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La vittoria degli operai della Innse PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da Francesco Bavila   
Venerdì 11 Settembre 2009 07:30
Due anni fa Silvano Genta, grazie alla complicità di varie istituzioni (dall’ex ministro leghista Castelli all’ex presidente della provincia di centrosinistra Penati), era riuscito con pochi spiccioli a mettere le mani su una fabbrica altamente qualificata come la Innse Presse. Nel giro di un anno ha chiuso la fabbrica e ne ha messi in vendita i macchinari, lasciando sulla strada 49 dipendenti con le loro famiglie.
Genta rappresenta uno spaccato molto preciso del capitalismo di oggi: piuttosto che produrre e far funzionare le fabbriche, per i padroni è più conveniente chiudere, smantellare e vendere gli impianti produttivi. Basti pensare che Genta aveva pagato 700mila euro per tutta la fabbrica, mentre successivamente ha venduto solo alcuni dei macchinari al prezzo di ben due milioni di euro. Per non parlare dell’Aedes, la società che possiede tutta l’ex area Innocenti e sta portando avanti un gigantesco progetto di speculazione immobiliare in tutta la zona.

Ma sfortunatamente per loro, questi signori non avevano fatto i conti con gli operai della Innse, che hanno cominciato una lotta durissima a difesa del loro posto di lavoro e contro la chiusura della loro azienda. Per impedire che i macchinari venissero portati via hanno presidiato la loro fabbrica giorno e notte, 24 su 24, per ben 14 mesi resistendo a numerosi tentativi di sabotaggio. Genta, l’Aedes, le istituzioni locali e la polizia hanno cercato in tutti i modi di stanarli, sia con le buone che con le cattive, ma i lavoratori hanno tenuto duro. Non hanno accettato i soliti accordi sulla mobilità, la ricollocazione e il prepensionamento che inevitabilmente prevedono la chiusura dei siti produttivi. E nemmeno si sono lasciati intimidire dallo spiegamento di polizia messo in campo contro di loro. Un primo tentativo di sgombero era già avvenuto il 10 febbraio, ma era fallito. Le forze dell’ordine ci hanno riprovato una seconda volta, mettendo in campo forze ancora più massicce il 2 agosto: 15 camionette di carabinieri e poliziotti hanno scortato i camion e le squadre di tecnici che dovevano smontare e portare via i macchinari già venduti. L’azione è stata fortemente voluta e coordinata dal Ministero degli Interni di Maroni, ben intenzionato ad impedire che i lavoratori di altre aziende in crisi prendessero esempio da quelli della Innse. D’altronde la Lega è il partito “del popolo” solo quando si tratta di vessare gli immigrati, non quando si tratta di difendere i posti di lavoro…

Chi ha pianificato di sferrare l’attacco ad agosto, nella speranza di trovare i lavoratori impreparati ed isolati, ha avuto un’amara sorpresa. Non solo gli operai ancora una volta non hanno mollato, ma nonostante il periodo festivo decine e centinaia di lavoratori di altre aziende, studenti e militanti hanno dato vita ad un presidio permanente. La solidarietà è giunta persino dalla Svizzera, da parte di quegli stessi operai che a Bellinzona hanno messo in campo una vera e propria lotta di popolo a difesa delle loro officine e fin dall’inizio avevano sostenuto la lotta della Innse.

A fronte delle estenuanti e inconcludenti trattative avviate con le istituzioni locali, come estrema forma di lotta quattro operai e un funzionario della Fiom sono riusciti ad eludere il cordone di polizia, rientrare nella fabbrica e a salire su un carroponte a venti metri di altezza, minacciando di gettarsi di sotto se non si fosse raggiunto un accordo che avesse garantito la sopravvivenza dell’azienda. Ne è seguito un drammatico braccio di ferro durato 8 giorni, in cui tutto è stato tentato per isolare e piegare questi lavoratori, ma alla fine gli operai della Innse hanno vinto. Il 12 agosto è stato raggiunto un accordo in base al quale l’azienda veniva venduta al gruppo Camozzi, che si impegnava a riavviare la produzione e a riassumere tutti i 49 dipendenti.

Sembrava una lotta disperata di uno sparuto gruppo di lavoratori “residuali”, e invece ancora una volta la classe operaia ha dimostrato tutta la sua forza straordinaria. In una città in cui la sinistra e il sindacato annaspano contro la deindustrializzazione, la speculazione e la repressione, 49 operai sono riusciti a mettere in scacco Genta e i suoi amici palazzinari, nonché la istituzioni e le forze dell’ordine conniventi con loro.

Certo i problemi non sono tutti risolti. La Innse rimane una piccola riserva industriale in un’area dove la speculazione edilizia è sempre più incombente. E non è certo nel “salvatore della patria” Camozzi che si può riporre fiducia. Anche Genta aveva rilevato l’azienda promettendo di rilanciarla e gli interessi che muovono l’imprenditore bresciano non sono diversi da quelli del suo predecessore e dell’Aedes. Ma quello che conta è che questa vertenza non è finita come tante altre, con la chiusura dell’azienda e il licenziamento dei lavoratori. Gli operai hanno conservato il loro posto di lavoro e hanno fatto ripartire la produzione. Questa lezione non è passata certo inosservata.

Non ci riferiamo tanto a quelle vertenze in cui si è tentato di ricorrere a forme di lotta estreme come quella del carroponte. Ad essere decisiva alla Innse non è stata tanto l’azione eclatante che ha attirato l’attenzione dei giornali negli ultimi giorni, quanto la lunga e dura lotta dei mesi precedenti. La Innse insegna che solo una lotta determinata e intransigente è in grado di difendere i posti di lavoro ed evitare lo smantellamento delle fabbriche. E sarà proprio questa consapevolezza che ritroveremo nelle numerose aziende in cui una situazione simile a quella della Innse c’è già o si presenterà nel prossimo periodo.

 
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