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Eni Porto Torres - Un accordo porcheria! PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da Mauro Piredda   
Martedì 24 Novembre 2009 04:45

  “Una porcheria!”. Con questa esclamazione il segretario generale della Cgil sassarese, Antonio Rudas, sintetizza alla perfezione l’accordo siglato il 19 ottobre scorso a Porto Torres. Un accordo che si fa beffe delle belle parole sulla salvezza del petrolchimico, dell’economia dell’intero territorio e della democrazia sindacale.

Chi sono gli attori di questa porcheria? L’Eni, ovviamente, ma anche la Filcem nazionale nelle figure del segretario generale Morelli e dei sardi Corveddu e Asuni (tralasciamo qui per motivi di spazio il comportamento di Cisl e Uil, siano esse nazionali che locali). Qual’è quindi, il risultato che i chimici nazionali, in barba alla contrarietà di tutta la Cgil locale, spacciano per conquista? Se diamo uno sguardo ai punti essenziali, c’è poco da gioire. Gli impianti del fenolo e del cumene rimarranno fermi, seppure “in stato di manutenzione”; il cracking “verrà condotto secondo un assetto funzionale alle esigenze degli impianti petrolchimici della Sardegna” (ovvero lo stabilimento di Assemini), ma senza che questa voce sia accompagnata da stanziamenti precisi; infine, verranno tagliati 220 posti di lavoro.

Allora? Cos’è che ha spinto questi teraccos (servi) a porre la firma? Ben 11 milioni in più di investimenti (cumulati nel periodo 2010-2013) rispetto ai 90 previsti a settembre dal Piano industriale Eni. Peccato però che questo aumento non ha a che fare con il rilancio delle produzioni, bensì con la costruzione in loco di un mega-deposito petrolifero capiente: 1.600.000 tonnellate di liquidi, che comporterà un traffico di petroliere nel Golfo dell’Asinara stimato intorno alle 600 navi all’anno e che impiegherà solo 35 lavoratori. Si sa che negli intenti di Eni è previsto l’abbandono della chimica in ragione dell’energia, ma questo, con la complicità dei dirigenti citati, comprometterà l’intera economia del territorio, oltre che dell’ambiente. Che, per giunta, è l’altro aspetto contraddittorio della trattativa.

Vogliono porsi, i dirigenti nazionali della Filcem, una semplice domanda? Se le bonifiche sono un obbligo di legge, perché spacciare come conquista i 530 milioni di euro previsti per risanare i suoli, le falde e le demolizioni? Su questo punto non si deve trattare, le bonifiche vanno imposte! Ovviamente non tutto è scritto nell’accordo e le novità sono tutte in divenire: è recente la notizia dell’intenzione di Energas di comprare all’Eni 30 ettari di terreno al fine di costruire un rigassificatore, ma non mancano voci legate agli sviluppi sul “nuovo” nucleare italiano (centrali? depositi scorie?). A nulla è servita, per ora, la lotta operaia, supportata dalla solidarietà della popolazione e culminata nell’occupazione della Torre Aragonese della cittadina turritana da parte di cinque operai Cgil, ben consci dei pericoli insiti nella proposta di accordo. Niente di simbolico in tutto questo, poiché contestualmente all’occupazione della torre gli operai avevano scritto al segretario generale dei chimici, Morselli, invitandolo a “non partecipare ad una trattativa nella quale l’Eni conta di depotenziare tutti i risultati ottenuti dalla nostra lotta”.

Ancora nella lettera, a metà strada tra la fiducia e il monito: “ci unisce la comune appartenenza alla Cgil e l’idea che ai lavoratori spetti l’ultima parola per dare mandato ai propri dirigenti”. Lettera morta, è proprio il caso di dirlo. Ma di questa vicenda il sindacato deve fare tesoro per riprendere la lotta (siamo sicuri, e ci adopereremo in tale direzione, che avrà il supporto dell’intero territorio) e per concepirsi come strumento democratico di lotta che, in difesa dei posti di lavoro e degli impianti produttivi, si faccia portavoce della rinazionalizzazione dell’Eni e di un disegno di riconversione funzionale alle esigenze della società lasciandosi alle spalle le peggiori pratiche concertative a perdere.

 
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