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Anche alla CNH di Imola lavoratori in lotta PDF Stampa E-mail
Movimento operaio
Scritto da di Andrea Davolo*   
Venerdì 11 Settembre 2009 06:23

Per difendere il posto di lavoro

Sfornavano ogni anno 12.000 scavatrici e mai aveva fatto una sola ora di cassa integrazione. Sono i 436 lavoratori della CNH di Imola, azienda del gruppo Fiat che la proprietà ha deciso di chiudere. Dopo 1 anno di cassa integrazione ordinaria, lo scorso 31 agosto è scattata la cassa integrazione straordinaria per “cessazione di attività”, decisa e comunicata unilateralmente dai vertici Fiat nel corso dell’estate.
La reazione dei lavoratori non si è fatta attendere: un presidio permanente di oltre due mesi ai cancelli della fabbrica, per evitare la sottrazione dei macchinari, accompagnato da uno sciopero generale del distretto di Imola a sostegno della vertenza, lo scorso 29 luglio, e dalla coraggiosa scelta di compiere lo sciopero della fame da parte di uno degli operai in lotta, Guido Barbieri.

Forme di lotta che avrebbero scatenato le reazione irritata di Sergio Cofferati secondo il quale queste forme di lotta danneggerebbero il sindacato. La rivendicazione dei lavoratori era semplice quanto concreta: la fabbrica è sana, produce e a maggior ragione non deve chiudere. Da qui la richiesta di mutare la motivazione della Cigs da “cessazione di attività” in “crisi di mercato”, cosa che avrebbe costretto la proprietà a presentare un piano industriale per il mantenimento ed il rilancio del sito produttivo.

Fino alla prima settimana di cassa integrazione straordinaria il gruppo Fiat ha costantemente fatto saltare ogni tavolo di trattative, negando il confronto ai lavoratori e ai loro rappresentanti sindacali. Un atteggiamento che ha provocato la discussione interna ai lavoratori che presidiavano la fabbrica, disperatamente alla ricerca dell’azione di lotta che avrebbe permesso di puntare i riflettori sul loro caso, costringendo la proprietà a tornare sui suoi passi. Esemplari in questo caso le diverse reazioni che vi sono state ad un comunicato congiunto firmato dalle organizzazioni imolesi del Prc, Pdci, Sinistra Critica e Cobas in cui si faceva un generico richiamo alla necessità di “fare come alla Innse”.

Se la risposta dei dirigenti sindacali è stata disarmante e rivolta a spiegare che fare come alla Innse era impossibile in quanto illegale (sic!), fra i lavoratori che partecipavano al presidio la discussione è andata anche oltre e si è cominciato a discutere della necessità di alzare il livello dello scontro, se fosse stato necessario, anche con l’occupazione dello stabilimento.

Nel frattempo il 3 settembre è stato convocato da parte del governo un tavolo di contrattazione, a cui la Fiat è stata costretta a partecipare, e Guido ha sospeso lo sciopero della fame, dopo 10 giorni di digiuno. Se questo rappresenta certamente un punto a favore della mobilitazione dei lavoratori, tuttavia non costituisce ancora l’esito finale della vicenda. Difficilmente Fiat sarà disponibile a ridiscutere il futuro dell’azienda ed il fatto che il tavolo sia stato convocato presso il ministero del welfare, anziché dal ministero per lo sviluppo economico, è indicativo della volontà del Governo e della proprietà di discutere solo di ammortizzatori sociali, senza cambiare di una virgola la volontà di chiudere lo stabilimento entro due anni, così come deciso dai vertici aziendali.

Se così sarà, non ci sarà più molto tempo per ulteriori margini di manovra. La stanchezza è in agguato dopo quasi 3 mesi di lotta e a causa di una strategia di isolamento perseguita dai vertici aziendali Fiat e che i dirigenti sindacali stanno in parte avallando indugiando sull’ormai necessaria convocazione di sciopero generale del gruppo Fiat.

Anche ad Imola la lotta deve trovare nuovi e più avanzati sbocchi. Potrebbe essere necessario saldare le tante relazioni che i lavoratori hanno costruito sul territorio in un coordinamento di lotta permanente. Ma soprattutto sarà necessario che la solidarietà dei lavoratori e dei cittadini imolesi intervenga a supporto di azioni di lotta radicali che mettano in discussione il principio secondo il quale la Fiat può disporre dei suoi stabilimenti a suo piacimento e contro la volontà dei lavoratori. In questo senso l’occupazione lancerebbe un messaggio concreto: “i lavoratori sono qui e vogliono continuare a curarsi dello stabilimento in cui hanno sempre lavorato; uno stabilimento produttivo, sano che non vogliamo venga distrutto”. Come alla Innse, in qualsiasi altra azienda un messaggio del genere verrebbe recepito come giusto e sacrosanto da tutti i lavoratori.


* Responsabile Lavoro Prc Emilia Romagna

 
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