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Ascoli piceno - La lotta della Manuli deve diventare una lotta di tutta la città PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da Luca Gaspari   
Venerdì 11 Settembre 2009 06:26

Il primo fulmine a ciel sereno risale al 24 dicembre del 2007: la direzione Alhstrom (ex Mondadori), annuncia la chiusura dello stabilimento e la delocalizzazione del lavoro in Brasile, senza un giorno di preavviso.

I sindacati, tutti, attuano una tattica attendista, si parla di un acquirente cinese. Dopo un anno di cassa integrazione i cinesi non arrivano ma la mobilità si! 200 lavoratori a casa. Un anno e mezzo dopo, stessa storia, fabbrica diversa.

La Manuli è il baluardo dell’industria ascolana. Produce tubi in gomma per fluidi ad alta pressione con 375 operai e un indotto che da lavoro a mezza città.

Il 3 agosto del 2008 la direzione manda ai sindacati il benservito: mobilità per tutte le maestranze, nessuno escluso. Resta in piedi solo una piccola divisione (Oil & Marine, condutture subacquee in gomma per il trasporto del greggio) che occupa 41 dipendenti tra impiegati e operai.

Medesimo copione anche per il sindacato: “manteniamo la calma, aspettiamo i tavoli ministeriali…” Parte dei lavoratori però non ci sta e questa volta si decide di passare le ferie in presidio davanti allo stabilimento.

Portiamo un gazebo, un generatore, siamo i primi a scrivere un comunicato stampa come partito (che i giornali locali ci boicottano), passiamo anche noi lì le nostre ferie. Ci facciamo raccontare come è andato l’ultimo anno dentro la fabbrica, come il clima fosse diventato insopportabile a forza di lettere di richiamo, minacce e provocazioni messe in atto per rendere l’uno il nemico dell’altro. Senza dimenticare la mossa dell’ottobre del 2008 quando, circa 200 tra interinali e lavoratori con contratto a termine (tanti da oltre 5 anni precari alla Manuli) furono sbattuti fuori dalla porta con un bel calcio nel deretano.

Ci sono anche loro al presidio. Si contano a decine tra ex interinali e addirittura pensionati, pronti a portare solidarietà a quegli stessi operai che fino ad un mese fa si sentivano “intoccabili” rispetto al popolo precario dei “senza diritti”. Ora sono tutti davanti allo stesso cancello chiuso, a protestare.

Parliamo della vittoria della Innse, cercando di coinvolgere il numero maggiore di lavoratori riunendoli la prima volta, il 27 agosto nel Comitato dei lavoratori del Piceno. Vi partecipano operai della Manuli, dell’Alhstrom, della Carbon, della Prysmian, della Itac, anche comuni cittadini e i compagni del partito con bandiere e volantini a seguito. Tutto davanti allo stabilimento presidiato e sotto il nostro gazebo.

Si discute di blocco dei licenziamenti, sensibilizzazione dell’opinione pubblica a sostenere la lotta. Obiettivo, tramutare le singole vertenze in una vertenza collettiva della provincia ed organizzare forme di lotta adeguate alla situazione (leggi Sciopero Generale di tutti le lavoratrici e dei lavoratori del piceno)

La crisi dei padroni si sta infatti allargando con effetto domino su altre aziende situate sul territorio ascolano: negli stessi giorni inizia la lotta della Novico (producono siringhe) dove dopo tre mesi di mancata retribuzione e la messa in mobilità di tutti i dipendenti gli operai sono passati al contrattacco ed hanno occupato la camera di sterilizzazione del loro stabilimento.

Il primo dei due incontri a Roma a settembre col ministero va male, nessuno si illudeva del contrario, e anche per il secondo entro la metà di settembre non ci si aspetta gran che. Se non succede nulla il 20 ottobre l’azienda sarà chiusa. Solo la lotta può impedire che i lavoratori della Manuli e il suo indotto, con le drammatiche conseguenze per tutta la provincia, rimangano a casa. Come ha detto un lavoratore davanti ai cancelli, “la prima cosa da fare è non permettere che la fabbrica chiuda”, il Comitato dei lavoratori nato davanti ai cancelli della fabbrica a fine agosto è determinato a sostenere la lotta.

 

 
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