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La crisi economica che attraversa tutta l’America Latina ha colpito duramente anche l’Uruguay. Da quattro anni il paese si trova in recessione, ma dall’inizio dell’anno, in coincidenza con l’insurrezione in Argentina, è esplosa una tremenda crisi finanziaria. Ironia della sorte per il paese rifugio dei capitali argentini e brasiliani, conosciuto come la Svizzera dell’America Latina per la riservatezza del suo sistema bancario. La perdita di riserve monetarie alla fine di agosto ammontava a 2.500 milioni di dollari, nonostante un aiuto di 460 milioni da parte del FMI a fine giugno. Alla Banca Centrale nel gennaio di quest’anno le riserve ammontavano a 3.100 milioni di dollari!
Subito l’Fmi è corso in aiuto del governo uruguayano con un altro prestito di 1.500 milioni di dollari, il più grande intervento effettuato nella storia rispetto al numero di abitanti. Ma non è stata una prova di altruismo da parte degli uomini di Washington: erano letteralmente terrorizzati dalle masse che hanno invaso le strade di Montevideo all’inizio di agosto, assaltando i supermercati e scontrandosi con la polizia, particolarmente dura nel reprimere le mobilitazioni. Non potevano permettere che si ripetesse uno scenario di tipo argentino, sulla riva opposta del Rio de la Plata. Inoltre l’aiuto non è stato affatto gratis. Per i prossimi tre anni saranno bloccati tutti i conti correnti nelle banche pubbliche (circa il 70% del totale). Ciò significa la liquidazione di queste ultime a favore delle banche private e il licenziamento di migliaia di lavoratori. Se aggiungiamo la massiccia svalutazione del peso, che ha perso la metà del suo valore in sei mesi, la "ley bancaria" approvata dal parlamento sotto il ricatto del Fmi riduce drasticamente la quantità di denaro in circolazione. L’Uruguay entrerà in una recessione ancora più pesante, al cui confronto gli ultimi quattro anni sembreranno un paradiso. In Uruguay esiste a differenza dell’Ar-gentina una forte coalizione di sinistra, il Frente Amplio-Encuentro Progresista (Fa-Ep) che nel 1999 arrivò a un passo dal vincere le elezioni con il suo candidato alla presidenza, Tabarè Vazquez. Conquistò quasi il 40% al primo turno, sconfitto al ballottaggio solo dall’alleanza dei due partiti borghesi principali, "Colorado" e "Blanco". La direzione del Fa-Ep, coalizione formata dai partiti comunista e socialista, da parte dei tupamaros e altre forze minori, persegue un programma riformista e, davanti a questa gravissima crisi, ha mostrato ancor di più i suoi limiti. Ha votato contro la "ley bancaria" ma opportunamente ha permesso che ci fosse il numero legale per approvarla. Il suo leader storico, Generale Seregni, si è recato in visita al Presidente Battle per garantirgli il suo appoggio. Una parte del gruppo parlamentare ha votato contro solo per disciplina. Vazquez ha dichiarato: "la crisi politica non è maggiore perché esiste una forza politica di opposizione molto seria, molto responsabile, leale dal punto di vista istituzionale e con una grande maturità" (Brecha 06/08). Con il precipitare della crisi si approfondiranno anche le divisioni nel Fa. Già sul terreno sindacale diverse categorie si sono pronunciate a favore di uno sciopero generale. Il dirigente della PIT-CNT (la centrale sindacale) Hugo De Mello, afferma: "questo governo deve cadere. È ora che diversi settori si mettano d’accordo perché non possiamo più sopportare Battle". Riguardo alla prospettiva di un governo di unità nazionale, "Patriottico" prosegue: "Di che governo patriottico si può parlare, con gente che ha unito la propria politica e i propri interessi agli Usa e l’Fmi" (Republica, 07/08). Proprio dal collegamento degli attivisti più combattivi nel sindacato e nel Fa-Ep si può avviare la costruzione di una tendenza rivoluzionaria nel movimento operaio uruguayano, che sia parte di una forza marxista di massa in tutta l’America Latina. |