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| Scritto da Angelo Raimondi | |||
| Martedì 20 Ottobre 2009 05:22 | |||
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“Saliamo sul tetto, facciamo come quelli della Innse”
Due anni fa la Charter International, finanziaria inglese, acquista il gruppo di cui Esab fa parte. I nuovi padroni garantiscono che è loro intenzione investire nell’azienda per renderla più competitiva. In realtà tutte le migliorie annunciate non si realizzano; anzi, a maggio 2009 la proprietà comunica l’intenzione di chiudere il sito di Mesero. I lavoratori si mobilitano; col sostegno della Cub, chiamano in causa le istituzioni a partire dal comune. Organizzano due manifestazioni in paese alla quale aderiscono i cittadini, Cgil, Cub e i partiti, Lega Nord, Pd e Rifondazione. A molti può apparire strana questa commistione, ma Mesero è una realtà dove la Lega ha alte percentuali elettorali ed un senatore nel paese vicino. I contatti con le istituzioni raggiungono i palazzi romani; dopo vari incontri si arriva ad un preaccordo nei primi giorni d’agosto. Un preaccordo, firmato da Fim e Fiom e non dalla Cub, dove si parla di mobilità e buone uscite, ma non dà nessuna garanzia circa la reindustrializzazione dell’area. La lotta prosegue col solo sostegno della Cub. All’inizio di settembre vedendo che la situazione non si sblocca, anzi l’azienda ventila la possibilità di ridurre la buona uscita, sette lavoratori decidono di salire sul tetto sperando che l’amplificazione che i media possono dare della stessa convinca l’azienda a più miti consigli. Questo non avviene; anzi al padrone che gli operai cuociano sul tetto di una fabbrica non interessa proprio niente. Di certo non sono queste le cose che lo toccano e così dopo nove giorni e nove notti sul tetto i lavoratori decidono di firmare l’accordo con l’azienda. Diciamo i lavoratori, 52 voti favorevoli ed 8 contrari, perché sia la Cub, così come Fim e Fiom non lo sottoscrivono. L’accordo prevede una integrazione al reddito per chi andrà in pensione nei successivi 36 mesi; 24 mesi di cassa integrazione ed una buona uscita di 24 mila euro lordi spalmati su due anni. Questo per gli 82 operai, mentre gli impiegati verranno ricollocati in altri uffici dell’azienda a Milano. Nessuna garanzia è stata data per la reindustrializzazione dell’area. Cosa dire di questa vertenza ? Se si voleva fare come alla Innse si doveva spiegare che il gesto forte di salire sul carro ponte, da parte dei lavoratori Innse, non era un gesto di spettacolarizzazione della lotta, ma una esigenza per fermare lo smantellamento dei macchinari. Non solo: questo accadeva dopo ben 15 mesi di lotta e di una grande autodisciplina/organizzazione da parte dei lavoratori per mantenere sempre vivo il presidio e alta la motivazione alla lotta. Inoltre le richieste dei lavoratori erano chiare sin dall’inizio. Nessun compromesso: far ripartire la fabbrica. Lavorare, tant’è che nei primi 3 mesi, prima che la celere li sgomberasse, hanno prodotto in auto gestione. Tutto questo alla Esab non c’è stato e non si può dare la responsabilità ai lavoratori. Fin dall’inizio non era chiaro l’obbiettivo: più ammortizzatori sociali o difesa del sito produttivo e dei posti di lavoro? La mancanza di chiarezza sull’obbiettivo e l’incapacità del sindacato di offrire un’alternativa ha pesato in modo decisivo sui lavoratori che a quel punto hanno dovuto scegliere tra un brutto accordo o continuare la lotta senza essersi preparati a questa situazione. La responsabilità è dei sindacati, della Cub che aveva la direzione e che nel momento decisivo ha scaricato sui lavoratori ogni responsabilità e della Fiom che dopo l’accordo di agosto si è disinteressata del fatto che la vertenza continuava. Per questo pensiamo che la lotta vada articolata per il mantenimento di tutti in posti di lavoro e delle fabbriche cominciando a ragionare sulla nazionalizzazione delle aziende in crisi autogestite dagli operai dove lo Stato fa da garante affinché i fornitori e le banche non chiudano i “rubinetti”. È comprensibile che molti lavoratori vedano come obbiettivo della lotta avere un nuovo padrone. Ma nella maggioranza dei casi questo non succede e alla fine l’unica prospettiva diventano gli ammortizzatori sociali. Cosi, pero’, si perde il tessuto produttivo e finiti gli ammortizzatori non ci sono più prospettive. Allora facciamo tesoro delle lotte vittoriose come quella della Innse, ma impariamo anche da esperienze come la ESAB. Da parte nostra saremo sempre a fianco dei lavoratori portando loro solidarietà, ma anche l’impegno ad unirci a loro nelle lotte. Infine la lotta della Esab e della Innse ci insegnano ancora un’altra cosa. I signori “padroni a casa nostra”, la Lega nord, che ruolo ha giocato ? Nel caso Esab solo una passeggiata/vetrina di solidarietà e basta! Alla Innse, invece, una parte attiva. Peccato che fossero dalla parte del padrone, il signor Genta, legato a Castelli e Maroni!
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