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| CARLO COLOMBO - Lavoro e dignità! La lotta non si ferma |
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| Scritto da Francesco Bavila | |||
| Lunedì 12 Luglio 2010 04:30 | |||
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Dal 17 giugno otto operai della Carlo Colombo di Agrate Brianza si
trovano sul tetto della loro fabbrica a difesa del loro posto di
lavoro. In questa intervista a Marcelo Galati, delegato Fiom della Rsu
Colombo, abbiamo ripercorso le fasi di questa mobilitazione.
Quando è cominciata la lotta della Colombo? La Colombo fa trafilati e laminati di rame, le commesse e i clienti non sono mai mancati e i bilanci sono sempre stati in attivo. Eppure nel maggio 2008 è stata annunciata la chiusura dello stabilimento di Agrate. In risposta abbiamo bloccato per 14 giorni le merci in entrata e in uscita davanti ai cancelli. L’azienda è stata quindi costretta a sottoscrivere un accordo che, tra le altre cose, prevedeva la ricollocazione di 38 lavoratori nell’arco di due anni, durante i quali i dipendenti sarebbero stati coperti dalla cassa integrazione straordinaria. Nel gennaio 2009 siamo entrati in cassa, ma ad oggi la ricollocazione è rimasta lettera morta. Nell’ottobre 2009 ci è stato annunciato che non sarebbe più stato garantito il secondo anno di cassa. Vista l’immobilità del sindacato e la sua incapacità di dare risposte chiare si è formato un Comitato Lavoratori Colombo, che ha dato vita ad una manifestazione davanti agli uffici di Milano dell’azienda, a seguito della quale la proprietà ha accettato di anticipare anche il secondo anno di cassa integrazione. Il 30 dicembre del 2009 veniva eletta la nuova Rsu, nella quale entravamo io e altri membri del Comitato Lavoratori. Come si è giunti alla decisione di salire sul tetto? Da gennaio abbiamo cominciato a svolgere una serie di iniziative: assemblee settimanali autoconvocate, presidi davanti alla sede di Confindustria, occupazione per 6 ore degli uffici dell’azienda da parte di 35 lavoratori… è stata una sorta di “scuola” che ci è servita non solo a consolidare il gruppo di lavoratori, ma anche a capire i limiti di queste forme di lotta. Si è infatti arrivati ad una situazione di stallo in cui i tavoli di trattativa non portavano a nulla di concreto e i lavoratori sono spontaneamente giunti alla conclusione che occupare il vecchio stabilimento di Agrate era l’unico modo per fare un salto di qualità. Mentre in 8 salivano sul tetto, tutti gli altri hanno dato vita ad un presidio permanente davanti alla fabbrica. Quali sono stati gli effetti di questa azione? L’occupazione ha fatto venire meno tutte le divergenze tra i lavoratori e ha rafforzato lo spirito più combattivo. Anche i più scettici si sono riavvicinati alla lotta e si trovano oggi in prima linea, cosa che non era stata possibile con le altre forme di lotta più limitate. Inoltre il sostegno popolare degli altri lavoratori, a partire dagli abitanti di Agrate, è stato davvero eccezionale. E infine ci tengo a sottolineare che l’azione si è svolta mentre ancora era in corso la riunione con i rappresentanti dell’azienda e in questo modo il tavolo di trattativa è stato completamente ribaltato. Non c’è più stato solo il monologo della proprietà, ma le istituzioni sono state costrette dalla pressione politica e sociale a schierarsi pubblicamente dalla parte degli operai, il che ha sicuramente alzato il nostro morale. Abbiamo chiamato quello che è successo “effetto Vodafone”, perché “tutto ruota intorno a noi”. In questo momento politici e giornalisti che prima non ci avevano considerato stanno venendo davanti alla fabbrica. Prima eravamo noi ad andare a cercarli per avere un po’ della loro attenzione, ma oggi che i lavoratori hanno alzato la testa sono le istituzioni a corrergli dietro. Quali sono le prospettive per la lotta? Il primo compito è quello di rafforzare il presidio permanente, la parola d’ordine potrebbe essere “occupare, controllare e difendere”. I lavoratori sul tetto sono tutti volontari e tra loro non ci sono né delegati né funzionari sindacali, ma il loro livello di autodisciplina e determinazione è davvero al di là di ogni immaginazione. Quello che è certo è che nessun sindacalista o politico salvatore della patria potrà prendere decisioni sulla loro testa e che non accetteremo più nessun ultimatum “prendere o lasciare”. Lo slogan della nostra lotta fin dall’inizio è stato “Lavoro e Dignità!” e da questo punto di vista abbiamo già vinto, perché abbiamo un lavoro, che è quello di portare avanti tutti assieme la nostra battaglia, e perché abbiamo trovato la dignità nel modo in cui la stiamo portando avanti.
7 luglio 2010
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