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| Terim (Modena) - Due settimane di lotta dura fermano 200 licenziamenti |
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| Movimento operaio | |||
| Scritto da Paolo Brini e Francesco Santoro | |||
| Martedì 10 Luglio 2007 04:56 | |||
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La Terim (Modena) è uno dei principali produttori di cucine e forni da incasso in Italia e in Europa. Ha in programma investimenti per 10 milioni di euro (più che la Ferrari) e vuole conquistare nuove fette di mercato espandendosi. Per fare ciò, per aumentare i propri profitti, ha avviato le procedure di mobilità con l’obiettivo di licenziare 200 lavoratori. Le ragioni addotte per questi “esuberi” non dipendono da una crisi del settore elettrodomestico (che nel solo comparto del “bianco” ha avuto un aumento del 7,2%). La realtà è che Terim ha acquistato il suo principale concorrente locale (l’ex Areilos, da diversi anni in crisi), con l’obbiettivo di chiuderlo assimilandone i marchi e le fette di mercato e licenziando tutti i lavoratori. D’altronde è molto più redditizio portare le produzioni in Turchia, Croazia e in altri paesi dell’Est dove il costo del lavoro è molto più basso e i diritti sindacali sono infimi! Inoltre, all’atto dell’acquisto di Areilos, Terim aveva garantito dinnanzi ai commissari fallimentari che avrebbe mantenuto in forze tutti i 209 lavoratori, portando così il numero degli addetti da 421 a 630 dislocati in tre stabilimenti nelle province di Modena e Reggio Emilia. Pochi mesi fa ha, invece, annunciato la volontà di ridurre il personale di 200 unità ed ha avuto pure la faccia tosta di dire che è per ragioni di crisi di mercato!
Fin da subito le Rsu Terim ed in particolare la Fiom, hanno più volte dichiarato di non essere disposti a subire alcun licenziamento coatto: tutti i posti di lavoro devono essere difesi! Hanno inoltre ribadito che se produzione deve essere portata all’estero, deve esserne creata altra negli stabilimenti già esistenti per garantire i livelli occupazionali. Infine, sia i delegati Fiom-Cgil Francesco Santoro e Piero Ficiarà, sia il segretario generale della Fiom di Modena Giordano Fiorani, hanno sempre affermato che qualora l’azienda avesse licenziato in maniera unilaterale, i lavoratori avrebbero occupato gli stabilimenti. Dal lunedì 21 maggio fino a martedì 29, i lavoratori hanno deciso di cambiare strategia di lotta. Per creare il maggior danno possibile all’azienda cercando al tempo stesso di sacrificare la minor quantità possibile di salario, si è deciso in assemblea di intraprendere una delle forme di lotta più efficaci e diffuse negli anni ’70: lo sciopero a scacchiera. A gruppi di 40 lavoratori per volta, stabiliti in base all’iniziale del proprio cognome, si è scioperato a rotazione 2 ore al giorno picchettando i cancelli, impedendo così l’uscita del prodotto finito per tutte e 8 le ore lavorative. In una parola, scioperando 2 ore a testa si è bloccata l’azienda per 8 ore. Il padrone ha cercato di rispondere minacciando per ben tre volte la cosiddetta messa in libertà dei lavoratori (l’equivalente di una serrata), ma ha dovuto recedere poiché i blocchi non impedivano l’ingresso del prodotto grezzo da lavorare e quindi non bloccavano la produzione. Semplicemente impedivano al prodotto finito di essere portato via finché non si fosse riempito il magazzino a tal punto da creare problemi alla sicurezza. Quando ciò avveniva, a dosi omeopatiche, si permetteva ai camion di caricare del prodotto finito per far un po’ di posto nei magazzini e non dare all’azienda il pretesto per la messa in libertà causa ragioni di sicurezza. Che questi scioperi abbiano colpito nel segno è stata l’azienda ad ammetterlo, al tavolo delle trattative. Infatti giovedì 24 maggio è stata costretta a firmare un verbale di incontro nel quale si è impegnata entro il 31 maggio a trovare assieme alle Rsu e al sindacato tutte le forme alternative al licenziamento per risolvere il problema. Naturalmente un verbale di intenti ha un valore puramente simbolico, tuttavia ha permesso di dimostrare che gli scioperi stavano andando bene e stavano mettendo l’azienda in seria difficoltà.
Da questo clima è scaturito un verbale di accordo nel quale l’azienda si impegna a non effettuare licenziamenti coatti di alcun genere! Accordo che vedrà il prefetto nelle veci di garante. È importante sottolineare che il lodo si chiude sottolineando che esso avrebbe avuto valore solo a patto che le assemblee dei lavoratori avessero condiviso il testo. Segno ulteriore della grande democrazia e partecipazione e soprattutto del fatto che l’ultima parola spetta sempre agli operai Terim. Da notare che in prima battuta questo accordo non è stato firmato da Confindustria, che pure era presente al tavolo, perché ritenuto una sconfitta. Nelle assemblee svoltesi in fabbrica l’indomani i delegati sono stati accolti da ovazioni ed applausi scroscianti da parte dei lavoratori che hanno ratificato all’unanimità l’accordo. Nel corso degli incontri successivi l’accordo è stato perfezionato, definendo la mobilità volontaria come unico strumento sostitutivo ai criteri di legge, inoltre i volontari saranno incentivati con 13mila euro e la possibilità di essere ricollocati presso aziende del modenese o con 11.500 se ricollocati su aziende dell’indotto Terim dove approderebbero conservando la retribuzione attuale. Le Rsu hanno tuttavia ribadito che la vertenza non è finita perché anche la discussione sugli ammortizzatori sociali presenterà dei rischi e delle incognite. Dunque si è sollecitato a mantenere alta la guardia. Ancora una volta la lotta dura paga!
04/07/2007
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