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I costi della crisi a Trieste e la lotta degli operai di Servola PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da Gabriele Donato*   
Venerdì 17 Aprile 2009 05:49

Un migliaio di posti di lavoro a rischio, fra ferriera e indotto: la crisi che da mesi sta piegando l’economia globale ha iniziato a colpire pure quel che resta dell’industria a Trieste.

Negli anni scorsi gli esperti dei giornali economici non facevano altro che parlare delle infinite potenzialità del capitalismo globalizzato: sembrava che le magie del liberismo avrebbero garantito uno sviluppo senza fine... Persino il settore siderurgico avrebbe dovuto continuare a crescere senza sosta grazie  alla libertà dei mercati, e la domanda di acciaio di paesi come Cina e India non avrebbe potuto che fare la fortuna dei produttori! Per l’ennesima volta le bugie dei capitalisti hanno dimostrato di avere le gambe corte: la crisi ha seminato il panico nei mercati a partire dall’estate, nel corso dell’autunno ha travolto la cosiddetta economia reale e nei mesi che stiamo attraversando non si contano, nemmeno in provincia di Trieste, le cosiddette ristrutturazioni.

La domanda che tutti si stanno facendo, di conseguenza, è molto semplice: a chi spetta l’onere di pagare il prezzo di questa crisi? Chi sarà costretto a fare i sacrifici necessari per consentire all’economia di mercato di riprendere a funzionare? Il gruppo Lucchini Severstal (che nel corso egli anni ’90 ha rilevato la ferriera di Trieste), da questo punto di vista, ha le idee chiare: «Non saremo in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali». I dipendenti e le loro famiglie hanno capito immediatamente il pericolo che corrono: come al solito, quando i padroni non sanno che altro fare, mandano a casa gli operai; questi ultimi, di conseguenza, hanno deciso di reagire: all’inizio di marzo hanno raggiunto il centro della città dopo aver formato un corteo a Servola, il rione che ospita la ferriera, e nella piazza principale del capoluogo regionale hanno assediato la sede della giunta regionale, espressione politica di un centro-destra che non ha mai fatto mistero di auspicare la chiusura dello stabilimento.

Dopo pochi giorni hanno presidiato una riunione del consiglio comunale, e all’inizio di aprile hanno manifestato di fronte al consiglio provinciale. Uno lo scopo fondamentale: fare in modo che le istituzioni costringano la proprietà a chiarire le proprie intenzioni sulle prospettive dello stabilimento.

Le risposte, naturalmente, non sono arrivate, e la decisione di operai e delegati di abbandonare il confronto avviato con i consiglieri comunali ha chiarito la loro intenzione di non accontentarsi delle solite chiacchiere; nel frattempo lo stabilimento si è in larga parte svuotato, a causa della cassaintegrazione decisa per più di trecento dipendenti, e la ripresa dell’attività produttiva prevista per giugno è una pura ipotesi, niente affatto rassicurante.

Ma chi è che ha consentito alla Lucchini Severstal, alla Fiat e a tutti i grandi gruppi di continuare a fare profitti in questi anni? Chi è che ha continuato a sudare, lavorando 9-10 ore al giorno, per reggere i continui incrementi dei ritmi produttivi? Chi è che si è messo a disposizione dell’azienda affinché questa potesse approfittare delle congiuntura positiva che la produzione di ferro e acciaio stava attraversando fino a qualche mese fa? Fino all’autunno si produceva a pieno ritmo pur di soddisfare gli ordinativi, e mentre gli operai continuavano a fare straordinari e a correre rischi di ogni genere, in uno stabilimento vecchio di decine d’anni, i padroni facevano profitti d’oro (anche incamerando finanziamenti statali...). Dove sono finiti quei profitti?

«Tredici settimane di “cassa”, poi si vedrà»: è vergognoso che la Lucchini non abbia nulla da dire sul futuro dei propri operai; è giunto il momento che i padroni, italiani o russi che siano, mettano mano al portafoglio: hanno continuato per anni a fare profitti sulla pelle degli operai, e ora non possono defilarsi.

La soluzione sarebbe a portata di mano: si riduca l’orario di lavoro, a parità di salario, in attesa che la crisi si risolva; il lavoro che c’è va diviso fra tutti i dipendenti, senza la perdita di un solo posto di lavoro e senza diminuzioni salariali.

Questo significa che la proprietà dovrà aprire i cordoni della borsa? Certo, ma è proprio quello che devono fare tutti i padroni, in un periodo di recessione: gli operai hanno già pagato! A maggior ragione devono farlo i proprietari della ferriera di Servola: essi non sono solo in debito nei confronti di un territorio che sfruttano (e che inquinano) da anni, ma lo sono soprattutto nei confronti dei loro dipendenti, e si tratta di un debito incalcolabile, visto che non sono mancati gli operai che, negli ultimi anni, dentro la fabbrica hanno perso la vita. Questo debito la proprietà lo deve pagare, e lo deve fare subito: gli operai e le loro famiglie hanno tutto il diritto di pretenderlo.


* Segreteria regionale Prc  Friuli Venezia Giulia

8 aprile 2009

 
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