiglie e dai bambini che giocano sotto il sole cocente di agosto e arriva alla solidarietà di altre aziende dell’indotto, dell’Innse e della Fiat di Pomigliano dalla quale partono due di macchine di delegati e lavoratori per portare il loro sostegno e chiedere una lotta unitaria di tutto il gruppo Fiat e l’indotto. è così che una fabbrica con poche decine di iscritti ai sindacati, nella quale in passato in tanti sono rimasti ammaliati dalle promesse di Berlusconi diventa un luogo in cui al presidio si discute continuamente, si fa la rassegna stampa, si vota in assemblea ogni passo da fare come nella migliore tradizione della democrazia operaia. Sono le donne quelle più combattive, quelle costrette a portare i loro figli al presidio a farli giocare e studiare felici tra i colleghi rappresentando bene una comunità che non si arrende. Proprio le lavoratrici sono quelle che forzano il blocco a Potenza nella manifestazione organizzata sotto la Confindustria lucana e con la loro decisione impongono al padrone la sospensione della procedura di mobilità. I Pellegri in un primo momento accettano ma chiedono che i 7 lavoratori ancora barricati sul tetto scendano. Allora l’assemblea operaia si riunisce, discute e vota. I 7 scendono dal tetto ma il presidio in forma di assemblea permanente resta. Ancora una volta i padroni dimostrano tutta la loro meschinità e si rimangiano la parola data, cui forse troppo facilmente i sindacati, Fiom compresa, avevano creduto. Pretendevano che anche il presidio fosse tolto in modo da avere via libera per portare via macchinari lasciando gli operai a difendere una scatola vuota. La tappa successiva della lotta non poteva che essere una manifestazione sotto il ministero dello sviluppo economico svoltasi il 4 settembre, giorno dell’incontro con il ministro l’azienda a cui era stata richiesta anche la presenza di Fiat che facendo orecchie da mercante ovviamente non si è presentata. Oltre 100 lavoratori sono arrivati a Roma dalla Basilicata dopo un viaggio di oltre 7 ore mentre una cinquantina restavano a presidiare l’azienda. Sotto il Ministero i lavoratori hanno gridato la loro rabbia e la voglia di non mollare, con slogan contro Fiat e Lasme “ladri di futuro” chiedendo di cancellare le procedure di mobilità, rientrare in fabbrica e iniziare nuovamente la produzione. Davanti a queste richieste il governo Berlusconi, confermando la sua natura padronale, ha proposto semplicemente due anni di cassa integrazione straordinaria, che vuol dire non rientrare più in fabbrica. Appena arriva questa notizia i lavoratori non sono affatto soddisfatti, ma non si abbattono, si raggruppano davanti all’ingresso del Ministero e assolutamente compatti gridano “noi la cassa non la vogliamo”, sanno che la lotta è ancora lunga, non é che l’inizio.
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