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La Resistenza, una rivoluzione mancata?
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| Contratto trasporto merci |
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| Movimento operaio | |||
| Scritto da Anna Borella (delegata Filt-Cgil Rsu Ups di Milano) | |||
| Martedì 21 Marzo 2006 07:30 | |||
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Aumenta la precarizzazione! Ennesimo contratto in dirittura d’arrivo, è il turno del trasporto merci. A fine luglio è stata firmata dai sindacati e associazioni padronali la pre-intesa da sottoporre, a settembre, al giudizio dei lavoratori. E come altri firmati in precedenza è un accordo da respingere. Lunga è la lista delle cose che peggiorano le condizioni di lavoro e soprattutto che gettano le basi per ulteriori peggioramenti nel futuro. Le aziende avranno la possibilità, se le esigenze di produzione lo richiedono, di lavorare dal martedì al sabato anziché dal lunedì al venerdì. Potranno allungare le pause pranzo fino a tre ore al giorno (turno spezzato quindi), e richiedere fino a cinque sabati lavorativi nell’arco dell’anno. Viene inserito l’apprendistato (con salari del 15-20% più bassi degli altri lavoratori a parità di mansione), portando a ben 12 il numero dei contratti flessibili a disposizione dei padroni. Viene alzata da 8 a 10% la quota di lavoratori interinali assumibili nelle singole aziende. Anche sul fronte salariale niente di nuovo, e nonostante tutti si prodighino a dire che gli accordi di luglio sono superati, gli aumenti salariali rimangono legati all’inflazione programmata 2% quando quella reale si attesta al 2,6%. È prevista una riduzione d’orario di lavoro settimanale da 40 a 39 ore, ma non può essere considerata effettivamente tale. Infatti i lavoratori dovranno sacrificare 28 delle ore di riduzione d’orario di lavoro (Rol) che annualmente accumulavano grazie agli accordi contrattuali passati, e in secondo luogo perché si prevede che il lavoro svolto dalla 39ª alla 40ª ora non sarà pagato come straordinario normale (con il 30% di maggiorazione), ma al 20%, quindi non riconoscendolo straordinario normale a tutti gli effetti. A forza di inserire gradualmente flessibilità ci troviamo ora nella condizione che l’80% dei nuovi assunti hanno un contatto precario. Questo rende ogni giorno più difficile per i delegati difendere i lavoratori, rende impossibile rivendicare nuove assunzioni a tempo indeterminato e soprattutto aiuta le aziende che dichiarano esuberi a espellere i lavoratori senza troppi problemi. Vengono fatte queste concessioni illudendosi che la fame di flessibilità imprenditoriale possa essere placata, ma invece l’effetto fino ad ora ottenuto è l’opposto. Forse in alcune aziende grazie a rapporti di forza adeguati i lavoratori potranno opporsi ai continui peggioramenti, anche se saranno proprio i padroni ad impugnare il contratto per pretendere il dovuto, ma soprattutto in un settore come questo, dove ci sono miriadi di piccole aziende e dove la maggior parte non è neanche sindacalizzata, il bello e cattivo tempo lo faranno i padroni. Il contratto nazionale è l’unico contratto in grado di unificare tutti i lavoratori del settore e quindi avere più forza per ottenere aumenti dignitosi. Seminando illusioni tra i lavoratori sul recupero salariale con i contratti integrativi, oltre a dare manforte ai padroni nel loro progetto di smantellare il contratto nazionale, si delega ai lavoratori il compito di ricevere aumenti azienda per azienda dividendoli e permettendo ciò solo la dove esistono rapporti di forze sufficienti. Questi sono i motivi che ci portano a dire NO alla firma di questo contratto nazionale. Nascondere cosa si cela dietro questo accordo equivale a tradire la fiducia di chi ci ha eletto delegati. Il nostro compito per portare avanti una battaglia coerente per una Cgil che difenda realmente gli interessi dei lavoratori non può ridursi semplicemente a un dibattito nelle sale del prossimo congresso, questa battaglia la si fa tra i lavoratori, a partire dal contratto nazionale.
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