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| Ascoli: Duemila in piazza per la Manuli |
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| Movimento operaio | |||
| Scritto da Luca Gaspari e Ilaria Mascetti* | |||
| Mercoledì 23 Settembre 2009 08:34 | |||
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Un punto per i lavoratori, ma la lotta sarà ancora lunga Sabato 19 settembre è stato un giorno molto importante, non solo per gli operai della Manuli Rubber ma, vorremmo aggiungere, per tutti i lavoratori del Piceno. Ascoli è stata attraversata da un corteo di almeno 2.000 persone (dati della questura) a sostegno della lotta della fabbrica più grande della provincia e delle altre realtà industriali locali.
Da lì all'organizzazione di un coordinamento delle fabbriche in lotta il passo è stato breve. Le due settimane prima del corteo sono state scandite da riunioni quotidiane davanti ai cancelli, con la partecipazione di delegazioni della Bentel, Prysmian, YKK, Pall, Ahlstrom, Itac e di molti altri luoghi di lavoro. In due incontri al Ministero la proprietà ha ribadito la sua volontà di procedere con gli esuberi. Un chiaro segnale della chiusura definitiva dello lo stabilimento di Ascoli Piceno. La manifestazione del 19 settembre dice che i lavoratori Manuli non sono soli, e che questa lotta si può vincere. Sappiamo bene che non basta essere in tanti in piazza, ma ciò che è successo sabato è stato un passo importantissimo che ha avuto delle conseguenze. In diversi hanno commentato il fatto che in questa manifestazione fossero presenti forze politiche di orientamento completamente opposto, come ad esempio Casa Pound e Rifondazione, e come tutti avessero accettato di non esporre simboli e bandiere politiche nel corso della manifestazione. Quest'ultima è stata una richiesta dei lavoratori del presidio, alla quale ci siamo subordinati. La solitudine dei lavoratori, da troppi anni abbandonati dai dirigenti della sinistra e da vertici sindacali completamente succubi delle logiche concertative e sempre alla ricerca di legittimazione da parte dei padroni, ha generato una forte diffidenza verso ogni presenza politica. Resta un fatto inequivocabile, ed è che l'assenza di bandiere non rende “apolitico” il dibattito e la manifestazione. Non a caso siamo scesi in piazza con uno striscione su cui era scritto “unità dei lavoratori- sciopero generale”, e vogliamo che gli operai giudichino noi e gli altri sulla base delle nostre posizioni e sulla loro validità. La proprietà, che aveva dimostrato, nell’incontro di una settimana fa di essere interessata solo alla chiusura, due giorni dopo la manifestazione, durante quello che era considerato l’ultimo degli incontri possibili al ministero dello sviluppo economico, fa dietro-front e ritira la mobilità, con la promessa di presentare un piano industriale per il rilancio dello stabilimento. Siamo convinti che senza il coordinamento, la manifestazione e la determinazione de lavoratori questo non sarebbe mai potuto accadere. Tutto ciò significa che la lotta paga, anche se siamo ai primordi di una lotta che sarà molto dura. Per questo il messaggio che mandiamo ai lavoratori è di non abbandonare il presidio e di continuare questa straordinaria forma di discussione “dal basso” nonostante i primi cenni distensivi della proprietà. La mossa dell'azienda dimostra che la mobilitazione serve, per questo cercano di prendere tempo e mettere in difficoltà il presidio, sperano che col tempo e magari con la promessa che un pugno di lavoratori possa riprendere il lavoro, la lotta venga fiaccata. Non a caso è girata la voce che potesse riaprire una parte dello stabilimento, facendo rientrare una piccolo numero di operai.
Bisogna assolutamente respingere questo ragionamento, non a caso la manifestazione ha detto chiaro e forte che non si lotta per qualche mese o anno di cassa integrazione al termine della quale ci si può solo ritrovare in mobilità. Si lotta uniti per la continuità produttiva della Manuli difendendo tutti i posti di lavoro. Specialmente nella lettera di comunicazione di messa in mobilità delle maestranze, le motivazioni erano accompagnate da cifre a dir poco discutibili. I lavoratori e la cittadinanza devono poter sapere nei dettagli dove sono finiti i profitti prodotti negli anni dal loro lavoro, come e perché la proprietà non ha investito in modo adeguato per garantire un futuro a questa azienda e al territorio che la circonda. Non deve essere consentito a questa proprietà di disimpegnarsi andandosene con la borsa piena.
Riteniamo inoltre che se non vi fosse alternativa, lo Stato debba rilevare la Manuli come pure altre aziende a rischio chiusura, senza versare un euro ai proprietari, per garantire la difesa del patrimonio industriale e dei posti di lavoro. Da un anno si usano soldi pubblici per salvare banche, assicurazioni, finanziarie, immobiliari, per dare incentivi ai grandi gruppi privati (come ancora chiesto dalla Fiat): ebbene, se vi sono risorse a disposizione invece che in mano a questi signori, vadano ai lavoratori che stanno dimostrando di essere molti più interessati a difendere le aziende che non i loro stessi padroni. Esistono le competenze, innanzitutto fra i lavoratori stessi, per garantire la riorganizzazione e il rilancio produttivo di questa come di tante altre aziende. Impariamo dall’esperienza della Innse di Milano, dove gli operai hanno prodotto in regime di autogestione per tre mesi, dimostrando coi fatti che a essere di troppo non erano loro, ma era il proprietario. Siamo convinti che sarebbe stato meglio fare una sola manifestazione invece che due, ma i lavoratori hanno deciso altrimenti. Non ha sicuramente giocato a favore della CGIL il fatto di vedere come fumo negli occhi il coordinamento dei lavoratori, che è invece un'importante esperienza di partecipazione operaia. Va aggiunto che fra tanti lavoratori del presidio Manuli la CGIL è impopolare ed è vista come un sindacato concertativo e poco combattivo. Siamo sicuri che gli operai Manuli non cadranno nella trappola di farsi isolare dalle altre aziende, obiettivo al quale evidentemente mirava l’iniziativa dei dirigenti confederali. La decisione assunta dal presidio di convocare riunioni anche davanti ad altre aziende (la prima sarà la Ahlstrom, il 27 settembre) è un passo importante nella direzione di una autentica unità, sia fra i dipendenti Manuli che fra l’insieme dei lavoratori, innanzitutto delle altre aziende colpite da crisi e licenziamenti. Nella guerra fra poveri vince solo il padrone. Per questo crediamo sia necessario arrivare in tempi brevi a uno sciopero generale di tutte le categorie nel territorio provinciale, che unisca nei fatti le diverse lotte contro chiusure e tagli. Fare la battaglia per allargare la mobilitazione, radicalizzarla, trasformarla in una lotta di popolo, solo così possiamo vincere e ricominciare a rimpossessarci del sindacato. Siamo fermamente convinti che l’unità si possa raggiungere se al centro della mobilitazione ci sono, dal primo all’ultimo minuto, i lavoratori stessi. I lavoratori devono avere la prima e l’ultima parola su ogni decisione: dalle forme di protesta, alle rivendicazioni da avanzare, e tutte le organizzazioni sindacali o politiche che intendono appoggiare la lotta devono avere il diritto di esprimere apertamente le proprie posizioni, ma hanno anche il dovere di contribuire a rinsaldare e allargare questa unità.
* Direttivo circolo Prc Ascoli Piceno Leggi anche:
Ascoli piceno - La lotta della Manuli deve diventare una lotta di tutta la città (10 settembre 2009)
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